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Oltre le rendite di posizione associative

In un recente articolo su “ItalianiEuropei” provavo a mettere sul banco degli accusati l’ideologia dei corpi intermedi, cercando di sostenere quanto i costi sociali dell’associazionismo forte abbiano pesato nella vicenda storica del nostro paese dagli anni settanta in poi. La retorica tradizionale, infatti,  sia di destra che di sinistra, ha sempre sottolineato il ruolo positivo svolto dai corpi intermedi, considerati fattori di stabilizzazione politica del paese e cinghia di trasmissione tra classi dirigenti e cittadini. 

E se invece la realtà fosse diversa? È possibile avanzare l’idea che alcuni dei grandi problemi del paese siano, per una parte molto ampia, diretta conseguenza della cristallizzazione di una congerie di interessi organizzati in solide associazioni di rappresentanza, tutte protese a difendere il loro particolare, senza responsabilità reale verso le sorti del paese e senza verifica di qualsiasi tipo di compatibilità generale? Per certi versi, insomma, il guaio italiano sembra derivare da una filiazione diretta del corporativismo (irresponsabile), senza cioè  i correttivi rintracciabili tanto nel modello di rapporti tra stato e interessi  basato sul  pluralismo delle lobbies – instabile,  provvisorio, magmatico, ma sempre strutturato sulla logica delle pressioni su di un decisore pubblico forte e autonomo –  quanto nel modello neocorporativo, dove le grandi organizzazioni di rappresentanza degli interessi sono investite in modo ufficiale della responsabilità dei conti pubblici (internalizzazione del vincolo esterno nella contrattazione collettiva) e dell’efficienza di alcuni servizi pubblici (modello ghant).  

Detta senza mezzi termini, la domanda da porsi è se tra le cause del declino italiano ci siano anche le associazioni di rappresentanza degli interessi: quelle vere, grandi, radicate nel territorio, con decine di migliaia di funzionari e dipendenti, non le generiche lobbies e corporazioni di cui a volte si discute in termini sommari.

La trappola strutturale in cui è caduto il nostro paese è caratterizzata da tre grandi emergenze, tutte e tre giunte contemporaneamente tra capo e collo, in forme tanto estreme quanto drammatiche. La prima emergenza riguarda la gravissima crisi che, a partire dal 2008, si è riversata dal mondo della finanza sull’economia reale, innescando una profonda recessione dalla quale fatichiamo più di altri a uscire. Per le aziende questo significa, tra le altre cose, problemi di accesso al credito e maggiore competizione per intercettare un potere d’acquisto in contrazione. Tale contrazione non è probabilmente legata esclusivamente a un andamento ciclico di passaggio, ma anche a una strutturale saturazione dei mercati interni all’area OCSE per molti beni e servizi di tipo tradizionale. Di qui la necessità per tutti i paesi industriali avanzati – e un obbligo per noi – di aumentare il più rapidamente possibile la propria quota di esportazioni su base mondo.

La seconda emergenza è relativa alla mancata soluzione del problema del nostro debito pubblico, che ha ridotto al lumicino i gradi di libertà nella scelta delle strategie per fronteggiare la crisi economico-finanziaria degli ultimi cinque anni. Invece di sfruttare la congiuntura positiva della seconda metà degli anni Novanta e della prima metà degli anni Duemila per risanare le finanze pubbliche si è preferito rinviare le inevitabili riforme strutturali e sperare in una prosecuzione della congiuntura positiva sine die.

In terzo luogo, nonostante un dibattito politico e associativo durato oltre vent’anni, l’Italia ha rinviato qualsiasi decisione relativa ai suoi assetti istituzionali (governo e Parlamento, Regioni, Province, Comuni), innescando un ulteriore fattore di criticità derivato da un aumento di spese periferiche che oggi ci si accorge essere state del tutto non controllate, inefficienti e inefficaci. Di qui un aumento dei divari territoriali Nord-Sud e un più generale deterioramento dell’efficienza del paese.

La responsabilità di questi ventennali esiti negativi è esclusivamente da attribuire alla politica oppure c’entrano qualcosa anche i cosiddetti “corpi intermedi”, ovvero le associazioni di rappresentanza degli interessi, sindacati e organizzazioni datoriali in primo luogo? Sotto il profilo storico, la rappresentazione retorica tipica del “discorso nazionale”, sia di destra che di sinistra, ha sempre messo l’accento sul ruolo positivo dei corpi intermedi, considerati fattori di stabilizzazione politica del paese e cinghia di trasmissione tra classi dirigenti e cittadini. Ma siamo così sicuri che sia stato davvero così per il passato? E, soprattutto, che l’ipotetico giudizio positivo sui decenni trascorsi prolunghi anche oggi il suo alone sulla congiuntura odierna? Detta in altro modo, si potrebbe avanzare l’idea che le tre grandi emergenze prima indicate siano l’esito inevitabile di pesanti “rendite neocorporative”, ovvero della cristallizzazione di una congerie di interessi organizzati in solide associazioni di rappresentanza, tutte protese a difendere il loro particolare, senza responsabilità reale verso le sorti del paese e senza verifica di qualsiasi tipo di compatibilità generale. Non ci si faccia abbagliare dal richiamo costante di ognuna di queste associazioni all’“interesse generale”, perché fa parte del loro armamentario retorico – quasi un riflesso automatico – ammantare di roboanti buoni propositi (di tutela dell’interesse generale) gli obiettivi più indifendibili.

Del resto, va ricordato che il numero delle organizzazioni di rappresentanza degli interessi nel nostro paese non ha eguali al mondo. In parte, perché di derivazione politica, quindi almeno moltiplicate per tre (ex PCI, ex DC, ex socialisti e laici), visto che l’esaurirsi della matrice originaria non ha avuto come conseguenza – Michels docet – le tanto auspicate fusioni (mergers) associative, esclusi i casi delle rappresentanze delle ex aziende pubbliche. In parte, perché sussidiate in mille modi dallo Stato e favorite da una legislazione di sostegno molto generosa: distacchi retribuiti, contributi figurativi, quote di servizio contrattuale, fondi obbligatori, diritti camerali ecc., una terminologia (volutamente) oscura con la quale si cerca di mimetizzare solide guarentigie associative. In parte, infine, perché l’associazionismo si è esteso a macchia d’olio ben oltre i confini degli interessi sindacali e datoriali strettamente intesi: basti pensare all’assurdità di un’associazione di tutela degli interessi dei Comuni (ANCI), ricalcata pari pari sul modello di un sindacato, in perenne conflitto con governo, Parlamento e Regioni. La cartina di tornasole è farsi su ogni argomento una domanda di questo genere: senza le associazioni si sarebbe fatto prima, meglio e in modo più rispettoso degli interessi davvero in gioco? Ad esempio, senza l’ANCI la riforma degli enti locali – fatto compiuto in tutta Europa – sarebbe già nell’ordinamento di questo paese o no?

Se proviamo ora a immaginare il futuro del nostro paese, assumendo come orizzonte di comodo il 2020 e immaginando – con ottimismo – che l’Italia riesca a superare le tre emergenze citate prima, appare abbastanza plausibile immaginare uno scenario dell’associazionismo economico che possiamo delineare a grandi tratti in questo modo: a) un numero più ridotto rispetto a oggi di grandi centrali confederali, capaci di offrire in modo efficiente una grande quantità di servizi e prodotti alle imprese associate; b) le poche grandi centrali confederali saranno dotate di elevata trasparenza e accountability e saranno capaci di farsi carico responsabilmente di una parte significativa di politiche pubbliche in campo economico su delega dello Stato; c) l’attività di rappresentanza sarà sempre più filtrata dalla capacità di interpretare l’interesse nazionale in campo economico, inteso come la massimizzazione della crescita del PIL e delle esportazioni sotto il vincolo di un debito pubblico contenuto; d) il baricentro organizzativo andrà strutturandosi sui livelli nazionali, regionali e zonali, mentre le attività di produzione di servizi e prodotti confederali saranno finalizzate a dare valore a imprese, reti e filiere, incrociando le attività e i ruoli delle strutture categoriali e territoriali.

Non dobbiamo nasconderci quanto improbabile sia lo scenario appena prospettato, vuoi per la frammentazione del panorama associativo, vuoi per le difficoltà dei processi aggregativi sperimentati anche di recente (vedi Rete imprese Italia e le altre aggregazioni di confederazioni datoriali). Si osservi la resistenza delle Camere di commercio verso una loro semplificazione, auspicata a parole da tutti, visto il paradosso – solo italiano – di duplicazione perfetta, Provincia per Provincia, dalla Lombardia alla Sicilia, di un coacervo di associazioni di rappresentanza datoriali e delle Camere di commercio a base provinciale. Perché? Questo è il problema da mettere a fuoco. 

A mio avviso la risposta sta nella sottovalutazione delle trappole associative sollevate a suo tempo da Mancur Olson, sulla scia (inconsapevole) di Roberto Michels, e nella sopravalutazione del giudizio ottimistico sulla capacità delle associazioni di contribuire al bene comune che accomuna Tocqueville a Toniolo, Putnam a De Rita. Olson – e come lui Jack Walker – ha chiarito che senza efficaci contromisure le associazioni tendano per loro intrinseca natura ad accumulare rendite su rendite, all’interno di coalizioni distributive, a danno costante dell’erario pubblico. Solo in particolarissime circostanze questo esito viene evitato: in paesi di piccolissime dimensioni (secondo la lezione di Katzenstein di trent’anni fa), dove sono tendenzialmente coincidenti interessi generali e interessi sezionali (encompassing interests). Fuori da questo caso estremo, solo una politica forte e severi controlli istituzionali possono impedire agli interessi associati di strozzare il bilancio statale. La furbizia tipicamente nostrana è stata quella di ammantare della retorica dell’interesse nazionale il perseguimento degli interessi particolari senza mai pagare dazio, ovvero senza che nessuno alzasse il dito e facesse vedere quanto fuorviante (e costosa) fosse questa retorica. Ma prima o poi i nodi arrivano al pettine per tutti: i sindacati; la Confindustria; le associazioni della piccola impresa, dell’artigianato, del commercio, dell’agricoltura; gli ordini professionali e le loro casse previdenziali; le Camere di commercio e così via. E la parola torna in primo luogo alla politica.

A prima vista sembra impossibile che la risposta alle rendite associative stia nella politica. Tuttavia andrebbero tenute a mente due leve su cui la politica e le istituzioni possono contare in questa fase storica: in primo luogo l’internazionalizzazione, che mina una parte importante del potere di interdizione in mano alle organizzazioni di interesse economico (Fiat docet); in secondo luogo la “disintermediazione” via canali informatici (web), che consente per la prima volta una concorrenza con agenzie private in grado di offrire gli stessi servizi a costi minori ed efficienza maggiore. Se si tiene conto di questi due cambiamenti strutturali, le organizzazioni di rappresentanza di interesse sono in questo momento dei “giganti dai piedi di argilla”, per cui anche una politica indebolita, qual è quella nostrana, potrebbe avere buon gioco per andare a verificare l’effettiva solidità di questo mondo, sfidandolo sul terreno della riforma/autoriforma.

E’ quanto sta facendo – mi pare Matteo Renzi: abolizione della causale sui tempi determinati, ottanta euro in busta paga; taglio dei distacchi sindacali nel pubblico impiego; dimezzamento dei contributi obbligatori delle aziende alle Camere di Commercio;  riforma dell’articolo 18 – cosa sono tutte queste misure se non un modo di mostrare al paese che le “rappresentazioni” con cui le associazioni  pretendono di  interpretare gli interessi economici sono totalmente disallineate con i reali  bisogni di quegli stessi interessi economici (siano essi imprenditori, artigiani, commercianti, lavoratori dipendenti)? Ovviamente Renzi e la politica fanno – finalmente- il loro mestiere, quello di riprendersi lo scettro del comando sull’orlo del burrone e mostrare ai cittadini elettori quanto poco di interesse generale vi fosse nell’azione delle loro rappresentanze professionali. Si tratta di un’azione che può funzionare solo con una “rappresentazione” da ultima spiaggia, ma si tratta di una costatazione che oramai appartiene al sentire comune della larghissima maggioranza degli elettori. 

Stupisce, semmai, l’incomprensione di tutto ciò da parte  delle burocrazie associative – clamoroso l’imbarazzo  di Confindustria sull’articolo 18 – e da parte della vecchia guardia dei politici di professione, come nel caso degli interventi di D’Alema e Bersani nella direzione del Pd del 29 settembre 2014. Come mai tanta incomprensione? Come mai le burocrazie sindacali e associative si trovano a braccetto con la vecchia politica, quella stessa che ha fallito – in modo tanto definitivo quanto   drammatico per il paese – il suo tentativo di “scalata al cielo” negli anni novanta e duemila? 

Forse la risposta sta nei conti mai fatti fino in fondo con gli anni settanta e ottanta, insomma con il dopo Moro. Da quel momento qualcosa si rompe – tanto nei partiti quanto nei cosiddetti corpi intermedi – e le cose che si potevano e dovevano fare vengono rinviate sine die. Il problema riguarda l’ultimo Berlinguer, De Mita, e via dicendo ma anche Callieri, Trentin, Carniti, Marini.  In questo senso  sarebbe utile uno sforzo ulteriore di approfondimento analitico per identificare le premesse al declino insite nelle scelte (in apparenza) vittoriose fatte negli anni del sindacato e della Confindustria in auge. Ad esempio, guardando al sindacato, invece della museificazione e della santificazione dei leader del movimento sindacale degli anni settanta, bisognerebbe avviare una vera e propria “critica del sindacalismo forte”, per comprendere le ragioni del cambio di strategia troppo flebile e contradditorio a partire dalla seconda metà degli anni settanta: lì, in quel breve volgere di anni attorno alla fatidica sconfitta di Fiat ’80, si è giocata larga parte della partita. Se fosse vera questa ipotesi il corporativismo irresponsabile all’italiana è il frutto avvelenato delle mancate scelte di coloro che furono alla guida del sindacalismo trionfante. 

Parole ruvide e antipatiche, lo so. Ma quando Renzi si prende la libertà di sbeffeggiare in malo modo sindacati e associazioni lo può fare solo perché un fardello trentennale ha dilapidato qualsiasi credibilità di questi presunti benefattori che sono i corpi intermedi: prima se ne fanno una ragione,  meglio è.  Ovvero: prima si riprende una revisione critica sul passato e sul presente associativo, prima si possono cercare le vie per una radicale revisione delle “rappresentazioni” che le associazioni propongono agli interessi che vorrebbero rappresentare.

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