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Manca un soggetto politico o sociale mobilitante

Confesso che alla domanda sul perché il Sud non si ribella sono in condizione di fornire una risposta solo parziale (e molto discutibile). Le ribellioni non sono mai il frutto spontaneo – credo – di una condizione via via insostenibile, ma sono l’effetto di una azione promossa da un soggetto politico o sociale capace di indicare una strada, uno sbocco alla lotta. Capace di renderla credibile, utile ai fini del cambiamento individuale e collettivo. Credo sia questa la lezione che viene dalla nostra storia, dalla storia del movimento sindacale. 

La crisi dei grandi soggetti organizzati, delle loro idee e della loro funzione, è parte più generale della crisi della politica intesa come dimensione dell’agire collettivo. Se i soggetti che devono interpretare i bisogni e dare espressione alla domanda di cambiamento sono deboli, divisi o autoreferenziali, alla via della lotta si sostituisce quella della ricerca della sopravvivenza individuale. Vorrei poterne discutere, consapevole – ripeto – della parzialità di questo punto di vista. Per mia esperienza, quella maturata in questi anni, grazie alle lavoratrici e ai lavoratori che ho incontrato in tutto il Paese, credo che non ci sia via diversa dalla necessaria riforma dei soggetti politici e sociali che devono esprimere il bisogno di cambiamento per rideterminare le condizioni di una diffusa partecipazione democratica alla cosa pubblica. 

C’è molto da fare. Gli effetti della crisi economica sono pesanti ovunque, evidenziano una questione sociale come mai nella nostra storia recente e mettono in luce in modo drammatico l’insoluto divario strutturale del Paese. Non è esagerato affermare che la crisi rende la questione meridionale la priorità per tutti, la trasforma in un passaggio obbligato per tutte le politiche di crescita necessarie ad affrontare questo periodo storico. 

La mia sensazione è che la mancata consapevolezza di ciò rappresenti il vero problema del dibattito pubblico e che la realtà, come spesso accade, si è incaricata di mettere in chiaro i termini in cui si manifesta.

Prendiamo a riferimento alcuni dati sul Mezzogiorno, innanzitutto quelli relativi agli andamenti occupazionali. Nei primi cinque anni della crisi scoppiata nel 2008, nel Mezzogiorno si sono persi centomila posti di lavoro in più che al centro nord. L’incidenza sul tessuto occupazionale complessivo è stata di gran lunga superiore al Sud che al Nord: nell’area del paese dove si concentrava meno del trenta per cento degli occupati si è concentrato il sessanta per cento delle perdite.

Nello stesso periodo si registra il crollo di un quarto del prodotto manifatturiero e il dimezzamento degli investimenti. Due giovani su tre non lavora, tre su quattro tra le donne; una famiglia su tre è a rischio povertà. Più della metà dei giovani cosiddetti Neet  risiede al Sud ed è ripreso un flusso migratorio verso le altre aree del Paese talmente consistente da far ipotizzare uno stravolgimento demografico tra pochi decenni.

Un quadro del genere non può essere considerato normale e, senza proporre improbabili ritorni al passato, occorre mettere in discussione i criteri con cui in questi ultimi decenni si è affrontato il tema dello sviluppo del Mezzogiorno. Insomma: credo che non si ponga solo un problema quantitativo relativo alla crescita, ma soprattutto quello della sua qualità, del modello di sviluppo che si ipotizza a partire dalla situazione per come si presenta.

Del resto, le crisi industriali che stanno segnando da oltre un decennio il tessuto produttivo del Mezzogiorno (fino a configurare un vero e proprio processo di desertificazione industriale) ci indicano che non c’è ipotesi di sviluppo possibile fuori da un progetto di riqualificazione dell’apparato esistente e di quello che intorno ad esso può generarsi. 

Occorrerebbe dichiarare come priorità quella della reindustrializzazione del Mezzogiorno e lavorare per creare le condizioni concrete della sua realizzazione.

Se, invece, si rincorre l’idea delle produzioni a basso valore aggiunto, o quella di assecondare il mercato attraverso il ridimensionamento delle politiche industriali, come è purtroppo avvenuto per interi settori del manifatturiero (dall’automotive alla siderurgia), è chiaro a tutti che non si inverte la tendenza alla divaricazione, non si affronta il nodo dello sviluppo duale che rappresenta il vero piombo nelle ali di ogni ipotesi di sviluppo per il Paese. E’ dimostrata la relazione che intercorre tra equità e crescita, tra livello di tutele e tassi di crescita. Anche nella crisi di questi anni, ove più alti sono i livelli di protezione sociale e i diritti generali di chi lavora, più alti sono i margini di crescita. 

Trovo incomprensibile, allora, tutto il dibattito intorno alla necessità di liberare da lacci e lacciuoli  (come si diceva un tempo) il mercato del lavoro e le relazioni industriali rilanciato, da ultimo, dalla Confindustria, fino ad ipotizzare il superamento definitivo del contratto nazionale e del tempo indeterminato. E non lo dico per dovere d’ufficio, per difendere un lascito di un altro periodo storico o solo per una elementare questione di giustizia sociale, ma per ragioni economiche. La precarietà impoverisce, non redistribuisce meglio il lavoro che c’è; schiaccia una intera generazione su un eterno presente, impedendone il diritto a progettare la vita. L’aziendalismo non solo realizza la divisione del lavoro, ma lo spinge al livello più basso della creazione del valore. Se il Paese deve imboccare la via della crescita, questa non può realizzarsi dentro i termini in cui è stata collocata la funzione del lavoro in questi anni. Sarà un caso, ma i più alti livelli di produttività del lavoro il nostro Paese li ha raggiunti nel decennio degli anni settanta, dopo le conquiste dell’autunno caldo. E sarà sempre un caso, ma i livelli più bassi sono stati raggiunti dopo l’introduzione, nella nostra legislazione, di tutti i provvedimenti che hanno precarizzato i rapporti di lavoro.

Se nel Mezzogiorno, nonostante il gran parlare che se n’è fatto, i fattori di contesto che ostacolano lo sviluppo di attività produttive non sono stati mai realmente affrontati e risolti, non si può certo attribuire all’articolo 18 o al contratto nazionale la responsabilità del processo di depauperamento industriale cui è sottoposto.

Si affronti seriamente il groviglio di questioni che  strozza le prospettive, a cominciare dalla presenza pervasiva della grande criminalità organizzata che ormai, al Sud e al Nord, controlla interi pezzi dell’economia reale.

Infine. Si discute molto, giustamente, della necessità di rinegoziare i vincoli del patto di stabilità per reperire le risorse necessarie alle politiche di sviluppo. Scorporare dal patto le spese per investimenti è una questione di fondamentale importanza. Sarebbe opportuno aprire, contestualmente, una discussione sul modello di gestione delle stesse. La politica del fai da te non ha prodotto, finora, risultati apprezzabili. Anzi, la polverizzazione della spesa delle risorse disponibili, assecondando una assai discutibile teoria dello sviluppo locale, ha generato risultati insoddisfacenti e sotto gli occhi di tutti.

Le vere riforme strutturali, per essere tali, dovrebbero avere l’obiettivo di affrontare questi temi. Il tempo a disposizione, come le risorse disponibili, è scarso. Bisognerebbe averne consapevolezza.

 

 (*) Segretario generale Fiom-Cgil

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