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Meglio l’Europa confederata che federata

Il dibattito tra un’Europa federale (come gli Stati Uniti) e l’Europa come Confederazione (da definire) è già partito da un pezzo, anche sulla grande stampa. Vediamo, in concreto, che caratteristiche può avere una Confederazione.

La Confederazione europea, in luogo della Federazione, è quella che deve prendere campo. Essa si basa innanzitutto su politiche della difesa ed estere maggiormente unificate. Alcune settimane fa il Consiglio Europeo ha dato il via libera per la prima volta ad un Fondo Comune per Difesa, da rendersi operativo al più presto. Sono anche mature posizioni maggiormente convergenti in politica estera. Se si vuole abbandonare la folle politica estera anti-araba, seguita finora da Francia ed Inghilterra, e ci si vuole avvicinare alla Russia, come è negli auspici informali di Germania e Italia, c’è ora una possibilità: seguire più Teheran, filosovietica, che l’Arabia Saudita. Le sanzioni antirusse sono state da poco prorogate per altri sei mesi: questo significa che tra sei mesi, o un anno, si potrà gradualmente arrivare alla loro definitiva soppressione. E’ altresì circolata la notizia che l’annessione della Crimea ha portato il consenso a Putin stabilmente oltre l’80%. Sui parametri di Maastricht stanno maturando posizioni differenti. E’ decisiva la posizione di Renzi, finalmente espressa, nel senso della sottoposizione di un veto sul Fiscal Compact nei trattati di Maastricht. La Germania potrà rifiatare dalle accuse ormai montanti sul suo avanzo commerciale, convertendolo: i nuovi paesi con cui maturare l’avanzo sono la Russia e l’Africa, se decolla “il piano Marshall” verso tale continente. La discussione in materia si attende nei prossimi mesi.

 

2. Il vero mutamento a favore di una Confederazione europea è nel campo tributario. Qui vigono l’Irpef, che è un’imposta accentrata, e l’Iva, che finora ha funzionato centralisticamente. Ma la struttura accentrata delle due imposte le mette definitivamente in crisi. Riguardo all’Irpef, essa lavora su una base imponibile che è pari al 45% di quanto ci si aspetterebbe: di meno rispetto a tale percentuale, se si considera pienamente l’evasione. Ciò in quanto ne sono fuori i redditi che originariamente doveva colpire (quelli da interessi e plusvalenze, quelli sottoposti all’Ires, buona parte di quelli sugli immobili, oltre ovviamente a quelli dell’evasione, già parzialmente considerati dal Pil).

Occorre dunque smettere con l’imposta progressiva, tornando ad imponibili proporzionali con aliquote differenziate, alla De Viti de Marco e alla Einaudi, basati sulle singole nazioni, e miranti all’efficienza economica. La progressività può valere per i contributi sociali, che coprono grossomodo la stesa area dell’Irpef. In tale ipotesi per le imposte sui redditi basterebbero accordi minimi a livello sopranazionale, anziché l’unificazione amministrativa, con la conseguente necessità di un Ministro delle finanze europeo (questa è una posizione che sta prendendo piede in Europa). Quanto all’Iva, in Italia esiste già una legge che mira al decentramento (è quella che ha istituito il quadro VT), recepita nel 2009 a livello di federalismo fiscale. Basta attuarla, ed estenderla all’Europa.

Evitare di discutere di questi fatti, rilevanti ed in parte già accaduti, e basare tutto sull’Irpef e sull’Iva come attualmente sono, e sulle imposte equivalenti in Europa, significa lavorare per il progetto degli Stati Uniti d’Europa. Si tratta di un progetto coltivato dalla grande stampa, che vuole in sostanza unificare la politica estera, la difesa e l’economia. La politica estera e della difesa non decollano se mirate sui grandi obiettivi, essendo ancora basate sugli assetti scaturiti dalla seconda guerra mondiale. La politica economica è ancorata ai parametri di Maastricht, di recente istituzione: essi hanno portato a danni incalcolabili, in termini di occupazione in primo luogo. I danni saranno ancora maggiori, se il Fiscal Compact entrerà nei Trattati di Maastricht. Sulla politica tributaria si parla di unificare l’esistente, che significa centralizzare il fisco a Bruxelles, e poi dare trasferimenti agli attuali paesi, riducendoli così a Province. Questo assetto è il più inviso al popolo, e porterà sicuramente alla disintegrazione definitiva dell’Europa, se attuato. Mentre nel sistema alternativo basta accordarsi tra nazioni su fasce di aliquote, in maniera elastica (vedi anche Vitaletti, 2017a, citato e 2017b, p.30).

 

3. Vi sono altri gravi motivi per cambiare la fiscalità. a) Come denunciato nel luglio 2017 dal Presidente dell’Inps Boeri, ci sono oltre 300.000 pensionati che vengono tassati all’estero. Ciò è dovuto all’attuale sistema di tassazione, personale ed internazionale, per cui basta essenzialmente risiedere in un paese per più di sei mesi, per esserne contribuente. b) Oltre cinque milioni di immigrati vivono stabilmente in Italia. Secondo le attuali leggi, le loro proprietà immobiliari e finanziarie all’estero, da molti di essi sicuramente possedute, dovrebbero essere sottoposte al fisco italiano. Nessuno si occupa di questi fatti. c) Tutti i redditi finanziari e immobiliari, purché posseduti da un contribuente che viva in Italia per più di sei mesi, dovrebbero essere denunciati in Italia. C’è una enorme evasione, di cui nessuno si cura. Eppure le leggi in materia di rientro dei capitali finanziari si sono succedute dal 2002, con tutti i tipi di governo, sempre con enormi proventi. d) Si parla spesso, assai negativamente, di uomini della canzone e dello sport che vengono scoperti come falsi residenti all’estero, mentre essi hanno risieduto per più di sei mesi in Italia. Eppure siamo nella stessa tipologia dei massicci fenomeni precedenti. e) Si parla in maniera neutrale dei residenti in Italia, che decidono di spostare all’estero (Gran Bretagna, Olanda) la propria società di capitali, che percepisce utili industriali o finanziari da altre società. Il fenomeno è legale, ma testimonia che nel sistema fiscale esiste qualcosa di profondamente storto. f) L’Irpef in Italia riguarda pressoché solamente lavoratori dipendenti ed autonomi, con una base imponibile pari, considerando pienamente l’evasione, a meno del 40%. Dunque l’imposta personale e progressiva riguarda molto meno della metà dei redditi, quando dovrebbe riguardarli tutti. Nessuno ne parla. g) Si fa un gran discutere, invece, dell’evasione, attribuita al lavoro autonomo. Ma ci sono aree industriali ampiamente toccate dall’evasione, oltre che dall’elusione. Non si parla del fatto che l’unica via per battere realmente l’evasione è porre una nuova Iva, decentrata, in primo piano, e trasformare la fiscalità diretta in nazionale (si veda Vitaletti, 2015).

4. Tutti si preoccupano, invece, del grado di progressività, che riguarda poco di più di un terzo dell’imponibile! Ad esempio, grande rilievo mediatico riceve la proposta di Nicola Rossi, che concerne semplicemente il passaggio della progressività dalle aliquote alle deduzioni, rimanendo il sistema inalterato. Nessuno si pone il vero obiettivo: eliminare la personalità dell’imposta. Tassare cioè i redditi che si formano nella nazione (salari, profitti, interessi), con aliquote diverse, per generare una progressività effettiva. Ciò anziché tassare i cittadini, sui redditi che possiedono nel mondo.

Eppure Einaudi, De Viti, Steve fino al 2000, sostenevano queste posizioni: contro la progressività personale, ed a favore di una progressività reale ed effettiva. Non c’è niente di incostituzionale in tali posizioni. Ora due altri grandi temi favoriscono questa impostazione, oltre quelli, già rilevanti, esaminati in precedenza. Il diffondersi delle rendite (sovraprofitti industriali, affitti, redditi delle risorse energetiche innanzitutto), che richiedono aliquote differenziate sul reddito prodotto, indipendentemente dalla sua distribuzione. E’ sempre più evidente, inoltre, che mentre la fiscalità sostenuta dai tre autori sopra citati era in primo luogo positiva, cioè non comportava danni rilevanti per l’economia, se ben gestita, la fiscalità attuale ha come premessa la creazione di danni alla collettività, che si cercano solo di limitare.

In sintesi, dunque, occorre tornare alla proporzionalità assoluta del prelievo, con aliquote differenziate sugli imponibili nazionali. Alla progressività, personale e nazionale (non internazionale, come è ora) si potrà pensare applicandola sui contributi sociali. Essi contano ora quanto gli altri comparti del prelievo obbligatorio, cioè come le imposte dirette e quelle indirette.

 

Riferimenti bibliografici

Vitaletti G. (2017a), Sistema fiscale ideale, legale, reale, percepito, Siep, Working papers.

Vitaletti G. (2017b), Le pensioni tassate all’estero sono niente. C’è ben di peggio, Italia Oggi, 21.7.2017.

Vitaletti G. (2015), New VAT based resource for financing the EU budget, in Quaderni di Diritto, Mercati, Tecnologia, V, n. 4.

*Università Tuscia

 

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