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Per il lavoro, strutture non norme

Le considerazioni finali del governatore di Bankitalia negli ultimi anni hanno sempre rappresentato tendenza e preoccupazioni di fondo delle società, oltre che dell’economia italiana. Quelle di Ignazio Visco non fanno eccezione. Sottolineano con chiarezza le grandi trasformazioni in atto nel mondo e nel nostro paese; e l’impatto che esse comportano per il nostro paese.

La preoccupazione è evidente e giustificata laddove si rileva come la recessione in atto intacchi profondamente il potenziale produttivo e il reddito delle famiglie con il rischio di ripercuotersi sulla coesione sociale: un bene prezioso non solo per l’economia ma per la vita civile del paese.

E Visco sottolinea ancora come il cambiamento di scenario abbia una portata storica e quindi richieda una capacità di risposta altrettanto straordinaria.

Essere consapevoli di ciò è una premessa fondamentale per reagire adeguatamente alla sfida, “cosa che – secondo Visco – non siamo stati capaci di fare”.

Ed è necessario per impostare correttamente anche il problema dell’occupazione . Prima di proporre soluzioni specifiche occorre cogliere le implicazioni strutturali del cambiamento che investe l’intero sistema: dalle modalità di accumulazione del capitale materiale e immateriale, alle specializzazioni produttive, al sistema di istruzione, alle caratteristiche del welfare, al funzionamento della PA, alla distribuzione dei redditi, alle rendite che sono incompatibili con il nuovo contesto competitivo.

Quella di Visco è una indicazione politica in piena controcorrente con le idee diffuse e propagandate che pensano di risolvere il problema occupazionale con interventi di de regolazione (da destra) o di riregolazione (da sinistra).

Non a caso la relazione contiene un approfondimento sulle attività innovative richieste al nostro paese e in particolare alle nostre imprese; e sottolinea che lo spostamento delle attività dei settori di imprese declinati a quelli in espansione richiede profondi cambiamenti nei rapporti di lavoro e nel sistema dell’istruzione.

Le conseguenze sono rilevantissime, e anche qui mettono in guardia dai luoghi comuni. Cambia il mix occupazionale, per cui i giovani non potranno pensare di rimpiazzare semplicemente gli anziani nei loro posti.

Occorre favorire la nascita e la crescita di imprese nuove per generare opportunità di impiego. La formazione professionale dovrà coprire l’ intera vita lavorativa caratterizzata dalla mobilità; ma per questo si dovranno rafforzare i sistemi di protezione pubblici e privati nei periodi di inattività e di transizione. La scuola dovrà sostenere questi processi, mirando ad accrescerne i livelli di apprendimento e a sviluppare nuove competenze.

Queste indicazioni segnalano tracce di riforme fondamentali per il paese: talora proposte, come quelle in tema di formazione e di protezione sociale, ma poco attuali. Anche quelle approvate hanno tardato a operare, perché sono mancati i provvedimenti attuativi e perché non sono cambiati i comportamenti dell’amministrazione.

Visco sa bene che le riforme di struttura richiedono tempo, ma, ricorda che possono essere attuate in sequenza, purché siano definite in un quadro complessivo; e che un programma credibile può incidere da subito positivamente sulle aspettative.

Questo è un suggerimento fondamentale, anche per il governo Letta. La relazione ribadisce che per quest’anno non ci sono margini di aumento del disavanzo, ma ritiene che si debbano porre le condizioni per sfruttare appieno strumenti e agevolazioni già previste nell’ordinamento all’ingresso e alla permanenza da occupati dei giovani nel mercato del lavoro.

E’ una indicazione prudente – qualcuno l’ha ritenuta troppo prudente. Ma i margini per utilizzare meglio questi strumenti ci sono e su questo punto si stanno attivando i ministri competenti. E’ da anni che si pensa di rendere più selettivi gli incentivi alle imprese e all’occupazione per evitare sprechi ed effetti di “spiazzamento”. Soprattutto è necessario rafforzare le politiche attive del lavoro sia migliorando e razionalizzando l’organizzazione dei servizi all’impiego. La soluzione da tempo proposta e in esame anche all’attuale governo è di attribuire entrambe le funzioni in capo alle Agenzie per l’impiego, rinnovate e potenziate, sul modello adottato nei maggiori paesi europei. Se non è possibile realizzare subito una completa unificazione delle funzioni in capo a una Agenzia, si può procedere per gradi, prevedendo un coordinamento, in forme da definire, fra centri per l’impiego e uffici decentrati dell’Inps. E’ anche possibile sperimentare soluzioni diverse nelle varie regioni, a seconda dello Stato delle loro organizzazioni. Molte regioni sono più avanzate di altre e possono fare da apripista.

Nel nostro sistema, dove le competenze in materia sono distribuite fra stato e regioni, è indispensabile una Agenzia federale, composta da un organismo statale e da un insieme di Agenzie regionali, con una distribuzione coerente di compiti.

Il successo delle politiche attive dipende non solo dalla normativa, ma soprattutto dall’organizzazione e dagli investimenti in risorse umane. Altri paesi hanno dedicato numeri consistenti (qualche migliaio) di persone qualificate alla youth guarantee. Noi non possiamo assumere nuovi dipendenti pubblici, ma si potrebbe destinare quota delle migliaia dei dipendenti in mobilità, previo addestramento, a fare i tutor dei giovani, sia raccordandoli con la gestione degli ammortizzatori sociali. I cambiamenti continui del sistema produttivo e del lavoro, di cui parla Visco, richiedono strumenti non solo di sostegno passivo al reddito ma di riqualificazione e ricollocazione dei lavoratori. Entrambi questi strumenti sono carenti e sono fra i punti dove l’attuazione delle riforme è più urgente. Politiche di formazione e di riqualificazione sono urgenti anche per evitare che la crescita sia “priva di lavoro”.

Tutte le esperienze confermano che non basta prevedere incentivi economici per chi assume giovani, ma serve un’organizzazione che li prenda in carico, che li assista con servizi personalizzati e che sia stimolata a farlo con opportuni incentivi: ad esempio, come si è sperimentato in alcune regioni italiane, con contributi rapportati ai giovani collocati al lavoro.

Per sostenere l’occupazione Visco richiama la necessità anche di una riduzione selettiva delle imposte che privilegi il lavoro e la produzione, perché “il cuneo fiscale che grava sul lavoro frena l’occupazione e l’attività di impresa”. Questo è un obiettivo da tempo perseguito senza grandi risultati. Dovrebbe essere una priorità anche per il governo Letta; ma il suo perseguimento richiede risorse e quindi la capacità di contrastare l’evasione e di ridurre “spese improduttive”: altro obiettivo perseguito da tempo con esiti solo parziali.

E’ significativo che la relazione non abbia fatto cenno a ulteriori riforme della legislazione del lavoro, né in particolare al tema della flessibilità. E’ un punto importante. Conferma l’idea che oggi l’impegno principale non solo per l’Italia, riguarda le politiche della crescita e del sostegno operativo all’occupazione, non la modifica della normativa, che di per sé non crea lavoro.

Ritengo che sia possibile, come sembra voler fare il governo, qualche aggiustamento sperimentale alle recenti leggi sul lavoro; ma senza sovvertire ancora una volta il sistema, come si è fatto in passato ad ogni cambio di governo. Ad es. è possibile liberalizzare in qualche aspetto il contratto a termine per i giovani, come si è deciso per le start up; rendere più semplice l’apprendistato, abolendo l’obbligo legale di stabilizzazione e lasciandolo ai contratti collettivi; ribadire che la formazione si può fare anche on the job, senza necessità di redigere piani formativi, a condizione che sia certificata da enti affidabili.

Altre innovazioni di sistema sono necessarie, come quella, pure ipotizzata in sede governativa, di prevedere opzioni di pensionamento flessibile, entro una fascia di età (ad esempio 63–70 anni) con penalizzazioni, e le forme prospettate di “staffetta generazionale”.

Ma occorrerà valutarne i costi; ed evitare di “sovraccaricare” i testi normativi”.

(*) Ex ministro del Lavoro e oggi presidente del Forum per le Politiche Sociali e la Famiglia del Partito Democratico 

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