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Molto studio e poi nulla

Uno studente di Matematica, figlio di un professore, deve sostenere l’esame di Fisica con un collega del padre. L’esito sembra praticamente scontato, ma – incredibile – il giovane non sa proprio niente! Il vuoto assoluto. Una domanda dopo l’altra, constatando la sua figuraccia incredibile in presenza di testimoni, il professore non sa proprio che cosa fare per dare quella promozione promessa. 

Alla fine ricorre a domande da terza media per far dare al ragazzo almeno una risposta: “Allora prendiamo in considerazione un asse e poggiamolo su un…?”. 

Studente: “…”. 

Professore: “…fulcro, naturalmente. Abbiamo così una…?”.

Studente: “…”. 

Professore: “…leva, come ben sai. Allora, se io metto un carico ad una estremità della leva, che succede?”.

Studente: “Ci metto la briscola…”. 

“MA ALLORA IO TI BOCCIO!”. 

“ok, non si arrabbi, ho capito, vado liscio”.

Nessuno più, ormai, sembra avere fiducia nella scuola. Studiare non funziona più da ascensore sociale. Una volta si studiava per migliorare la propria posizione sociale. Ma oggi il sistema educativo sta perdendo la tradizionale capacità di garantire opportunità occupazionali e di funzionare come strumento di ascensione sociale. 

Lo certifica il Censis nella sua ultima ricerca «Il vuoto della sfiducia crescente nella scuola», da cui possiamo trarre alcuni dati di grande interesse. Al primo ingresso nel mondo del lavoro, solo il 16,4% dei nati tra il 1980 e il 1984 è salito nella scala sociale rispetto alla condizione di provenienza, il 29,5% ha invece sperimentato una mobilità discendente rispetto alla famiglia di origine. E la scuola non riesce a svolgere la funzione di riequilibrio sociale per i ragazzi provenienti da famiglie svantaggiate. 

L’abbandono scolastico tra i figli dei laureati è un fenomeno marginale (riguarda solo il 2,9%), sale al 7,8% tra i figli dei diplomati, ma interessa quasi uno studente su tre (il 27,7%) se i genitori hanno frequentato solo la scuola dell’obbligo. L’uscita precoce dai circuiti scolastici riguarda il 31,2% degli studenti i cui genitori svolgono professioni non qualificate, contro appena il 3,9% di quelli con genitori che svolgono invece professioni qualificate.

Tra il 2008 e il 2013 la domanda di lavoro in Italia ha continuato a concentrarsi soprattutto sui livelli di studio bassi, gli unici a registrare un andamento positivo (+16,8%), a scapito sia dei titoli medi (-3,9%), sia di quelli più elevati (-9,9%). In questo periodo sono aumentati del 32,7% i diplomati e del 36,6% i laureati occupati in professioni che richiedono basse competenze. 

Il fenomeno dell’«overeducation» nel mercato del lavoro riguarda sia le lauree considerate deboli, come quelle in scienze sociali e umanistiche (43,7%), sia le lauree ritenute più forti, come quelle in scienze economiche e statistiche (57,3%), e tocca anche un ingegnere su tre. 

Oggi in Europa due terzi dei giovani tra 18 e 29 anni si dichiarano ottimisti verso il futuro, in Italia la percentuale si ferma al 47,8%. Della scuola non si fida più nessuno. E genitori e docenti non danno certo una mano.

Nel settore dell’istruzione aumentano i ricorsi al Tar. Nel 2012 sono stati depositati 1.558 procedimenti amministrativi, con un incremento del 17,1% rispetto all’anno precedente. Solo il 10% dei genitori partecipa alle elezioni degli organi collegiali. Il 33,5% dei dirigenti scolastici lamenta che nel proprio istituto l’atteggiamento ormai prevalente tra il personale è la demotivazione e la sfiducia, mentre il 24,6% sottolinea che l’atteggiamento collaborativo da parte delle famiglie è diminuito in maniera significativa.

In questo clima di generale sfiducia, anche la formazione tecnica sta sempre più perdendo il rapporto con l’evoluzione tecnologica e il lavoro che cambia. 

L’università perde iscritti, e chi può scappa a studiare all’estero. Tra il 2007 e il 2011 il numero di studenti italiani iscritti in università straniere è aumentato del 51,2%, passando da 41.394 a 62.580. Chi può si rivolge sempre più oltreconfine per trovare quelle opportunità di realizzazione sociale che non trova in Italia.

E’ questo il Paese che vogliamo?

 

(*)  Presidente AIDP Promotion

 

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