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Previdenza complementare nella scuola, pensarci per tempo

La cronaca degli ultimi mesi ci ha consegnato a più riprese le immagini dei disordini verificatisi in diverse città francesi, a causa della riforma delle pensioni voluta dal presidente Macron. Immagini che testimoniano meglio di molte analisi socioeconomiche quanto l’equilibrio dei sistemi previdenziali sia un problema non solo italiano, ma comune a tutto l’Occidente che ha costruito, nel corso dell’appena decorso secolo XX, un sistema di “welfare universale”. 

Del resto, al di là degli sprechi e dei (tanti) privilegi che si sono stratificati nel corso dei decenni, i sistemi di welfare, di cui la componente previdenziale è parte fondamentale, furono pensati in epoche di più larga base produttiva, e, per quanto riguarda le pensioni, sulla base di meccanismi “a ripartizione”, ossia utilizzando i contributi dei lavoratori attivi per pagare le prestazioni erogate a quelli ritiratisi dal mondo del lavoro. Finché la società ha mantenuto la struttura ideale di una sorta di piramide (tanti giovani al lavoro e relativamente pochi pensionati), il conto previdenziale si è mantenuto in equilibrio, ma il progressivo cambiamento di alcuni presupposti demografici ed economici ha finito, nel tempo, per determinare una crescente situazione di crisi dei conti previdenziali. 

Tra i dati che sono venuti progressivamente mutando abbiamo, in primo luogo, l’allungamento della vita media, ciò che gli statistici definiscono l’aumento della “speranza di vita”, e, a immediato ridosso, una dinamica occupazionale meno “vivace” rispetto al tempo in cui le esigenze della ricostruzione post bellica determinavano in tutta Europa un equilibrio vicino alla piena occupazione, nel quale un’imponente massa di lavoratori occupati era  in grado di pagare i contributi necessari ai sistemi pensionistici che si andavano consolidando nello stesso periodo.  Come tutti sanno, il mondo del lavoro è molto cambiato rispetto a quegli anni, dando luogo a opportunità di impiego progressivamente meno stabili e durature, e non di rado fondate sull’economia “sommersa”, ossia senza il pagamento degli oneri sociali, tra i quali quelli connessi alle esigenze previdenziali.

Ai processi in atto nel mondo del lavoro si sono, poi, sommati gli effetti dei cambiamenti demografici, che rendono il nostro Paese uno dei più «vecchi» al mondo. Nel corso degli Stati Generali della Natalità, tenuti a Roma l’11 e 12 maggio 2023, si è sottolineato che gli 800.000 ultranovantenni di oggi saranno 2,2 milioni nel 2070. Avremo, cioè un aumento della popolazione anziana non compensato dalle nascite, con un possibile calo della popolazione complessiva pari a 11 milioni di unità. «L’ inverno demografico» che incombe sul Paese potrebbe generare il raggiungimento di un nuovo equilibrio economico a un livello complessivamente più basso, quindi drammaticamente insufficiente rispetto al mantenimento di quel rapporto di solidarietà che, in campo previdenziale, lega le generazioni tra di loro.

Come si legge in un saggio divulgativo del noto giornalista Sergio Rizzo (Il Titanic delle pensioni, Perché lo Stato sociale sta affondando, Edizioni Solferino) risale già al 2007 il libro di Giuliano Amato e Mauro Marè (Il gioco delle pensioni: rien ne va plus? Il Mulino) nel quale si prevedeva che nel 2025 per ogni 100 occupati ci sarebbero state 60 persone ultrasessantacinquenni non attive, ossia pensionati e cittadini privi di contribuzione, ma bisognosi di assegno sociale. 

Il rapporto tra la popolazione attiva e quella che non lo è più si chiama «tasso di dipendenza economico effettivo» o «tasso di dipendenza strutturale», e misura il carico economico che grava sui lavoratori attivi per le esigenze di carattere previdenziale e assistenziale. Senonché, giunti ormai in prossimità di quel 2025 che nel 2007 era ancora relativamente lontano e poteva quindi essere arrogantemente ignorato dal mondo politico, che ragiona sempre nel limite massimo della distanza rispetto alle prossime elezioni, dobbiamo constatare che, in realtà, il rapporto preconizzato da Amato e Marè sarà anche peggiore del previsto, ossia 100 attivi rispetto a 69 non attivi, invece dei 60 allora previsti. E, del resto, sul Corriere Economia del 7 maggio 2023,  Valentina Iorio  scrive che in 39 province italiane già oggi si registra la  presenza di più pensionati che lavoratori attivi. In gran parte si tratta di province del centro sud, ma non si può non notare anche la presenza, nell’elenco, di province come Imperia, Vercelli e Rovigo, ossia territori appartenenti ad aree del paese dove esiste un vivace tessuto produttivo.  

Quando tale rapporto dovesse peggiorare in modo irredimibile, dicevano Amato e Marè: «per mantenere il bilancio in equilibrio o si raddoppia il livello dei contributi sugli attivi oppure si dimezzano le prestazioni». Ipotesi entrambe catastrofiche, come ognuno può valutare da sé. 

Sono questi gli elementi che a suo tempo imposero la scelta del passaggio dal sistema retributivo (pensioni pagate sulla base della retribuzione percepita) a quello contributivo (pensioni commisurate ai contributi versati), e quindi il passaggio graduale dal sistema a ripartizione (pensioni pagate dai lavoratori attivi) a quello a capitalizzazione (creazione di un risparmio destinato alla pensione). La finalità di questi provvedimenti era quella di salvare la pensione pubblica, riducendone l’impatto sulla popolazione attiva e sul sistema economico complessivamente inteso. Si poneva, però, allo stesso tempo, la necessità di dare luogo a un secondo “pilastro” previdenziale, tramite la previdenza complementare, con il fine di integrare il trattamento pensionistico fondamentale il cui grado di copertura, secondo la ragioneria generale dello Stato, a partire dal 2040 sarà pari a meno del 60% dell’ultimo stipendio. 

Questa è, ovviamente, una problematica comune a tutto il mondo del lavoro, ma particolarmente delicata per il personale scolastico, il quale, per le complesse vicende del reclutamento, giunge spesso al momento della pensione con una carriera frastagliata alle spalle, non di rado caratterizzata da significativi vuoti di contribuzione, e a età non precoce, quindi con minor tempo a disposizione per costruire una posizione pensionistica dignitosa. Necessaria per tutti, la previdenza complementare è, quindi, particolarmente preziosa per i lavoratori della scuola. 

Purtroppo, si tratta di un argomento poco conosciuto, esposto spesso alle insidie di una propaganda preconcettualmente contraria e mistificatoria.  Per di più, si registra anche un impegno non sempre adeguato da parte della stessa amministrazione scolastica, che talvolta sembra dimenticare che la creazione del secondo pilastro contributivo è una scelta politica dello Stato, e, come tale, da sostenere per il raggiungimento degli obiettivi che lo Stato stesso si è prefissato di realizzare, al fine di un più solido equilibrio finanziario ed economico. Esempio di ciò è la mancata riproposizione, per il percorso formativo dei neoassunti 2022/23, dell’utile indicazione, fornita nella circolare relativa al precedente anno scolastico, di attuare iniziative di informazione circa «l’utilità di accedere ai benefici del sistema previdenziale Espero», per «aiutare i docenti a meglio inserirsi nelle dinamiche della vita professionale». La cancellazione di questo passaggio da un anno all’altro indica una sottovalutazione della problematica di cui trattasi, tanto più sconcertante in quanto è stato recentemente sottoscritto l’accordo relativo alla cosiddetta «adesione mediante silenzio-assenso». 

Tranquillizziamo subito quanti temessero di vedersi imposte ope legis scelte di carattere finanziario e previdenziale che non intendono compiere. L’adesione mediante silenzio-assenso è circondata da cautele e garanzie rigorosissime. All’atto dell’assunzione, il lavoratore della scuola riceve un’informativa scritta sulla previdenza complementare e viene avvertito del fatto che, laddove non si esprimesse in senso contrario entro nove mesi, al termine di questo periodo il suo silenzio sarebbe considerato come volontà di adesione. 

Nove mesi, ci si perdoni la facile battuta, sono un tempo sufficiente per «partorire» una scelta consapevole, per la quale, alla luce di quanto ci si è sforzati di evidenziare, le ragioni a favore sono superiori a quelle contrarie, che si riducono, di fatto, a una sola: la volatilità dei mercati, indotta da ragioni tanto gravi (la guerra in Ucraina, i residui di pandemia del 2022) quanto sperabilmente transitorie. E se tali non fossero, del resto, le certezze verrebbero meno anche in settori diversi dalla previdenza complementare. Di fatto, il Fondo dei lavoratori della scuola, Espero, ha finora navigato con agilità nei flutti della complicata situazione politica e finanziaria degli ultimi anni. Potrebbe farlo ancora meglio se riuscisse a realizzare una diffusione maggiore dei 100.000 aderenti circa che ha fin qui iscritto, nonostante le scarse campagne informative e la presenza di tanti lavoratori non partecipi per ragioni di anzianità contributiva maturata, il cui peso, però, è destinato a scendere sempre più. 

(*) membro del Consiglio di Amministrazione del Fondo Espero

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