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Dentico: La disuguaglianza alimento il filantropocapitalismo

Con le loro fondazioni dominano il mondo. Sempre più potenti sono le fondazioni dei moderni “filantropi”, ma sarebbe meglio definirli “filantropicapitalisti”. I loro nomi? Sono i soliti Gates, Tuner, Zuckeberg. Senza dimenticare i Rockefeller. Il “turbocapitalismo” trova, così, altri spazi di dominio. Ma quali sono i nuovi ambiti in cui esercitano il loro potere di influenza politico e sociale? Ne parliamo con Nicoletta Dentico, giornalista d’inchiesta, autrice di un saggio, molto documentato, appena uscito in libreria: “Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo” (Editrice Emi, pagg. 288, Euro 20). Nicoletta Dentico, è esperta di cooperazione internazionale e diritti umani. Ha coordinato in Italia la Campagna per la messa al bando delle mine vincitrice del Premio Nobel per la Pace nel 1997, e diretto in Italia Medici Senza Frontiere con un ruolo importante nel lancio della Campagna per l’Accesso ai Farmaci Essenziali. Cofondatrice dell’Osservatorio Italiano sulla Salute Globale (Oisg), ha lavorato a Ginevra per Drugs for Neglected Diseases Initiative, e poi per l’Organizzazione mondiale della sanità. Dal 2013 al 2019 è stata consigliera di amministrazione di Banca Popolare Etica e vicepresidente della Fondazione Finanza Etica. Dirige il programma di salute globale di Society for International Development (Sid).

Nicoletta, è davvero molto interessante il tuo libro. È un’autentica radiografia del turbocapitalismo contemporaneo. Infatti sotto la “filantropia” c’ è un preciso disegno economico-culturale e quindi anche politico… È così?

Distinguerei fra filantropia tout court e filantrocapitalismo, che è la fattispecie di strategia filantropica che il mio libro vuole illuminare. Che cos’è, il filantrocapitalismo?  E’ un modello operativo con cui i ricchi imprenditori del mondo industrializzato riescono a intrecciare la loro azione imprenditoriale con l’azione umanitaria, ovvero l’ideazione di “un’azione del bene” – diciamo così – che serve in buona sostanza ad oliare gli ingranaggi delle imprese, industrie multinazionali perlopiù, per favorire la loro progressiva penetrazione e influenza nei luoghi delle decisioni politiche, a livello internazionale.  Nella logica del filantrocapitalismo scompare il discrimine tra mondo profit e mondo non profit, anzi la lotta alla povertà diventa un approccio nuovo ed efficace ad assicurare la massimizzazione del profitto. I ricchi filantrocapitalisti sono convinti infatti che il mercato sia la sola soluzione alle sfide del pianeta e alle esigenze di miglioramento sociale che riguardano gran parte della popolazione mondiale. Da vincitori della globalizzazione, in un ordine economico che divide il mondo sempre di più tra sommersi e salvati, i ricchi filantropi si sono messi a gestire anche i poveri con traiettorie che quasi mai intaccano, anzi talvolta persino rafforzano, le dinamiche di ingiustizia che governano il mondo. Ma il potere dei loro soldi ha una capacità di seduzione senza pari, anche nei confronti della politica.  

Vediamo le origini del fenomeno. Lo sappiamo che in sé la “filantropia” esprime “amore per l’umanità”. Ma è nel contesto americano drlla fine dell’ottocento e i primi del novecento, con Carnegie e Rockefellerr, che la filantropia esegue la sua mutazione “genetica” : diventa “amore” calcolato. Come si sviluppa la loro “filantropia”?

 

La consuetudine del “dono” come meccanismo sociale di relazioni risale agli albori della storia umana, come ci ha spiegato il sociologo francese Marcel Mauss, ed è una azione sociale che investe molti ambiti della vita, da quella affettiva e religiosa a quella economica. La nascita invece della filantropia organizzata, delle prime fondazioni che strutturano e professionalizzano la beneficienza risale alla prima industrializzazione in America, che coincide con la costruzione di una nazione dalla natura profondamente oligarchica. Il nuovo capitalismo industriale della fine dell’800 favorisce il repentino sviluppo di grandi fortune legate alla costruzione di ferrovie e strade, alle estrazioni petrolifere, alla nascita dell’industria dell’acciaio. I Rockefeller e i Carnergie – pur nella differenza delle loro storie – sono i due grandi plutocrati apripista. Arricchitisi grazie ai loro monopoli industriali – nel settore del petrolio (Standard Oil) e dell’acciaio (Carnegie Steel Company) rispettivamente – i due tycoon decisero di mettere in campo una parte delle loro fortune per compensare la immagine di imprenditori senza scrupoli, ma soprattutto per neutralizzare le spinte di rinnovamento sociale che premevano da parte delle classi sociali sfruttate e poco pagate. Insomma, una forma nuova di bipolarismo tra capitalismo sfrenato alla ricerca di profitti, e paternalistica beneficienza con il denaro spietatamente ammassato. Il Vangelo della Ricchezza, il libro di Carnegie del 1889 che spiega questa strategia, è un vero capolavoro in questo senso, e servirebbe anche per capire i filantropi più moderni.

Tornando al filantropocapitalismo tu affermi che alla base c’è l’ottimismo del win-win. Cosa vuol dire?

L’ottimismo del win-win (vincono tutti, per intendersi) deriva dalla convinzione che il metodo imprenditoriale sia il miglior veicolo del miglioramento umano. Con le erogazioni e soprattutto gli investimenti a favore dei poveri, è possibile per le fondazioni filantropiche far approdare le loro imprese di riferimento in paesi comunque non ancora colonizzati e dunque promettenti, grazie a molte facilitazioni fiscali, o addirittura con fondi pubblici quando si tratta di programmi internazionali di sviluppo. Vincono i poveri, e vincono i ricchi. La logica win-win è semplice: se i poveri vengono trasformati in consumatori, non saranno più emarginati, perché alla fine anche loro staranno sul mercato. E da clienti possono riconquistarsi la loro dignità.

Una delle frasi più importanti del tuo libro è : “la diseguaglianza è il liquido amniotico del filantropocapitalismo”. Questa, secondo me, è la chiave di lettura di tutto il libro. Alla fine l’opera del filantropocapitalismo è la perpetuazione delle grandi differenze sociali. È così?

Certo. Questa forma di filantropia strategica, e vorrei dire egemonica, è al tempo stesso un effetto della deregolamentazione dell’economia e della finanza, e quindi un sintomo di un sistema capitalistico generalmente inadatto e indisponibile a redistribuire le ricchezze da un lato. Ma è anche una garanzia di mantenimento del potere finanziario, in un campo di gioco senza regole. Sappiamo che i soldi parlano. Sappiamo che la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissime persone – un fenomeno che ha raggiunto livelli mai visti prima nella storia – implica la affermazione di un potere che è in grado di soppiantare anche la sfera politica. Inoltre non dimentichiamo che la azione filantropica, soprattutto quando si parla di grandi fondazioni miliardarie, è uno degli escamotage di agevolazione fiscale più robusti che si possano immaginare. E dunque il paradosso è che sono i cittadini che pagano le tasse a sovvenzionare i filantropi senza aver voce in capitolo sulle loro scelte, invece di destinare quei soldi alla fiscalità generale degli stati.

Facciamo qualche nome: Gates, Turner, i Clinton, Zuckerberg, Soros ecc. Fanno riferimento agli USA e in Europa?

In effetti mi sono occupata perlopiù di filantropi americani, perché è lì che il fenomeno del filantrocapitalismo si è affermato con maggior vigore e capacita di ramificazione negli ultimi 20 anni. Ma il fenomeno filantropico sta dilagando ovunque, si contano oltre 200.000 fondazioni nel mondo, 85.000 delle quali sono insediate in Europa. Alcune delle realtà più affermate di filantrocapitalismo in salsa europea sono quelle delle fondazioni di impresa (corporate foundations), che sono nate negli ultimi anni, sulla scorta degli Obiettivi del Millennio e ora con gli Obiettivi dello Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Penso alla Stiching INGKA Foundation, creata nel 1982 da Ingvar Kamprad, il miliardario svedese che ha fondato IKEA; alla Nestlé Foundation, che ha aperto anche un suo dipartimento salute (Nestlé Health Service); la Welcome Trust in Gran Bretagna, che si occupa di ricerca scientifica; la Robert Bosch Stiftung; la Vodafone Foundation, ramificata in quasi tutti i paesi europei.

Parli molto di Gates e un pò di Soros. In cosa si differenzia Soros rispetto agli altri?

Soros non persegue una agenda filantrocapitalista nel senso tecnico del termine. George Soros con la sua Open Society Foundations persegue una agenda di promozione dei diitti civili, non partecipa ai processi internazionali delle Nazioni Unite e la sua filantropia non si porta dietro la interazione strutturale con il settore privato, come invece fanno Gates, Zuckenberg, Clinton e altri. Soros è un filantropo iconoclasta, non per nulla i settori che maggiormente sostiene riguardano i fenomeni migratori e le questioni sulla proprietà intellettuale. Insomma, Soros è tutta un’altra storia!

Con la potenza del denaro riescono a condizionare Stati ed Organizzazioni internazionali (ONU). Un esempio è la presenza tentacolare della Fondazione di Gates. Anche qui ha avuto fiuto….dove si sviluppa il suo progetto filantropico?  Ci sono conflitti di interesse con Microsoft?

Mutuando da Umberto Eco, potremmo definire Bill Gates l’Ur-filantropo. Il più iconico, il più ricco, il più potente, il più intrusivo. Anche quando l’OCSE fa la mappatura della filantropia, lascia da parte Gates perché la storia della sua fondazione è un capitolo a parte. Gates sviluppa il suo progetto filantropico in ogni ambito della vita umana. Il suo percorso è iniziato nel campo della salute, e io mi sono confrontata con la sua fondazione su questo terreno. Ma si occupa di nutrizione e agricoltura con il progetto di Rivoluzione Verde in Africa, di cui parlo nel mio libro, insieme alla Rockefeller Foundation, si occupa di cambiamenti climatici, di modelli di inclusione finanziaria, di educazione (soprattutto in America), di ricerca scientifica, di politiche nel campo dell’energia. E’ praticamente impossibile sfuggire al suo raggio di azione. La storia di Microsoft e della sua Fondazione vanno di pari passo da parecchio tempo, soprattutto nel campo della agricoltura in Africa questo intreccio si è molto rafforzato come tento di raccontare nel mio libro. La spinta alla digitalizzazione che COVID19 ha imposto al mondo non farà altro che accelerare e irrobustire i fenomeni di interazione tra le attività di Microsoft e quelle della Fondazione Gates.

Continuiamo a parlare di Gates. Sappiamo che è molto interessato alla ricerca sul vaccino anti Covid. Come si intrecciano le cose?

Bill Gates nel 2015, dopo lo scoppio di Ebola in Africa, fece confluire a Seattle importanti esponenti della comunità scientifica per la definizione di scenari sanitari. In quella occasione fu annunciato che un patogeno molto contagioso sarebbe arrivato prima o poi, ed era solo una questione di tempo. Da quel momento la sua fondazione ha irrobustito gli investimenti nelle industrie farmaceutiche e soprattutto biotech. In America, in Europa, in Cina. Dunque, al momento dell’arrivo di Covid19, Gates era probabilmente l’uomo più preparato per organizzare la rete internazionale di industrie di cui è importante investitore. Anche perché è sempre Gates che ha creato le entità pubblico-private più accreditate ormai nella orchestrazione di ricerca e produzione di vaccini nel mondo: la Global Alliance for Vaccine Immunization (GAVI) e la Coalition for Epidemic Preparedness Innovation (CEPI) . Quindi possiamo dire che è lui il kingmaker della partita che riguarda i vaccini, e la loro distribuzione nei paesi del sud del mondo.

Approfondiamo, ancora, un poco la vicenda dei vaccini anticovid. Le grandi multinazionali come Pfizer, per esempio, sono coinvolte. Una delle battaglie è quello sul vaccino come Bene comune. Non sarà facile agli Stati imporre questo status. Qual è il tuo pensiero?

Certo la partita dei vaccini poggia su moltissimi progetti di ricerca – non se ne sono mai visti tanti in un solo periodo temporale – ma su poche realtà industriali. Non dobbiamo dimenticare che prima di Covid19 l’85% della produzione di vaccini dipendeva da 4-5 aziende al massimo. I governi occidentali hanno finanziato la ricerca per il vaccino con imponenti contributi pubblici (16 miliardi di euro la CE, 11 miliardi di dollari gli USA) ma senza porre alcuna condizione all’industria farmaceutica quanto a prezzi, strategie di accesso, trasparenza degli studi clinici. E mentre i leader politici continuano a parlare di vaccino bene comune, le aziende brevettano le innovazioni di know how e prodotti scoperti anche grazie a un finanziamento pubblico senza precedenti.

L’emergenza sanitaria prodotta dal nuovo coronavirus richiede – come mai prima – condizioni di accesso rapido a tutti gli strumenti medicali, inclusi i prodotti farmaceutici come diagnostici vaccini e farmaci, per la prevenzione del contagio e la cura delle persone malate. La perdurante scarsità di prodotti medicali che colpisce soprattutto – ma non solo – i paesi a basso e medio reddito mette in grave pericolo la vita del personale sanitario nel mondo, determina il decesso di un numero significativo di lavoratori essenziali, prolunga la pandemia. Per questo in questi giorni siamo impegnati in una campagna di raccolta firme che chiede al governo italiano di sostenere la richiesta di India e Sudafrica all’Organizzazione Mondiale del Commercio di sospendere tutti i diritti di proprietà intellettuale in materia di prodotti farmaceutici e medicali, durante la pandemia di Covid19.  Sarà una battaglia durissima, le aziende private e i governi occidentali si oppongono e non vogliono sentire storie, ma smuovere le acque in questo ambito potrebbe aprire il varco al nuovo normale che dovremo costruire una volta che il contagio sarà finito.

Torniamo ancora al filantropocapitalismo. Qual è il suo rapporto con la democrazia?

Il filantrocapitalismo per natura e per cultura non si occupa di democrazia, casomai usa il potere dei soldi per dirottarla e neutralizzarla. Ce lo dicono senza equivoci le storie che ho raccontato nel libro. Lo avevano capito bene i politici americani alla fine dell’800, il rapporto di tensione e contrasto tra democrazia e filantropia. Peccato che le classi politiche del mondo contemporaneo non abbiano la stessa consapevolezza di sé e della loro responsabilità nei confronti delle costituzioni democratiche.

Per i sovranisti Gates e Soros sono i grandi nemici. Eppure anche loro, i sovranisti, hanno le loro fondazioni. È così?

Certo che anche i sovranisti hanno le loro fondazioni e le loro filiere filantropiche che li sostengono. Nelle loro incarnazioni contemporanee, le fondazioni rispondono talvolta quasi esclusivamente all’esercizio del potere. Abbiamo per esempio sentito parlare dalle inchieste giornalistiche dei miliardi di euro che sono arrivati ai sovranisti europei da una congiuntura di donazioni di fondazioni di estrazione rigidamente conservatrice americana, in alleanza con finanziamenti di miliardari russi vicini a Putin, entrambi interessati ad erodere lo stato di diritto nel nostro continente. Fondazioni che hanno trovato sponde anche in circoli molto conservatori della Chiesa cattolica, e che tanto per stare nelle nostre vicinanze hanno permesso a Steve Bannon di esercitare la sua azione di influenza strategica da una abbazia del centro Italia. Cose dell’altro mondo!

Arriviamo al termine del nostro colloquio. È possibile una vera filantropia? 

Credo che la vera filantropia, ovvero in senso etimologico l’unico vero amore per l’umanità, è quello che passa attraverso il cammino della uguaglianza, la libertà e la democrazia. E’ quello che riconosce a tutti e tutte la medesima dignità

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