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Per il lavoro a tempo determinato, l’unica ricetta è pagarlo di più

Chiusa la partita della legge di bilancio, con un modesto e contraddittorio “bilancio”, la neo Ministro del Lavoro Calderone ha aperto il cantiere della flessibilità del lavoro, mettendo nel mirino il lavoro a tempo determinato. 

Francamente, non si comprendono le ragioni per cui lo ha fatto, pur avendo un corposo numero di dossier da affrontare: dal sommerso all’alternanza scuola lavoro, dalla sicurezza sul lavoro all’orientamento professionale, dall’ uso efficace delle risorse europee per la formazione professionale, alle politiche attive da impostare per governare un mercato del lavoro che non offra più soltanto lavoro povero e contemporaneamente lamentare una cronica carenza di medie ed alte professionalità.

E’ vero che, soprattutto di fronte alle critiche dei sindacati confederali, il “tavolo” si è allargato. Si procederà per riunioni tecniche sui vari fronti e nessuno sa entro quali tempi si perverrà, se si perverrà, ad una conclusione positiva. Di certo, vi è che la Ministra ha fatto capire che il cuore delle discussioni risiede in una nuova normativa sul lavoro a tempo determinato. Più semplificata, più agile, in altre parole meno vincolante.

E’ storia vecchia, questa dei paletti normativi da porre all’utilizzo del lavoro a tempo determinato. Non c’è Ministro del lavoro che non si sia cimentato in questi ultimi venti anni. Inoltre, è vicenda in parte ridimensionata dalla legge di bilancio, che ha ripristinato da una parte, i voucher per i lavori saltuari o di brevissima durata e dall’altra rafforzato la flat tax che può alimentare qualche suggestione a passare da dipendente a tempo, ad autonomo quasi esentasse. E soprattutto è una problematica che, nel contesto attuale, non crea frizioni particolari: è stato utilizzato moltissimo nei mesi della ripresa economica dopo la pandemia, ma ora che le prospettive sono meno brillanti, le prime disdette riguardano appunto questo tipo di contratto.

In ogni caso, il tema è posto ed è sperabile che non lo si affronti in modo tradizionale, burocratico, leguleio. Sono più di venti anni che la flessibilità nel mercato del lavoro è terreno di battaglia tra chi la vuole senza regole e chi le vorrebbe molto restrittive. Il risultato è che il ricorso alle tante forme di lavoro a tempo determinato, è sempre più esteso e frammentato. 

Anche il ruolo contrattuale del sindacato è diventato più difficile. Esso si è progressivamente ristretto alla condizione dei dipendenti a tempo indeterminato e siccome la platea dei lavori flessibili è largamente formata da giovani, anche l’attrattività del sindacato è andata scemando e la scomposizione del mondo del lavoro si è consolidata. In questo quadro, dovrebbe essere sempre più evidente che affidare alla legge il compito di confinare in ambiti precisi l’utilizzo di questo tipo di contratto è fatica pagata con carta straccia. Le nuove organizzazioni del lavoro sfuggono ad interpretazioni rigide e univoche. Ed in più sono mutevoli nel tempo.

Bisogna cambiare approccio, mettere la sordina al confronto ideologico, abbandonare l’ambizione di ingabbiare una volta per tutte ciò che è mutevole e indeterminabile.  Occorre ripristinare la sovranità contrattuale, in una cornice legislativa molto chiara e semplice: stabilire che tutte le forme di lavoro a tempo determinato devono costare di più di quella a tempo indeterminato. 

Se un’azienda privata o l’amministrazione pubblica vogliono ricorrere al lavoro a tempo determinato devono “pagare pegno”, riconoscendo il grande vantaggio che distingue questo tipo di lavoro dall’altro: quando il contratto scade, non c’è obbligo di motivazione per non rinnovarlo e il lavoratore o la lavoratrice rischiano di avere periodi brevi o lunghi di non lavoro che influiranno sull’accumulazione dei contributi previdenziali.

Proprio per questo, la legge dovrebbe lasciare libera la contrattazione di stabilire quanta parte del costo in più va a salario e quanta a ulteriore contribuzione previdenziale per meglio alimentare il montante contributivo dell’individuo.

In definitiva, a meno che non si voglia perseguire l’idea ingannevole che l’unica forma di lavoro è quella a tempo indeterminato e che tutte le altre vanno abolite o condizionate al massimo, vale la pena assicurare una tutela speciale a chi volontariamente o per necessità accetta di lavorare a tempo, sia per l’immediato che per la prospettiva pensionistica.

Questo sarebbe un primo passo verso quella ricomposizione del mercato del lavoro che tutti dicono di voler perseguire, ma che continua ad esistere, alimentando una miriade di problemi. Con la riappropriazione da parte della contrattazione di questo segmento dell’ area del lavoro dipendente, non solo si rilancia l’omogeneità dei diritti tra i lavoratori, ma si può ricondurre ad una dimensione fisiologica il fenomeno, riportandolo nell’ambito della “buona flessibilità”.      

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