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Riprogettare politiche e normative per l’immigrazione

I flussi migratori rappresentano quella mobilità internazionale, che, come ben sappiamo, ha molte cause e molti volti e comunque è la dimensione umana – riguarda le persone – della globalizzazione di questi anni, dominata dai grandi poteri economici, senza regole, precipitata nel disordine finanziario, nella crisi economica e sociale, nell’aggravamento delle disuguaglianze per il Sud del mondo e negli stessi paesi industrializzati. 

Per stare alla nostra attuale esperienza diretta, essa si dispiega dalla ripresa della nostra emigrazione nell’UE, soprattutto di giovani, alla rilevante mobilità comunitaria interna, particolarmente dall’Est, alla pressione costante dagli eventi politici e sociali del Nord Africa e dal Medio Oriente da cui la ricerca di asilo in Italia, ad iniziare dalla Siria, è dettata dalla fuga dagli orrori della guerra civile e dalla fame, fino all’ennesimo esito tragico, nelle acque di Lampedusa di quanti in fuga dalla guerra, dalla violenza, dalla fame, dalla schiavitù nei Paesi del Corno d’Africa. 

Va condiviso il giudizio di “Vergogna !” di Papa Francesco e di “vergogna ed orrore !” del Presidente Napolitano. Riguarda la responsabilità politica dell’UE, dell’Italia, la stessa diffusa “indifferenza” nelle nostre società. Si contano in 20 mila i caduti in questi anni in quel tratto di mare della speranza!

Come vergogna suscita chi nella scorsa settimana non ha rinunciato a tacere e ha riproposto la teoria che le tragedie di Lampedusa sono la conseguenza di una politica immigratoria che si prospetta lassista nei respingimenti! Siamo ancora a lucrare sulla paura dell’invasione e sulla minaccia per l’ordine pubblico!

La tragedia di Lampedusa impone innanzitutto che l’UE assuma come problema dell’intera Comunità Europea la pressione immigratoria sui suoi confini mediterranei e si intesti, innanzitutto, direttamente il problema dei richiedenti asilo. 

 

Ma con l’Europa non si tratta di dividerci le spese e i sopravvissuti! Al livello europeo e nazionale va perseguita un’integrazione tra politiche migratorie e politica estera in termini di cooperazione allo sviluppo, di relazioni economiche, sociali e istituzionali con i Paesi di origine e di transito. 

Occorre una politica che saldi coosviluppo e immigrazione, ne integri gli interventi a vantaggio dei Paesi di origine, di transito e di accoglienza. E’ particolarmente alle politiche del coosviluppo che l’UE deve improntare la politica estera.

Come ci ha sollecitato, in un recente convegno al CNEL, il prof. Antonio Golini, lo stesso impegno sostenuto per l’abbattimento del “muro di Berlino” va impiegato per abbattere “il muro del Mediterraneo”. E’ una sfida certamente difficile e impegnativa.

Non sappiamo neppure che fine abbiano fatto “il processo di Barcellona” per la creazione di un’area euro mediterranea di libero scambio e l’Unione Europea Mediterranea promossa dal presidente francese Nicolas Sarkozy durante la sua presidenza dell’UE!  

Nell’integrazione tra politica estera e di cooperazione vanno tutelate le condizioni dell’immigrazione e dell’asilo, come UE combattendo la criminalità organizzata sulla tratta delle persone, cancellando subito il vincolo del Trattato di Dublino, perché siano tutti i Paesi a gestire i profughi, organizzando i centri di accoglienza nel rispetto della dignità umana, verificando nei Paesi di transito le richieste di diritto d’asilo, assicurando per gli aventi diritto corridoi umanitari verso l’UE. 

L’Italia deve dotarsi subito finalmente di una legge organica sull’asilo, diritto tutelato dalla nostra Costituzione, estendere ai rifugiati il permesso di lungo periodo, evitando oltretutto le imminenti sanzioni dell’UE e cancellare preliminarmente la barbarie del reato di clandestinità e del respingimento in mare, norme del pacchetto sicurezza, delle condizioni inumane dei CIE. Dobbiamo restituire agli immigrati il rispetto della dignità e dell’umanità delle persone.

Una profonda innovazione nelle politiche migratorie deve qualificare il Semestre europeo di Presidenza italiana: a questo impegno deve mantenere fede il  Presidente Letta.

 

Ma l’impegno non può essere solo nei confronti dell’Europa.

Il Governo, superata la crisi politica, deve porre all’ordine del giorno la riprogettazione della legislazione e delle politiche per l’immigrazione, che continuerà ad essere per la realtà italiana un fattore strutturale per ragioni demografiche e geopolitiche e che è già ora di grande rilievo per la  coesione sociale e la   crescita economica.

Vi è l’urgenza di una considerazione nuova dell’immigrazione, che parta dalla concretezza dei processi e dai profondi cambiamenti in atto e assuma una visione lungimirante per valutarne le prospettive.

La richiedono i cambiamenti economici e sociali, indotti dalla crisi, dalla conseguente ristrutturazione del sistema produttivo, dai termini nuovi della sfida competitiva, dai mutamenti del mercato del lavoro, dalla drammaticità della disoccupazione. 

Assieme ai cambiamenti per la grande crisi vanno tenute presenti le conseguenze dei nuovi scenari geopolitici e dell’aggravarsi degli squilibri demografici ed economici rispetto al Sud del mondo e particolarmente al continente africano.  

Nei Paesi dell’UE di più antica tradizione immigratoria si sono manifestati, con la crisi dei modelli storici d’integrazione, fenomeni particolarmente gravi come gli eventi di terrorismo, i conflitti sociali soprattutto giovanili, la rimessa in discussione del welfare per gli immigrati, l’inquietante diffondersi del populismo.

Con questi cambiamenti, anche se diversamente declinati, tutti i Paesi stanno facendo i conti e la sfida più impegnativa su cui riflettere, è soprattutto il perseguimento di un collegamento forte e trasparente tra ammissione e integrazione, con adeguati investimenti nella formazione culturale, soprattutto linguistica, ed efficaci interventi di raccordi e di politiche attive rispetto al mercato del lavoro, fin dai Paesi di origine, in un quadro di cooperazione al coosviluppo e non limitata al contenimento dei flussi illegali.

In questo contesto le suggestioni di politiche “selettive” attuate o sperimentate in alcuni Paesi vanno valutate con grande attenzione e criticamente nei risultati concreti, sotto i diversi profili dei rischi di burocratizzazione, particolarmente nella situazione italiana, del percorso già ad ostacoli della acquisizione della presenza legale, di regressione verso un modello d’integrazione ispirato all’assimilazione, di  arretramento rispetto al modello aperto della programmazione dei flussi del nostro ordinamento, di cui è pur urgente una profonda riconsiderazione rispetto a come è stata gestita, per integrare ammissione e inclusione.

La qualificazione del mercato del lavoro, collegata ai processi di ristrutturazione del sistema produttivo per la competitività, è la questione centrale delle politiche di ammissione e inclusione.

La crisi chiude il ciclo di un modello d’immigrazione “a basso costo”, come lo definisce uno studio dell’Istituto FIERI, che ha caratterizzato l’anomalia italiana di un boom immigratorio senza crescita economica, con sottoutilizzo professionale dei lavoratori stranieri e lavoro irregolare, con occupazione in alternativa agli investimenti in innovazione, con tutte le conseguenti implicazioni negative per crescita e competitività: un “basso costo” per imprese, lavoratori nazionali, welfare e Amministrazione. 

La riprogettazione legislativa e delle politiche da realizzare con urgenza deve affrontare dunque due priorità.

 

Innanzitutto va ridato vigore ai processi d’integrazione sociale dei milioni d’immigrati che già vivono in Italia, in gran parte con le loro famiglie. L’integrazione è decisiva per la nostra coesione sociale in tutti gli ambiti del vivere civile. 

Ne va condiviso il modello interculturale al quale è orientato il nostro ordinamento, che tiene assieme il rispetto delle diverse culture, percepite, nel confronto, come una risorsa e una ricchezza, e dei valori fondamentali del nostro ordinamento costituzionale. E’ la prospettiva di una società la cui identità non è cristallizzata nel passato e tanto meno su base etnica, ma si alimenta di questo reciproco arricchimento.

Sta nascendo una società nuova, in cui tutti, italiani e immigrati, hanno necessità di rassicurarsi non solo rispetto alle condizioni di lavoro e di vita, oltretutto in una situazione tanto difficile, ma ad una ordinata vita sociale e alla sicurezza personale, alla integrità fisica e morale, alla identità culturale e religiosa. 

I rapporti annuali dell’ONC-CNEL su Indici di integrazione dimostrano quanto grande sia l’impegno delle istituzioni territoriali e della società civile rispetto all’integrazione. Ed è un impegno ravvicinato e concreto che resiste a tanti atteggiamenti ostili e devianti, soprattutto dello scontro ideologico, delle strumentalizzazione politiche. 

Sono quotidiani i tentativi di attribuire agli immigrati la responsabilità di emergenze sociali che riguardano invece problemi irrisolti della nostra società, come lo stato di abbandono delle periferie urbane, la piaga del lavoro irregolare, della illegalità e dello sfruttamento soprattutto nell’agricoltura meridionale, i  domini della criminalità organizzata. 

Al livello nazionale va colmato il vuoto in questi anni di politiche “organiche”, cioè che includano la nuova presenza degli immigrati nelle politiche per tutti, che sono ben altro della precarietà della pratica dei “progetti”, limitati nel tempo e nelle risorse. 

 

E’ esemplare la scuola, le cui politiche, con le relative risorse, ignorano la prospettiva ormai ravvicinata di quasi un milione di giovani allievi di famiglie immigrate (quest’anno sono circa 900 mila, poco meno della metà nati in Italia). 

I buoni indirizzi dei documenti del MIUR sull’insegnamento della lingua italiana 2a, sulla mediazione culturale, sull’interculturalità dei programmi, sulla formazione dei docenti devono essere sostenuti da una politica organica e con risorse adeguate, di cui in questi anni non vi è stata traccia.

Occorre una politica scolastica, che ridia vigore alle pratiche educative della migliore esperienza della scuola italiana, della scuola come “comunità educante”, in grado di mobilitare corresponsabilità e risorse, familiari ed istituzionali, nel cuore stesso dei processi educativi. 

Il coinvolgimento delle famiglie e l’integrazione della scuola con i servizi del territorio – entrambi in questi anni molto indeboliti – sono decisivi rispetto al fenomeno complessivo del drop out che interessa i giovani immigrati e le fasce sociali più deboli, nonché rispetto ai sempre più gravi disagi giovanili che investono la scuola.

 

Soprattutto, poi, vanno finalmente compiute scelte decisive di politica nazionale per dare senso e forza alle politiche territoriali per l’integrazione, da un nuovo diritto di cittadinanza ispirato ad un ius soli temperato, iniziando dai giovani nati in Italia e comunque con la formazione di base nel nostro Paese, al riconoscimento del voto amministrativo. Non è solo un riconoscimento di diritti per gli immigrati, ma un fattore di crescita civile dell’intera società.

 

La sfida centrale, nella grande crisi, è quella del lavoro. La popolazione straniera in età da lavoro ammonta a circa 4 milioni, di cui oltre 2 milioni e 300 mila occupati, con un’ampia realtà sempre più frantumata di rapporti precari, e, in crescita, oltre 310 mila disoccupati (soprattutto da Industria ed Edilizia) ed oltre 1 milione e 200 mila inattivi, soprattutto dai ricongiungimenti familiari.

La crisi occupazionale mette all’ordine del giorno non la fine dell’immigrazione, ma un problema decisivo della competitività, quello della riqualificazione del mercato del lavoro, che riguarda lavoratori italiani e immigrati. I temi decisivi per tutti sono quelli delle politiche attive, della transizione scuola – lavoro e della formazione, dell’occupabilità. 

Con questi obiettivi, che riguardano tutti, la riforma dei Servizi per l’impiego va oltre la stessa urgenza, indicata da anni, per liberare il lavoro immigrato dai percorsi informali che sono in gran parte causa, da sempre, delle degenerazioni relative alle condizioni di lavoro, al mantenimento della presenza legale, all’asservimento alla criminalità organizzata.

Sono comprensibili nel breve e medio periodo le limitazioni delle scelte governative sui decreti flussi, ma la mano d’opera immigrata deve essere messa in grado di partecipare alle politiche attive per migliorare l’offerta, favorire il riassorbimento della disoccupazione e il primo inserimento delle seconde generazioni alla pari degli autoctoni. Quest’ultimo diversamente, come è avvenuto in altri paesi, può diventare un problema sociale esplosivo.

 

Nel nuovo quadro legislativo e delle politiche immigratorie la seconda priorità è la riprogettazione della politica di programmazione dei flussi.   

La “programmazione” va resa efficiente, liberata da finalità improprie, e messa al riparo dalle strumentalizzazioni politiche; la procedura va preservata perché ha anche il “valore” dell’apertura del nostro Paese verso le immigrazioni, al di là di ogni valenza mercantilistica sottesa alla ricerca di una immigrazione qualificata, quando diventa prevalente o addirittura esclusiva. 

Le attuali difficoltà occupazionali e l’obiettivo prioritario di riassorbire la disoccupazione e di fare emergere il lavoro irregolare giustificano la prudenza rispetto alla nuova programmazione, ma è chiaro che l’auspicabile ripresa economica comporterà anche quella dell’immigrazione per il nostro deficit demografico e per fattori strutturali del nostro mercato del lavoro.

D’altronde, a parte i fattori geopolitici, gli squilibri demografici ed economici continueranno ad alimentare un rilevante fenomeno migratorio particolarmente dall’Africa verso l’Italia e l’Europa.

Nel mondo, 8 su 10 Paesi con età mediana più alta sono europei, 8 su 10 Paesi con età mediana più bassa sono africani; nel 2050 vi saranno in Europa 103 milioni di persone in età lavorativa in meno, con un calo della popolazione di 50 milioni, mentre la popolazione africana crescerà di un miliardo di persone. Il 73% dei subsahariani vivono con meno di 2 dollari al giorno.

Questa prospettiva concreta e ravvicinata deve indurre ad un profondo ripensamento delle politiche di immigrazione nazionali e, come si è detto, europee.

Occorre una politica che saldi cooperazione e immigrazione, ne integri gli interventi a vantaggio dei Paesi di origine, di transito e di accoglienza. 

In questo contesto, integrando ammissione e accoglienza, occorre riprogettare le politiche dei flussi. 

Le condizioni di entrata vanno organizzate, fin dal Paese di origine o di transito, particolarmente in termini di orientamento sociale, apprendimento della lingua, formazione professionale, incontro tra domanda e offerta, nella proiezione di favorire accoglienza e integrazione.

La presenza legale deve essere liberata dall’attuale esasperata precarietà temporale e amministrativa; va favorita la possibile circolarità dei percorsi. 

La condizione favorevole di questi cambiamenti è nel reciproco interesse dei Paesi di origine, di transito e di migrazione a misurarsi con le politiche di coosviluppo, alle quali particolarmente l’UE dovrebbe improntare la politica estera.

Per questa riprogettazione legislativa e politica, va evitato il rischio di farsi irretire nello scontro ideologico sulla Bossi Fini, di ricadere nelle vecchie contrapposizioni e soluzioni alternative. Occorre una mobilitazione per promuovere un cambiamento culturale, almeno per comprendere i valori e gli interessi in gioco e i profondi cambiamenti in atto nella complessa e molteplice realtà che indichiamo con l’immigrazione.

 

* consigliere CNEL 

 

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