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L’Europa e l’ alternativa alle scelte degli Stati Uniti

Il colpo di Stato di Trump in Venezuela, realizzato nel più grossolano disprezzo del diritto internazionale, e le sue esplicite allusioni di possibili analoghi interventi in Groenlandia, Iran, Colombia e Messico, mentre continuano le guerre in Ucraina e, con il paravento di una presunta tregua, in Cisgiordania e a Gaza, sta introducendo il caos nel mondo. 

Nei suddetti due teatri bellici, i ripetuti tentativi di mediazione di Trump non hanno sortito effetti di pace, soprattutto per il suo comportamento che tende a mettere assieme politica e affari, esponendolo a frequenti contraddizioni e insuccessi. Nel caso venezuelano, dietro l’intenzione dichiarata di troncare l’illecito narcotraffico del governo Maduro, l’obiettivo reale appare il tentativo di recuperare consenso all’interno del Paese, oggi in discesa, in vista della scadenza di MidTerm di novembre, oltre alla possibilità di accesso, pur tra non poche difficoltà, di uno dei maggiori giacimenti internazionali di petrolio, oggi malamente sfruttato. 

Diversa la realtà della Groenlandia, che appartiene alla Danimarca, dove all’enorme estensione del territorio e alla ricchezza del patrimonio di risorse naturali, fanno riscontro solo poche decine di migliaia di abitanti.  la Danimarca ha duramente respinto l‘ipotesi di intervento Usa, privo di qualsiasi supporto giuridico, osservando, tra l’altro, che facendo parte della Nato, in caso di conflitto sarebbe adeguatamente difesa. 

Nel complesso, questo improvviso attivismo trumpiano, anche se in spregio del diritto internazionale, serve anche a dare un segnale a Russia e Cina contro ogni loro influenza nel continente americano. anche se tale avviso può indirettamente legittimare un loro intervento in Ucraina e Taiwan rispettivamente. 

Ora nella geopolitica regna l’indecisione e il caos, con la presenza di tre imperi (Usa. Cina e Russia), il gruppo dei Brics (India, Sudafrica e Brasile) e l’Europa ancora incompiuta e debole, con l’aggravante della rottura dell’asse atlantico dell’Occidente, e la conseguente ulteriore marginalità dell’Onu. Di fronte a questo disordine mondiale, dove, prevalgono ancora le aggressioni economiche, le crescenti disuguaglianze sociali fino alle guerre militari per le quali, in dispregio degli insegnamenti della storia, è sempre più difficile porvi termine, grava sulla politica   la sfida di costruire nuovi equilibri globali attraverso il dialogo, la mediazione dei conflitti. 

La cooperazione internazionale, in modo che la pace sia sempre più una conquista effettiva. Se osserviamo con serenità, le possibili opportunità che, in questa sfida, abbiamo a disposizione, ci accorgiamo che un ruolo fondamentale è possibile, ad alcune condizioni, da parte del soggetto che, allo stato appare ancora non adeguatamente preparato, cioè l’Europa. Tuttavia, negli ultimi tempi, di fronte ai numerosi e crescenti problemi che gravano sulle nostre spalle, si stanno diffondendo giudizi critici circa l’insufficienza del suo ruolo, sui suoi silenzi dinanzi a questioni urgenti, sei suoi ritardi nelle scelte più impegnative quanto necessarie. Addirittura, liquidatori i giudizi di Trump, che ha considerato gli europei un insieme di parassiti e mantenuti. 

A parte questi insulti, i suddetti giudizi colgono indubbiamente aspetti veri della realtà, ma trascurano la questione fondamentale dell’essere l’Europa un progetto incompiuto, ma che ha in sé, per storia, cultura e civiltà, gli anticorpi capaci di contrastare la deriva trumpiana e più in generale le distorsioni delle autocrazie. Non a caso, sia pure attraverso il gruppo dei volonterosi, l’Ue, di fronte alla ritirata di Trump, è rimasta l’unico soggetto a sostenere fino in fondo la resistenza dell’Ucraina contro l’invasione russa, fino a prevedere l’invio di propri soldati sul campo di battaglia, e, se oggi l’Ue esprime giudizi contenuti sul comportamento americano, ciò verifica perché   rimane essenziale mantenere gli Usa nel conflitto ucraino per poter arrivare ad una soluzione dignitosa della vicenda. 

Certo, di fronte alla gravità del disordine geopolitico in cui viviamo, serve una forte accelerazione unitaria sulle scelte indispensabili per portare l’Europa verso un’unione federale dotata di una esigente identità democratica, del superamento della unanimità nelle decisioni, della realizzazione di una politica estera e di difesa comune, in alternativa al riamo dei singoli Stati, della crescita del debito comune per consentire una crescita alimentata da una innovazione tecnologica idonea a orientare la trasformazione del lavoro  verso  l’occupazione di qualità e lo sviluppo dei diritti sociali. Nella sostanza quanto già ampiamente contenuto, da prospettive diverse, nei rapporti presentati da Draghi e Letta. 

Sappiamo quanto sia difficile, per la pluralità delle posizioni, arrivare ad un nuovo soggetto globale, forte e credibile, in grado di partecipare da protagonista a definire i nuovi rapporti ed equilibri a livello globale, ma l’eccezionalità del tempo richiede rinnovati fede e impegno comuni,   necessari per superare gli ostacoli. 

Rimane lecito, a questo punto, interrogarsi sul ruolo dell’Italia nell’Europa del futuro. Da tempo mettiamo in evidenza come, per questo governo, l’Europa rimane una sorta di evento della storia, che va utilizzato per quanto possibile e criticato sulle sue scelte strategiche, Tale comportamento nasce da un nazionalismo ideologico che impedisce di aderire alla sostanza dell’Ue tramite il trasferimento di parte di sovranità dall’Italia all’Europa come prevede l’articolo 11 della nostra Costituzione. 

Di conseguenza l’Italia da Paese fondatore è diventato un Paese ambiguo e relativamente marginale a Bruxelles, mentre gli Usa di Trump rimangono l’alleato strategico.  Non a caso, Meloni ha giustificato l’aggressione di Usa in Venezuela come atto difensivo e legittimo prima ancora della conferenza stampa di Donald. La distanza del governo italiano dall’Europa è testimoniata, senza ombra di dubbio, dalla sua opposizione al superamento del diritto di veto dei singoli Stati membri che sta bloccando il cammino europeo, e lo stesso diniego di inviare truppe a Kiev a sostegno dell’Ucraina si può facilmente interpretare come rifiuto di dar vita ad un embrione di esercito europeo. 

Quindi, il rapporto con l’Europa rimane il grande problema politico del governo Meloni che condiziona in modo determinante il futuro dell’Italia e dell’Europa.  In tal senso dovrebbe rimanere al centro dello scontro politico tra governo e opposizione, e condizionare in permanenza il futuro della politica italiana. Se, in relazione alla sua importanza, accade solo in modo saltuario, ciò si deve anche alla incerta fede europea della nostra sinistra che non riesce a farne il tema della più dura e centrale battaglia politica.

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