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Questo e’ il tempo di decisioni toste

Ci sono città e città e guai a farne di tutt’erba un fascio. Ma la crisi economica, quella della finanza locale, quella della denatalità e dell’immigrazione, quella del welfare e  della coesione sociale intervengono su tutte, riposizionandole al centro di una nuova visione dello sviluppo civile ed economico. Tutte queste crisi, infatti, possono essere affrontate e risolte con scelte di dimensione nazionale ma, inevitabilmente, con decisioni, adattamenti e gestioni locali. Il futuro non può non vedere un grande protagonismo dal basso.   

L’approssimarsi delle elezioni amministrative in importanti città, a partire dalla Capitale, dovrebbe essere occasione per discutere con più intensità di questo futuro. Al momento non è così. Sta prevalendo un’attenzione totalizzante sul presente e sul passato. Quanto a visioni di più lungo periodo, se ne intravedono pochine. Eppure, chiunque vinca dovrà misurarsi sempre di più con scelte epocali sia per quanto riguarda gli stili di vita dei cittadini, sia per ciò che concerne ciò che le città devono  dare ai cittadini. 

Non si tratta di essere urbanisti puntigliosi, ambientalisti sfegatati, economisti estemporanei. Si tratta di fare i conti con la realtà. Non si può certo continuare a indire, con scarsi risultati, giornate sempre più numerose di fermate delle auto per via dello smog. Di sicuro non si può assistere allo spreco di denaro pubblico per vendere all’estero i rifiuti. Inevitabilmente, si deve passare dalla logica dell’emergenza  a quella dell’integrazione degli immigrati. Ben che meno, occorrerà favorire forme nuove di welfare locale per supplire alle crescenti carenze del welfare statale. E tutto ciò, nella consapevolezza che le risorse disponibili saranno sempre più scarse e che quindi occorrerà ridefinire le priorità d’intervento dell’amministrazione comunale.

Le classi dirigenti locali, di conseguenza, non possono essere improvvisate. Né possono essere selezionate unicamente per sottrazione rispetto a quelle che non hanno dimostrato competenza e onestà nella gestione delle cosa pubblica. Devono dimostrare una solida visione di discontinuità con le politiche del passato. Non si tratta di amministrare meglio dei predecessori, ma di innovare le identità e i valori che qualificano il ruolo dei Comuni. Almeno in tre direzioni.

La prima è quella del patto con i cittadini. La città del futuro – specie quella media e grande o metropolitana – ha bisogno di opzioni radicali. Non solo non si potrà più parcheggiare in doppia fila la propria auto, ma intere zone – come i centri storici – dovranno essere pedonalizzate e servite da un parco pubblico di auto a noleggio e autobus, entrambi elettrici. Non solo non si dovrà più cementificare a gogò, ma occorrerà rigenerare il patrimonio edilizio in chiave ambientalista, sostenendolo con incentivi opportuni. Non solo non converrà più che il Comune sia proprietario di servizi – come quello dell’elettricità – largamente regolati, ma occorrerà ampliare le forme di “welfare civile universalistico e abilitante, perché tende a migliorare le capacità di vita delle persone (la capability evocata da Amartya Sen) e non le condizioni di vita”(Stefano Zamagni. Sostenibilità sociale, chiave dello sviluppo. 24 ore, 02/03/2016).

In cambio, ai cittadini devono essere assicurati nuovi servizi (banda larga ovunque, mobilità pubblica più estesa, amministrazione più agile, efficiente e trasparente) che gli facciano risparmiare tempo, aumentare la personalizzazione della loro fruizione, possibilmente ridistribuire il carico fiscale locale in una logica di maggiore solidarietà.

La seconda è quella della vivibilità della città. Buon’aria, decoro, pulizia, sicurezza, bellezza rappresentano le fondamenta su cui si poggiano l’immagine e l’identità di una città. Non c’è coesione, laboriosità, rispetto, crescita culturale senza che vengano ridefinite in chiave moderna e prospettica quelle condizioni di base. Il degrado cittadino e il disinteresse degli abitanti verso le vicende del Comune sono due facce della stessa medaglia: sottraggono futuro alla città.

La terza è quella della governance. Non basta eleggere e delegare. Il ridisegno della città è operazione tanto complessa e visione tanto impegnativa che non li si definisce una volta per tutte. Senza nulla togliere alle funzioni delle istituzioni che vengono alimentate dal dibattito tra maggioranza e minoranza politiche, la partecipazione dei cittadini alle grandi scelte che caratterizzano il domani della città va assicurata in modo stabile e codificato. Il consenso delegato attraverso le elezioni non può essere esaustivo. I cambiamenti non sono mai facili e abbondare in processi di coinvolgimenti non è un lusso della democrazia. Piuttosto è un modo per dare alla democrazia una superiorità rispetto all’estremismo di qualsiasi colore. E’ vero che la società civile può sempre mobilitarsi, ma definire un sistema di ascolto e decisione di essa può consentire di ridurre le conflittualità e moltiplicare le condivisioni.

La città vivibile ha bisogno di decisioni da prendere in questi tempi. Il rinvio non accantona i problemi, ma li fa semplicemente crescere. “Io credo alle parole di   Martin Luther King, che esiste il momento in cui è ormai troppo tardi.” Sono le parole conclusive dell’intervento di Barack Obama alla Conferenza ONU sui cambiamenti climatici a Parigi (novembre 2015). Dare l’allarme è un atto di coraggio. Ma agire di conseguenza è nient’altro che un atto dovuto. Le nostre città lo possono pretendere dalle loro classi dirigenti.

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