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Ridefiniamo strutture, codici e sedi partecipative

Le cronache ci mettono quasi quotidianamente di fronte a morti sul lavoro. Ad esse si aggiungono, anche se fanno meno clamore, crescenti incidenti e   malattie professionali. Andare al di là della retorica è il minimo che può fare chi, rispetto ad eventi che non hanno quasi mai niente di imprevedibile, vuole tracciare il profilo delle condizioni perché non accadano. Se ciò non avviene, ogni soluzione risarcitoria e punitiva – pur necessaria – ratifica una sconfitta culturale ed etica, prima ancora che sociale e politica.

Però, ora, una novità c’è. Durante la lunga e violenta crisi pandemica, si è verificato che moltissimi luoghi di lavoro sono rimasti operativi e anche a bassa diffusione del contagio. Il merito va al clima di collaborazione che è scattato tra management e lavoratori, avendo sullo sfondo l’accordo nazionale tra le organizzazioni degli imprenditori e dei lavoratori all’ inizio della diffusione del Covid. Sull’onda di questa esperienza, si può intraprendere la progettazione di un sistemico complesso di misure per arrestare la natura patologica degli incidenti e delle malattie professionali. 

La prima area d’intervento è sicuramente la cultura della cura, della manutenzione, della prevenzione. E’ ancora troppo trascurata, elusa, ignorata. Non è questione ghettizzabile, in una realtà lavorativa. Gli specialisti sono necessari. Ma tutti quelli che vi lavorano devono essere corresponsabilizzati, per essere certi che l’attenzione, l’avvertimento, le sensibilità abbiano sempre un livello alto di tensione. Soltanto la consapevolezza che prima di tutto viene l’integrità della vita, può far funzionare meglio il dialogo tra direzione imprenditoriale e sindacato e diffondere la partecipazione dei lavoratori a sistemi gestionali certificati e controllati. La loro utilizzazione nelle realtà lavorative, integrate da intese territoriali di supporto tra istituzioni e parti sociali, rilancerebbero la centralità della sicurezza come marchio di qualità del lavoro futuro. 

Rafforzerebbe questa impostazione sistemica, l’obbligo per l’INAIL di fornire, in accordo con le parti sociali, in tempo reale ad ogni lavoratore che viene assunto un vademecum circa la sicurezza sul lavoro, intesa a tutto tondo, in relazione alla qualifica e alle competenze professionali contrattualmente definite. Questa comunicazione non è sostitutiva dei compiti informativi che spettano al datore di lavoro, ma metterebbe il singolo, specie se lavora nelle piccole imprese, nelle condizioni di confrontare e verificare quanto gli si comunica ufficialmente, all’inizio ma anche durante l’intero arco della sua vita lavorativa.

Una seconda area di intervento, riguarda i sistemi di controllo. Soprattutto nelle aziende di modeste dimensioni, dove il sindacato è largamente assente, c’è una responsabilità pubblica che va esercitata in modo diffuso. E qui casca l’asino. Ci sono troppe strutture pubbliche che si occupano di verifiche e controlli e ciascuna ha organici inadeguati (Ispettorato Nazionale del Lavoro, ASL, Vigili del Fuoco, INPS e INAIL). Il solo fatto che per una impresa il rischio di essere controllata è infinitesimale (c’è un ispettore ogni 5000 aziende), è un incentivo a far persistere la convinzione che la prevenzione è un costo evitabile, anzi eludibile. 

Sommare l’esistente, in modo da non andare in ordine sparso nelle aziende, è criterio che è stato già adottato ma con scarsi successi di produttività degli interventi. Sarebbe, quindi, il momento di procedere ad un ragionevole accorpamento delle tante funzioni in campo in un unico soggetto, adeguatamente presente nel territorio con competenze plurime, che sappia dare alla parola “controllo” un valore di stabilità, di efficacia, di serietà. Nessuno a priori può assicurare che questa attività pubblica possa di per sé produrre ”rischio zero”, ma certamente ciascuno degli interessati e l’opinione pubblica si sentirebbero meglio garantiti.

La terza area di intervento riguarda il sostegno agli investimenti per abbattere il pericolo di infortuni o malattie. Se la salute e sicurezza dei lavoratori è un bene sociale, è opportuno che lo Stato – accanto agli investimenti previsti del PNRR per la sostenibilità ambientale – co-finanzi gli oneri a carico delle imprese. Un fondo rotativo, finanziato dagli avanzi di bilancio dell’INAIL accantonati presso la Tesoreria dello Stato (ad ora, ben 34 MLD) e dalle sanzioni comminate alle aziende inadempienti, dovrebbe sostenere gli investimenti a tutela delle condizioni di lavoro, con premialità a favore delle aziende medio-piccole che non hanno registrato infortuni o che presentano progetti sistemici ed innovativi. Anche questo crea cultura e meccanismi imitativi.

Infine, la tutela di chi ha subito la morte di un parente, di chi è stato vittima di un incidente o di una malattia invalidanti va rafforzata fattivamente. I tempi dei contenziosi giudiziari si sono enormemente allungati. Non solo per questo, i costi per far riconoscere il diritto al risarcimento sono pesantemente cresciuti, provocando a volte finanche la rinuncia a procedere.

Due misure potrebbero attenuare questi angosciosi fenomeni. La prima è il gratuito patrocinio di queste cause, almeno per un medio-basso livello di reddito dell’interessato. Per molti rappresenterebbe un incentivo reale per far valere il proprio diritto. La seconda è l’istituzione di una Procura Nazionale del Lavoro, sul modello di quella antimafia. Ha avanzato questa condivisibile proposta Bruno Giordano, magistrato della Corte di Cassazione, specializzato in diritto della sicurezza sul lavoro (intervista su Avvenire, 20/05/2021).  L’attuazione di questa Procura produrrebbe un molteplice segnale. Che si vuole dare concreta priorità alla sicurezza sul lavoro. Che si fornisce un canale preferenziale agli accertamenti, a seguito delle denunce, per accelerare i processi. Che si stabilisce nei fatti una “moral suasion” permanente nei confronti di chi volesse eludere le norme e gabbare le persone coinvolte.

In definitiva, esecrare e non trarre le conseguenze, anche le più radicali, non fa lievitare coscienza civica e cultura del rispetto della dignità del lavoro. Due componenti decisive per la trasformazione della pura e semplice crescita del benessere materiale in uno sviluppo integrale della condizione di vita di una comunità. Il miglior monumento ai caduti sul e per il lavoro è dunque quello di ridisegnare istituzioni, codici e contratti in modo che il futuro non assomigli né al passato e né al presente.  

 

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