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L’Europa scelga di guidare la lotta agli “sfascisti” della multilateralità


Con un’accelerazione inedita, gli attori della geopolitica mondiale stanno spiegando a tamburi sempre più battenti a noi, gente comune ma non distratta, che la pace e la concordia tra i popoli sta diventando un ricordo del passato. I conflitti si allargano, gli organismi del dialogo e della mediazione vengono irrisi, le certezze – dalle più semplici a quelle complesse delle relazioni tra gli Stati – sempre in bilico tra ragionevolezze e radicalizzazioni.

Come e quando si potrà capire che il verso degli eventi riprenda una piega positiva, non è dato saperlo. A mala pena si intravvedono gli elementi di fondo che fanno da motori di moltiplicazione delle difficoltà. Tra essi, due risultano i più condizionanti: la sorte della multilateralità; lo spessore della logica di egemonia.

Decenni di implementazione di strutture tendenti ad allargare la cooperazione tra i popoli e le nazioni e rette dal riconoscimento del reciproco rispetto, sono messi in discussione, indipendentemente dall’essere tra i “grandi” o tra i “piccoli” del mondo. La multilateralità organizzata (dal mantenimento della pace alle politiche di sviluppo, dal commercio alla sanità, dalla lotta al narcotraffico alla diffusione dell’istruzione) non sembra più di moda. Chi esplicitamente, Tramp; chi più surrettiziamente, Putin; chi spudoratamente, Netanyahu; chi più sornionamente, Xi Jinping e i Brics. Essa, ovviamente, non è una dottrina, anche se l’insieme delle regole e delle strutture – a partire dall’ONU – le danno una consistenza finora riconosciuta come un collante di pace e benessere. 

La multilateralità è sostanzialmente un work in progress quasi permanente che ha prodotto risultati apprezzabili ma ha mostrato anche insufficienze e contraddizioni. La più stridente riguarda la povertà globale.  Non è stata sconfitta, investe ancora la metà del mondo; anzi, è in crescita quella estrema (chi vive con 1 euro al giorno, dati ONU); nel contempo i ricchi sono diventati più ricchi (scrive il Rapporto Oxfam, pubblicato per il Forum Economico di Davos 2026: “le fortune dei 3000 paperoni del mondo sono cresciute di 2500 miliardi di dollari, una cifra quasi equivalente alla ricchezza totale detenuta dalla metà più povera dell’umanità, pari a 4,1 miliardi di persone”). 

Però le mancanze, le lentezze, gli inciampi, gli errori non giustificano nessun azzeramento.  Abbandonarla verso chissà che cosa è un azzardo. I vuoti non esistono, neanche nelle relazioni internazionali. Ragionevolmente, ci avvicineremmo verso forme più o meno di vassallaggio delle due, tre potenze mondiali. Per di più nelle condizioni più selvagge e disordinate. Yalta impallidirebbe se la logica spartitoria per aree di influenza divenisse, nei fatti o per accordo, la prossima base della convivenza nel pianeta.  

Difficilmente si potrebbe ritenere una prospettiva con solide garanzie di pace e di benessere. Un mondo organizzato a piramide, le cui sorti sono affidate a chi è più forte, a chi per di più non si fida l’uno dell’altro e in cui vengono affievolite o stravolte le ragioni del diritto internazionale per soddisfare le intenzioni e le pretese dei potenti, non è il migliore dei mondi immaginabile. La multilateralità è un po’ come la democrazia nella definizione di Churchill: “è stato detto che la democrazia è la peggiore forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che si sono sperimentate finora”..

Accanto alla crisi della multilateralità, è crescita nel mondo una competizione per l’egemonia di nuovo conio. I tradizionali egemoni, USA, Russia (prima Unione Sovietica), Gran Bretagna hanno visto maturare nuove leadership nei vari continenti, a partire dalla Cina, e a seguire gli Stati Arabi, l’India, il Brasile e tanti altri. Una redistribuzione di potere demografico, economico, finanziario e politico che ha squilibrato gli assetti definiti alla fine della seconda guerra mondiale. A questo processo si sono sovrapposte sfide epocali come quelle socio-ambientali e tecnologiche. Invece di favorire un sovra più di multilateralità, i vecchi egemoni hanno preferito giocare la carta della logica di potenza. La Russia scegliendo quella della potenza territoriale e gli Stati Uniti quella del sostegno dell’alleanza inedita dei padroni della old economy (auto, petrolio, cemento, armi) e della new economy (informatica, Intelligenza artificiale, comunicazione) per la riconquista dei mercati di approvvigionamento (soprattutto per la new entry, le terre rare) e di consumo. 

Bisogna essere consapevoli che soprattutto per gli USA, lo spessore di questa nuova strategia di egemonia può diventare asfissiante della cultura liberal di quel Paese. Trump per accontentare quell’alleanza deve in tutta fretta trovare risposte alle loro esigenze. Tutto il resto è fumo negli occhi degli americani e non a caso l’economia non sta passando tempi da “età dell’oro”, come promessa dal suo Presidente. Ma una egemonia di pura potenza, se non di prepotenza non è detto che possa arrivare a lieto fine. 

Se ne sta accorgendo anche Putin che pensava di poter mangiare il panettone a Kiev nel lontano dicembre 2022 e finora è riuscito ad occupare soltanto il 2% del territorio ucraino. La vera egemonia non passa per i dazi, i droni, le minacce, il calpestio dei diritti, i sequestri, gli stermini. Per non dire del Presidente della Cina, che se ne sta alla finestra, risponde a brutto muso alle intemperanze trampiane e frena quanti chiedono di formare una nuova zona monetaria a egemonia dello yuan. In definitiva, quella che può essere riconosciuta da tutti e rispettata è l’egemonia del convincimento, del confronto, delle pari opportunità, del costruire assieme un futuro sostenibile e comunitario. 

Per un nuovo ruolo della multilateralità e per una sconfitta della logica dell’egemonia di potenza, l’Europa – che della cultura della multilateralità è stata più madre che matrigna – deve dimostrare una intransigenza senza se e senza ma, pur ribadendo amicizia con tutti. L’Unione Europea ha le potenzialità per farlo. Pur rappresentando il 5% della popolazione mondiale, produce il 18% del PIL globale, spende il 50% di tutto il mondo nei sistemi di protezione sociale. Deve soltanto convincersi che lo scontro culturale e politico è tra “costruttori” e “sfascisti”. Allo stato dell’arte, sono superate le vecchie categorie: atlantisti versus europeisti, sovranisti versus internazionalisti, conservatori versus riformisti. Continuano ad avere un senso ma non racchiudono soluzioni. L’Europa dei “costruttori”, quelli che credono ancora nel dialogo, nel valore dei diritti civili e politici, nella partecipazione attiva dei popoli nella democrazia sostanziale, nell’equilibrio tra i vari poteri istituzionali, giudiziari, economici e della comunicazione devono compattarsi per contrastare i simpatizzanti, i tolleranti, i fanatici degli “sfascisti” della cultura liberal, della economia sociale, della giustizia fondata sulle regole, delle istituzioni internazionali per la pace e lo sviluppo sostenibile.

Al di là delle apparenze, gli “sfascisti” non sono sulla cresta dell’onda dell’opinione pubblica, pur avendo sostegni non indifferenti da parte dei mass media e della finanza internazionali. Ma i popoli non sonnecchiano, è solo che fanno ancora fatica a emergere. Per questo è essenziale che l’Europa si convinca che può porsi alla testa dei “costruttori” e ridimensionare fino alla irrilevanza le velleità degli “sfascisti”. 

Come? Con poche parole, lo indica Draghi: “superare le debolezze che ci siamo autoinflitti. E diventare più forti militarmente, economicamente, politicamente” (discorso in occasione dell’assegnazione del Premio Carlo Magno 2026). Si può solo aggiungere che c’è bisogno di un’Europa che faccia un passo indietro sull’unanimità, per fare un passo avanti sulla capacità di decidere. Non si può permettere ad un Orban di turno di agire, nella piena legalità, con il ruolo di agente straniero in casa europea. Nel momento in cui le grandi potenze accelerano, l’Europa deve togliere i freni. E davanti ai simili percorsi il Governo “cerchiobottista” Meloni sarebbe chiamato a fare una scelta strategica, per una volta nella legislatura.

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