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Le regioni europee e la sfida per l’innovazione

La Commissione Europea ha recentemente diffuso i nuovi dati del Regional Innovation Scoreboard 2014(RIS), sesto quadro di valutazione dell’innovazione regionale che offre una stima comparativa del rendimento delle 190 regioni dell’Unione europea, della Norvegia e della Svizzera sul piano dell’innovazione interna. 

Il documento fornisce dati statistici sul rendimento innovativo delle regioni anche in chiave diacronica (rispetto alle rilevazioni del 2002, 2003, 2006, 2009 e 2012) fornendo importanti spunti anche alla impostazione di politiche ed interventi regionali nella prossima programmazione dei fondi comunitari. 

Come noto, le Regioni sono in fase di chiusura dei Programmi Operativi per il prossimo settennio (2014-2020) e dovranno orientare le risorse messe a disposizione dall’Unione sui tre pilastri della Strategia Europa 2020 fortemente orientata all’innovazione. 

Il primo pilastro della Strategia è infatti dedicato alla crescita intelligente, favorendo investimenti più efficaci verso:

  • -istruzione (incoraggiare le persone ad apprendere, studiare ed aggiornare le loro competenze);
  • -ricerca/innovazione (creazione di nuovi prodotti/servizi in grado di stimolare la crescita e l’occupazione per affrontare le sfide della società);
  • -società digitale (uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione).

In questo quadro, si illustrano di seguito i principali dati forniti dal RIS sulle regioni italiane, rimandando alla lettura del documento integrale scaricabile dal sito della Commissione.

In ottica comparata, le regioni europee vengono classificate in 4 diversi gruppi di rendimento sul piano dell’innovazione: 

  • -Regioni «leader dell’innovazione» (34 regioni)
  • -Regioni «che tengono il passo» (57 regioni)
  • -Regioni «innovatrici moderate» (68 regioni) 
  • -Regioni «in ritardo» (31 regioni).

Nel complesso, va registrato un dato positivo: per la maggior parte delle regioni l’innovazione ha registrato progressi nel tempo. 

Un’analisi del periodo di sette anni dal 2004 al 2010 indica che i risultati sul piano dell’innovazione sono migliorati nella maggior parte delle regioni (155 su 190). Per più della metà delle regioni (106) l’innovazione è progredita ad un ritmo anche maggiore della media dell’UE. Nello stesso tempo la resa innovativa è peggiorata in 35 regioni ripartite in 15 paesi. Per 4 regioni la resa è addirittura calata bruscamente superando mediamente all’anno il -10%.

 

 

 

Nello specifico, le regioni «leader» hanno la più alta performance in tutti gli indicatori, tranne la quota di PMI innovative inserite in reti di imprese. In particolare, la spesa privata in R&S, le PMI che sviluppano innovazioni in-house, le richieste di brevetti EPO e le PMI che hanno introdotto innovazioni di prodotto/processo  segnano qui gli indicatori mediamente il 30% sopra la media UE (base 100).

 

 

 

Le regioni «che tengono il passo» (follower) si collocano vicino alla media UE per la maggior parte degli indicatori, con alcune punte di eccellenza per le PMI che hanno sviluppato innovazioni in-house (18% superiore) e per le PMI innovative inserite in reti di imprese (addirittura 35% superiore). Peggiori i profili sulla Spesa privata in R&S, sulla richiesta di brevetti, sull’Occupazione in attività ad alta intensità di conoscenza e sulla Capacità di trasformazione dell’innovazione in mercato. 

Sul fronte di chi fa peggio, le «innovatrici moderate» sono al di sotto della media europea in tutti gli indicatori. Alcuni punti di forza relativi riguardano le Spese in innovazione e la Capacità di trasformazione dell’innovazione in mercato (-7% e -9% rispetto alla media UE). Profili peggiori riguardano invece la spesa pubblica in R&S (- 31%) e quella privata (-48%) nonché le richieste di brevetti (-57%). La bassa capacità di spesa in R&S delle imprese, unita a una buona performance di trasformazione dell’innovazione in mercato indicano che queste regioni innovano di più attraverso l’adozione di tecnologie già sviluppate altrove e meno con lo sviluppo di nuovi prodotto/processi. 

Questi ultimi aspetti vanno considerati con attenzione perché  riguardano proprio il profilo di molte regioni italiane (escluse Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Sardegna). 

Infine, le regioni «in ritardo» si collocano al di sotto della media UE in tutti gli indicatori, in particolare sugli indicatori relativi alle performance aziendali. Queste regioni sono relativamente ben posizionate solo su popolazione con elevati titoli di studio (solo -27% della media UE), ma  debolezze vi sono in molti altri ambiti del loro sistema di innovazione regionale. 

Ma quali sono le regioni che fanno meglio in Europa?  La mappa dei gruppi regionali rivela un primo colpo d’occhio sull’innovation divide tra i Paesi nordici e dell’Europa occidentale e quelle orientali e meridionali. Tutte le regioni «leader» dell’innovazione dell’UE (27 regioni) sono concentrate in solo 8 Stati Membri: Danimarca, Germania, Finlandia, Francia, Irlanda, Paesi Bassi, Svezia e Regno Unito. Ciò indica che l’eccellenza nell’innovazione si concentra in relativamente poche aree in Europa. 

Per quanto concerne l’Italia, come accennato, 16 delle 20 regioni censite sono collocate nel gruppo “innovatrici moderati” e solo 4 tra le follower (Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia, Piemonte e Sardegna). 

Rispetto all’Italia, i valori degli indicatori regionali sintetizzano prestazioni modeste nei diversi ambiti della performance innovatrice, con talune differenze interne, mostrate dettagliatamente nella tabella finale. In line generale, un più efficace impatto sulle performance innovative delle regioni italiane passerebbe per un intervento su: 

  • -sostegno finanziario pubblico all’innovazione: scarso un po’ ovunque (fanno parziale eccezione Lazio, Campania e Toscana), rappresenta un tassello importante poiché in tutte le regioni europee con elevati tassi di imprese innovatrici si registra una elevata fruizione da parte di queste ultime di una qualche forma di sostegno finanziario pubblico
  • -l’aumento degli sforzi pubblici sull’innovazione genererebbe un elemento di stimolo per la spesa in R&S privata, anch’essa in Italia molto scarsa: in effetti, come si registra anche in altre regioni UE, l’assenza di stimoli pubblici scoraggia anche l’innovazione privata;
  • -stimolare le reti di imprese;
  • -favorire l’efficace collocazione dei giovani con elevato titolo di studio nel mercato del lavoro, aumentando il nesso tra Università e aziende. Un nesso di reciproca influenza: strutture di ricerca pubblica maggiormente connesse alle vocazioni territoriali. 

 Distribuzione regionale per gruppi di rendimento – confronto tra Regioni Italiane (valori normalizzati 0 – 1)

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