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Meloni e l’Europa, la diplomazia e la dura realtà

Il primo confronto ufficiale tra la nuova premier Giorgia Meloni e le autorità istituzionali dell’Ue si è concluso, così come era previsto, senza alcuna decisione significativa. La diplomazia è stata la protagonista dell’incontro e la premier italiana ha dichiarato la sua soddisfazione nel senso di aver complessivamente superato la prova. 

Ma se dal rito diplomatico passiamo ad analizzare la realtà politica constatiamo che nessun problema, a parte il comune sostegno dell’Ucraina contro l’invasione russa, è stato raggiunto. Un dissenso marcato si è registrato in materia di regolazione dei flussi migratori, dove Meloni ha chiesto giustamente un maggiore impegno europeo nella redistribuzione degli arrivi, ma quando si pone come priorità la difesa dei confini, e si chiudono i porti, rifiutando il soccorso dei migranti in mare, violando le norme del diritto internazionale, si è perduta la credibilità politica e morale per rivendicare la solidarietà europea. 

In materia di energia non è previsto un nuovo Recovery plan mentre sul PNRR un qualche spiraglio sembra apparire circa l’incidenza del caro energia, mantenendo tuttavia ferma la sua struttura concordata. E una medesima presa d’atto dei desiderata italiani si è registrata su altri temi dell’agenda. In sostanza i singoli dossier verranno esaminati e discussi in avanti, prendendo in considerazione caso per caso. 

Quindi se sul piano psicologico si è sfondata una iniziale diffidenza nei rapporti, derivante anzitutto dalle posizioni precedenti della leader italiana, sul piano politico e dei contenuti tutto rimane in discussione per cui le verifiche vere dovranno ancora venire. Meloni e il governo non si devono quindi illudere di aver imboccato la strada giusta ma devono prepararsi agli incontri futuri con la precisa condizione che il rapporto con l’Europa sarà decisivo per il futuro del Paese e del governo e che non si da efficace tutela degli interessi nazionali senza passare da un rapporto forte e pienamente legittimato con la Ue. 

Il primo ambito di verifica sarà la manovra di bilancio 2023, che il governo, usufruendo del tesoretto e del quadro di riferimento lasciati da Draghi, cercherà di ridurre al minimo lo scostamento di bilancio per far fronte al nuovo decreto aiuti sulle bollette di circa 30 miliardi. Pur superando questo primo test per la scelta di Meloni e Giorgetti, improntata a prudenza e realismo, gli esami più impegnativi verranno dopo. In particolare, all’Italia, Paese fondatore dell’Unione Europea, non basta e non serve un ruolo sia pure prudente ma rivendicativo. Occorre assumere una particolare responsabilità nel lavorare per superare le evidenti difficoltà e limiti attuali al fine di far avanzare la realizzazione compiuta del sogno europeo. 

La condizione fondamentale per realizzare tale ruolo è la credibilità, che sa suscitare negli interlocutori europei una profonda fiducia, e induce a interpretare le sollecitazioni e le critiche nel senso di stimolo al miglioramento. Ad esempio, Draghi, che si era conquistata una credibilità diffusa per il suo ruolo innovativo alla Bce, da Presidente del Consiglio ha potuto muoversi con autonomia e innovazione intestandosi significative battaglie per il rinnovamento dell’Ue. Non solo, ma il suo prestigio lo ha portato a diventare il possibile terzo protagonista, inserito nell’asse franco-tedesco, decisivo per le scelte strategiche dell’Europa. 

Per Giorgia Meloni la condizione di partenza è del tutto diversa e contrapposta. Non dobbiamo mai dimenticare che la sua immagine europea, convalidata da diverse dichiarazioni, è quella di presidente del gruppo euroscettico dei Conservatori riformisti, che persegue un’idea riduttiva e alternativa a quella di Europa federale, la quale assume progressivamente alcune parti di sovranità dei singoli Stati membri. 

Per cui, se si potesse darle un consiglio, andrebbe sollecitata a dare le dimissioni da presidente di questo gruppo, che, ancorché legittimo, risulta politicamente incompatibile con la premiership dell’Italia, come segno tangibile della sua volontà di costruire un rapporto nuovo. Se invece Meloni ritiene di puntare a un rapporto con le istituzioni europee di carattere essenzialmente contrattuale convinta di perseguire l’interesse dell’Italia in contrapposizione a quello di Bruxelles otterrà il risultato opposto, con effetto di nostro isolamento rispetto ai maggiori Paesi europei. 

Nello stesso tempo la sua credibilità non aumenterà se proseguirà nella linea di privilegiare scelte identitarie di segno autoritario, come la legge anti-rave e la irresponsabile liberalizzazione in materia di no vax, accompagnata da giudizi volgarmente offensivi, sull’Italia di ieri considerata “repubblica delle banane”. Questi fatti testimoniano come per Meloni, lo stare alla guida del governo italiano, obbliga a fare i conti con un bivio drammatico tra scegliere di contraddire il ruolo dell’Italia in Europa o abbandonare la politica identitaria promessa in campagna elettorale. 

Ciò che in ogni caso risulta chiaro è che il contrapporsi all’Europa segnerà, prima o poi, la fine del suo governo, perché l’Europa è troppo importante per l’Italia. Pur con i molti limiti da superare, costituisce la radice feconda di un futuro da protagonista nel nuovo ordine globale che l’Europa stessa è chiamata a costruire. Per rendere più chiaro il significato e il valore di tale prospettiva conviene rifarsi allo spirito dei padri fondatori. 

Quando De Gasperi, uno dei padri della patria, affermava “la mia patria è l’Europa” intendeva proprio questo. Quindi per Meloni e Fratelli d’Italia la conquista di una sensibilità e un credibile ruolo europeo di destra è legata a un’unica prospettiva possibile: incamminarsi sulla strada per diventare progressivamente Fratelli d’Europa.

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