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Politiche attive: Anpal ai titoli di coda

Il provvedimento legislativo varato dal governo il 1° maggio ((Dl n. 48/2023) non introduce un’organica riforma delle misure a sostegno della povertà, come era annunciato nella legge di bilancio per il 2023 (legge 197/2022, art. 1, c. 313) e non abolisce il Reddito di cittadinanza. La norma rende soltanto più difficile l’accesso all’“assegno d’inclusione” che, al pari del Rdc, resta una misura di politica attiva del lavoro per i disoccupati poveri e non una misura per la lotta alla povertà. E introduce un nuovo percorso di accompagnamento al lavoro definito “supporto per la formazione e il lavoro” (art. 12) per i poveri disoccupati abili al lavoro ai quali è riconosciuto un sussidio di 350 euro mensili per 12 mesi. Tutto qua.

Tuttavia, rispetto alle regole precedenti, cambiano gli attori delle politiche attive. La novità è costituita dalla totale svalutazione dei centri per l’impiego, così come del programma Gol e dal totale esautoramento dell’Anpal nell’organizzazione, gestione e monitoraggio delle iniziative destinate ai disoccupati poveri. 

La parabola dell’Anpal e del programma Gol

Nata con il decreto n. 150/2015, l’Anpal avrebbe dovuto costituire il nucleo operativo centrale della riforma del mercato del lavoro varata dal governo Renzi. Avrebbe finalmente messo fine alla frammentazione delle politiche per il lavoro regionali, garantito a tutti i cittadini italiani l’erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni in materia di politiche attive, introdotto un sistema informativo unico per la tracciabilità di tutte le politiche (attive e passive) erogate al cittadino, promosso la condizionalità dei trattamenti, valorizzato la sinergia tra operatori pubblici, operatori privati e terzo settore, rafforzato il monitoraggio e la valutazione dei servizi pubblici e degli enti privati accreditati e dialogato con le istituzioni europee per favorire lo scambio di buone pratiche.

Soprattutto, Anpal avrebbe dovuto garantire un ferreo controllo sulla qualità della formazione professionale, di competenza delle regioni e degli enti per la formazione continua; e la gestione diretta delle politiche attive nelle regioni più arretrate o meno attrezzate a garantire, attraverso i centri per l’impiego, i livelli essenziali delle prestazioni a tutti i cittadini (la cosiddetta sussidiarietà verticale).

Nulla di tutto questo è accaduto. Perché, ancor prima di essere realmente operativa, dopo poco più di un anno dal Jobs Act, l’Anpal è stata di fatto demolita dall’esito del referendum costituzionale del dicembre 2016 che, nel confermare la competenza concorrente stato/regioni sulla materia delle politiche attive, ha minato alla base l’intero progetto che sull’Agenzia era stato costruito.  

Ciononostante, con il governo Conte I, grazie al Reddito di cittadinanza, l’Anpal ha vissuto il suo piccolo momento di gloria. Il suo presidente italo-americano nominato dal ministro del Lavoro Luigi Di Maio avrebbe dovuto portare al lavoro migliaia di percettori del Rdc avvalendosi della “app” da lui creata nel Mississippi. Lo stesso presidente avrebbe dovuto realizzare, grazie all’Anpal, anche le piattaforme informatiche necessarie a garantire un migliore funzionamento dei centri per l’impiego, indicati come la “porta di accesso alle politiche attive”. 

Registrato il flop dell’app e anche dei 3 mila navigator ingaggiati da Anpal Servizi spa (società in house dell’Agenzia) per trovare un lavoro ai disoccupati percettori di Rdc, nel 2021 il governo Draghi ha sferrato il primo duro colpo, con la nomina di un commissario straordinario, l’eliminazione della posizione del presidente e la duplicazione delle funzioni dell’Anpal con la ricostituzione presso il ministero del Lavoro della Direzione generale delle politiche attive, che era stata abolita nel 2016. L’Anpal perde dunque la propria natura di agenzia indipendente e viene qualificata formalmente come una struttura di coordinamento e raccordo che opera sotto la vigilanza del ministero del Lavoro e in particolare della ricostituita Direzione generale delle politiche attive, che ne controlla periodicamente il raggiungimento degli obiettivi e la corretta gestione delle risorse finanziarie. Dopo le modifiche, l’Anpal si occupa di attuare la Missione 5 del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quella che finanzia, tra l’altro, la riforma strutturale delle politiche attive secondo il programma strategico Gol, con la promessa di mobilitare 3 milioni di disoccupati entro il 2025 e di far funzionare 500 centri per l’impiego.

Ma anche questa volta i risultati non arrivano: i rapporti di monitoraggio periodici certificano il fallimento del programma Gol e la sostanziale paralisi dell’Agenzia nazionale a esso preposta.

Rivalutazione degli enti privati addetti ai servizi per il lavoro

È presumibilmente per questo insieme di motivi che nel decreto n. 48/2023, dedicato prioritariamente a disciplinare le attività per i disoccupati poveri, l’Anpal non viene mai neppure nominata.

Il decreto attribuisce invece un ruolo centrale: a) all’Inps, che sovrintende all’intero flusso di attività amministrativa necessaria dalla richiesta dell’“assegno d’inclusione” fino al monitoraggio della spesa; b) alle agenzie per il lavoro e agli enti privati accreditati, che sono significativamente rivalutati per le fasi di accompagnamento al lavoro degli occupabili e per il supporto alla formazione.

Non siamo ancora alla unificazione in un unico ente delle politiche attive e di quelle passive. Ma vi è motivo di ritenere che ci stiamo progressivamente avvicinando a un modello già adottato in Europa da alcuni paesi. E si rafforza la cooperazione pubblico-privato. Nel campo dei servizi pubblici al mercato del lavoro italiano, fin qui caratterizzati da un andamento asfittico e inconcludente, questo significa garantire un maggior numero di operatori che erogano i servizi al lavoro e un più intenso controllo sui risultati. Ne escono fortemente ridimensionati i centri per l’impiego regionali e il programma Gol, che resta tagliato fuori dal percorso delineato per i percettori dell’assegno di inclusione, che ora possono scegliere se avvalersene oppure no. E risulta di fatto azzerato il ruolo dell’Anpal (anche se non si ha il coraggio di esplicitarlo). 

A questo punto, in ottemperanza al principio di semplificazione che dovrebbe permeare l’azione amministrativa, sarebbe stato assai meglio avere il coraggio di sopprimere l’Anpal, diventata oramai un inutile doppione della Direzione generale delle politiche attive del ministero.

*da La voce.info, 10/05/2023

**Valente Lucia è Professore Ordinario di Diritto del lavoro nel Dipartimento di Scienze Sociali ed Economiche della Facoltà di Scienze Politiche della Sapienza. Laureata in Giurisprudenza, dottorato in diritto del lavoro e relazioni industriali all’Università degli Studi di Pavia, dal 2013 al 2018 è stata Assessore al Lavoro, al Personale e alle Pari opportunità della Giunta Regionale del Lazio. Membro del comitato scientifico della Rivista Giuridica del Lavoro e della Commissione di certificazione dei contratti del Dipartimento di Scienze Giuridiche della Sapienza, Vice segretario generale dell’Associazione Italiana di diritto del lavoro e della sicurezza sociale (Aidlass) si occupa di politiche del lavoro e tutele dei disoccupati.

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