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Pensioni e inflazione

Se c’è un punto in cui l’azione del governo Meloni risulta del tutto opposta ai programmi elettorali questo è senza dubbio il tema pensioni. In sintesi possiamo dire che dall’“abolire” la Fornero siamo arrivati al “peggioramento” della Fornero. Come risultato di anni di proclami e di battagli annunciate, una volta sulla tolda di comando non è certo un bel risultato.

Questo riguarda essenzialmente i pensionandi, i lavoratori che vogliono sapere quando potranno andare in pensione e a quali condizioni. Cosa è successo invece a chi in pensione c’era già?

Difficile non ricordare le critiche, gli insulti, alla Fornero quando con il governo Monti ci fu il blocco della perequazione per le pensioni sopra tre volte il minimo, e all’allora ministro del Lavoro spuntarono alcune lacrime nel darne la notizia.

Nella prima legge di bilancio del governo Meloni c’è stato un forte intervento riduttivo sulla perequazione delle pensioni, con la sospensione per due anni della perequazione a scaglioni appena reintrodotta da Draghi l’anno precedente e il ritorno alla perequazione a fasce nettamente più sfavorevole.

Da sottolineare, tra l’altro, che mentre il provvedimento Monti-Fornero rientrava in una serie di misure che colpivano tutti in situazione di crisi, quello di Meloni-Giorgetti, motivato per ragioni di bilancio, si accompagnava tuttavia a interventi a favore di altre categorie, come ad esempio l’allargamento del limite della flat tax degli autonomi da 65.000 a 85.000 euro.

Insomma, sulle pensioni gli attuali partiti di governo si sono abbondantemente contraddetti.

L’intervento restrittivo sulla perequazione delle pensioni nel 2023 operato dal ministro Giorgetti era largamente prevedibile. Difficoltà nel fare la legge di bilancio, l’esplosione dell’inflazione con la prospettiva di un aumento di circa 21 mld della spesa pensionistica solo per effetto della perequazione con il ritorno del metodo a scaglioni operato da Draghi l’anno precedente. Facile prevedere che il ministro del Tesoro sarebbe ricorso al “salvadanaio” pensionistico per trovare risorse. Del resto era quello che tanti governi precedenti hanno spesso fatto. Giorgetti non è stato certo il primo a cercare risorse tra i pensionati. 

Un po’ di storia della perequazione

La perequazione automatica delle pensioni è introdotta con la legge n. 153/1969. Dal primo gennaio di ciascun anno le pensioni sono aumentate, senza alcuna distinzione di importo, in misura pari all’aumento del costo della vita calcolata ai fini della scala mobile. Nel 1975, con la legge n.160 si aggiunge il legame con le retribuzioni; sempre dal primo gennaio di ciascun anno, le pensioni sono aumentate in base alla variazione percentuale delle retribuzioni minime contrattuali degli operai dell’industria.

Dal 1984 (legge n.730/1983) la perequazione passa da annuale a trimestrale (1° febbraio, 1° maggio, 1° agosto, 1° novembre), sempre in base all’indice del costo della vita calcolato ai fini della scala mobile. La stessa legge introduce per la prima volta una differenziazione della perequazione in base all’importo della pensione. È una differenziazione per scaglioni, perequazione piena per l’importo fino a due volte il minimo INPS, ridotta al 90% per l’importo compreso tra due e tre volte il minimo, pari al 75% per gli importi superiori. 

Con la legge n. 41/1986 la perequazione diventa semestrale (1° maggio e 1° novembre).

Dal 1994 con la riforma Amato (D.lgs. n. 503/1992) la perequazione torna annuale (primo novembre) e dall’indice della scala mobile si passa all’indice ISTAT dei prezzi al consumo per famiglie di operai ed impiegati (FOI). È eliminato il collegamento della perequazione con la variazione delle retribuzioni; al suo posto la norma prevede che “ulteriori aumenti delle pensioni possono essere stabiliti con legge finanziaria in relazione all’andamento dell’economia sentite le organizzazioni sindacali maggiormente rappresentative”. Previsione mai applicata. 

La legge n.724/1994 stabilisce che a partire dal 1996 la rivalutazione delle pensioni scatta il primo gennaio di ogni anno in base all’aumento dei prezzi al consumo per famiglie di operai ed impiegati dell’anno precedente.

La perequazione al primo gennaio sulla base della variazione dei prezzi dell’anno precedente è il sistema tutt’ora in vigore. 

Dal 1° gennaio 1999 la perequazione si effettua sulla base del cosiddetto cumulo perequativo, ossia prendendo a riferimento il reddito complessivo derivante dal cumulo dei trattamenti, erogati dall’INPS e dagli altri Enti presenti nel Casellario Centrale dei Pensionati, per ciascun pensionato.

Nel calcolo della perequazione una modifica importante è avvenuta con la legge 147/2013 che ha sostituito la perequazione per scaglioni, usata fino a quel momento, con quella per fasce o classi di importo (la stessa metodologia è stata usata con il decreto 65/2015 in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale dello stesso anno). Con il primo sistema una pensione è rivalutata in base alle diverse aliquote attinenti ai vari scaglioni in cui essa ricade. Con il secondo sistema una pensione è rivaluta con una sola aliquota corrispondente alla fascia o classe di importo in cui si colloca. 

L’importo annuo della perequazione sull’intero ammontare delle pensioni erogate è molto alto. Il monte pensioni complessivo preso come base di calcolo nella Relazione tecnica della legge di bilancio 2022 ammontava a 292 miliardi. In base al tasso di inflazione ipotizzato del 7,3% (in realtà sarà poi a consuntivo dell’8,1%) l’aumento di spesa lordo prodotto dalla perequazione sarebbe stato pari a circa 21 miliardi. Questi valori spiegano perché i diversi governi hanno spesso considerato il taglio della perequazione come una fonte sicura di risparmio di spesa.

Un intervento che ha prodotto risparmi di spesa alti è stato quello effettuato dal governo Monti per il biennio 2012/13 con il blocco totale della perequazione per le pensioni superiori a tre volte il minimo INPS. Il risparmio stimato allora, al netto degli effetti fiscali, ammontava a 1,8 mld nel 2012 e a 3,1 mld nel 2013, risparmio che poi continuava negli anni seguenti. Questi risparmi tuttavia sono stati parzialmente ridimensionati in seguito alla sentenza 70/2015 della Corte Costituzionale che ha ritenuto incostituzionale il blocco deciso dal governo Monti e dal D.L. 65/2015 che ha “corretto” il blocco limitandolo alle sole pensioni superiori a sei volte il minimo.

Più limitati i risparmi stimati in seguito all’intervento della legge 147/2013 del governo Letta. La perequazione non era più a scaglioni ma a fasce. Il risparmio di spesa prodotto, sempre al netto degli effetti fiscali, era di 380 milioni nel 2014, di 904 nel 2015, di 1.415 nel 2016. 

L’accordo tra i sindacati Confederali e il governo Renzi del settembre 2016, recepito nella legge di bilancio per il 2017, prevedeva che dal 2019 la perequazione sarebbe stata applicata con le regole previste dalla legge 388/2000, ossia con il sistema a tre scaglioni. Il governo Conte ha invece mantenuto per il triennio 2019/21 il sistema a fasce esistente nel 2018 con alcune modifiche. 

Il risparmio ottenuto, secondo la Relazione tecnica, ammontava, al netto degli effetti fiscali, rispettivamente a 253, 745, 1.228 mld nel triennio 2019/21. 

Anche il governo Meloni, dopo il ritorno per un anno al sistema a scaglioni, ha applicato per due anni quello a fasce e ottenuto così, secondo la Relazione tecnica, al netto degli effetti fiscali pari a 2.121, 4.098 e 3.953 nel triennio 2023/25.

Questi gli effetti macro, sul bilancio pubblico e sulla spesa pensionistica della minore perequazione, poi ci sono gli effetti sulle singole pensioni o, più correttamente, sui singoli pensionati, dato il “cumulo pensionistico”. Molto diverso è l’effetto del metodo a scaglioni e di quello a fasce, soprattutto quando l’inflazione è alta. Nel metodo a fasce le pensioni non coperte integralmente più sono alte meno sono tutelate da indici di perequazione decrescenti. Nel metodo a scaglioni una loro parte è comunque integralmente coperta.

Vediamo nel biennio 2023/24 cosa ha comportato l’applicazione del metodo a fasce introdotto dalla legge di bilancio 2022 rispetto al sistema a scaglioni in vigore nel 2022 e tornato in vigore nel 2025.

Nel 2023 le pensioni integralmente coperte rispetto all’inflazione erano quelle fino a 2.101 euro lorde (1.658 al netto dell’Irpef nazionale). Le pensioni di importo superiore vedevano via via diminuire la copertura al crescere del loro importo fino al 32% (diventato 22% nel 2024) per le pensioni superiori a 5.253 euro lorde (3.529 netti). Nella tabella sono riportati gli importi per alcuni ratei di pensione con i due sistemi e la perdita mensile nel 2023 e nel 2024 dovuta al passaggio dalla perequazione a scaglione a quella a fasce. 

Tavola 3 – Importi di pensione mensili in base ai due sistemi di perequazione

2022       1.500,0        2.000,0          2.500,0          3.500,0          4.500,0       9.000,0 
Importi mensili ratei di pensione nel sistema a fasce, legge di bilancio 2022 
2023       1.621,5        2.162,0          2.672,1          3.633,2          4.634,9       9.233,3 
2024       1.709,1        2.278,7          2.794,8          3.725,5          4.727,5       9.343,0 
Importi mensili ratei di pensione nel sistema a scaglioni, legge 380/2000
2023       1.621,5        2.162,0          2.682,3          3.712,7          4.773,5       9.546,9 
2024       1.709,1        2.278,7          2.812,7          3.863,2          4.966,9       9.933,6 
Differenza mensile lorda
2023              –                  –               10,2              79,5            138,6          313,6   
2024              –                  –               17,9            137,7            239,4          590,6   

Il punto grave è che non si tratta di una perdita circoscritta ai due anni, ma di una sottrazione di reddito pensionistico permanente nel tempo. Quei valori di minore importo pensionistico indicati per il 2024, infatti, ci saranno anche negli anni successivi.

I valori delle pensioni nel tempo

Quando nel 1969 fu introdotta la perequazione, la percentuale di incremento delle pensioni era uguale per tutte a prescindere dall’importo. È solo con dal 1984 che la perequazione è diversa in base all’ammontare della pensione. Questa diversità produce una diversa crescita delle pensioni nel tempo e si traduce in una perdita reale del valore della pensione tanto maggiore quando minore è la percentuale di perequazione rispetto al 100 per cento e quanti più sono gli anni di godimento della pensione. Importante poi è il valore dell’inflazione, tanto più è alto tanto maggiori saranno gli effetti negativi indicati.

Limitandoci al sistema in vigore dal 1996, gli importi di pensione con perequazione pari al 100 del costo della vita sono stati prima quelli fino a due volte il minimo Inps, dal 2001 quelli fino a tre volte il minimo Inps, dal 2020 quelli fino a tre volte il minimo. Sola eccezione gli anni tra il 2008 e il 2010 nei quali la copertura al 100% copriva le pensioni fino a 5 volte il minimo. Per tutte le altre pensioni la percentuale di perequazione era ed è inferiore al costo della vita e questo comportava e comporta una perdita in termini reali.

Per le pensioni più alte, in alcuni anni si sono aggiunti blocchi totali della perequazione o della perequazione oltre un certo importo. In due occasioni infine sono stati introdotti contributi di solidarietà per le pensioni più elevate. I contributi di solidarietà hanno un impatto diverso perché i loro effetti si limitano agli anni in cui sono applicati e non hanno effetti permanenti.

È possibile ricostruire la dinamica di diversi importi di pensione nel tempo e valutare così la perdita di valore reale delle pensioni non perequate al 100 per cento.

Nel grafico sono considerati sei diversi importi di pensione nel 1995 e la variazione dell’inflazione misurata dal FOI. Fatto 100 i rispettivi valori nel 1996, le curve indicano nel tempo come questi siano cambiati.

Pensione Annua 1995      12.000       14.000       23.000       32.000       45.000       90.000 
Minimo Inps<3>3<4>5<6>7<8>10<11>21<22

La linea nera indica la crescita dell’inflazione, le altre linee indicano la crescita di valore delle diverse pensioni. La distanza tra le linee delle pensioni mostra il diverso grado di perequazione tra i singoli importi nel tempo, mentre la distanza con la linea del FOI indica la perdita o meno nel tempo in termini di potere di acquisto.

Grafico 1Variazione delle pensioni per importo in base alla perequazione

Risulta evidente l’effetto negativo crescente sul valore reale della pensione, rispetto al FOI, della perequazione ridotta per le pensioni superiori all’importo minimo integralmente tutelato. L’effetto è contenuto per le pensioni comprese tra tre e 4 volte il minimo, e poi diventa via via più consistente al crescere della pensione. Nell’intero periodo, una crescita nominale di 13,2 punti inferiore rispetto al FOI per le pensioni inizialmente comprese tra 5 e 6 volte il minimo, di 27,3 punti in meno per le pensioni inizialmente comprese tra 7 e 8 volte il minimo, di 34,4 punti in meno per le pensioni inizialmente comprese tra 10 e 11 volte il minimo e di 39,6 punti in meno per le pensioni inizialmente comprese tra 21 e 22 volte il minimo. 

La crescita nominale maggiore delle pensioni fino a tre volte il minimo rispetto al Foi non è dovuta a una perequazione superiore al 100 per cento, ma al fatto la perequazione è calcolata sulla base del FOI dell’anno precedente e che quindi in corso d’anno le pensioni più basse possono crescere di più o di meno del FOI a seconda che ci si trovi con una inflazione calante o in crescita. 

Il periodo considerato 1995/2024, 30 anni, è piuttosto lungo e certamente non tutte le pensioni hanno questa durata, anche se va considerato che l’età media di pensionamento nel 1995 era molto più bassa di quello attuale e più lungo quindi il periodo di godimento atteso della pensione. 

Si può dire che la ridotta perequazione per le pensioni superiori a tre/quattro volte il minimo si configura in concreto come un “contributo di solidarietà annuo permanente”, la cui entità dipende dal tasso di inflazione. Più questo è alto maggiore è il “contributo di solidarietà” applicato. Variando inoltre le percentuali di perequazione si varia (si aumenta) il contributo di solidarietà applicato.

Si può quindi dire che ogni anno le pensioni superiori a quelle totalmente coperte contribuiscono alla sostenibilità finanziaria del sistema pensionistico attraverso una diminuzione nel tempo del valore reale del loro importo.

Lo si può considerare un sistema accettabile per le pensioni interamente retributive, specie quelle più elevate. È noto, infatti, che le pensioni retributive, per definizione possiamo dire, non corrispondono in larga parte ai contributi versati. Sono calcolate in base agli ultimi anni di retribuzione (a volte ultima retribuzione) e a prescindere dall’età di pensionamento. 

Oggi, tuttavia, ci sono, e aumenteranno progressivamente nel tempo, pensioni con quote contributive via via crescenti, quote corrispondenti ai contributi versati. Ridurre la perequazione a queste pensioni, o a queste parti di pensione, non ha alcuna giustificazione.

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