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Sarebbe meglio di no, meglio non fare un altro voucher se deve diventare lo strumento che abbiamo conosciuto negli ultimi anni.

I voucher sono nati nel 2003, anche se il loro vero e proprio utilizzo è stato dal 2007 in poi.

Quando sono nati era possibile utilizzarli per attività lavorative di natura meramente occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o comunque non ancora entrati nel mercato del lavoro, ovvero in procinto di uscirne. Fra le attività erano contemplate i piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresa l’assistenza domiciliare a bambini e anziani, insegnamento privato supplementare, lavori di giardinaggio, manifestazioni culturali, associazioni di volontariato ed enti pubblici per le emergenze.

Potevano essere usati per un massimo di 30 giorni nell’anno solare e per un massimo di 3000 €.

Nel corso degli anni, in particolare con la Fornero, il loro utilizzo viene liberalizzato a qualunque soggetto e soprattutto a qualunque ambito economico, con un solo limite di tetto economico per il ‘voucherista’.

Il Governo Renzi, che pure ne ha impedito l’utilizzo negli appalti, ne ha elevato il limite economico a 7000 €, 2000 € per singolo committente. Come correttivo ha poi introdotto il sistema della tracciabilità, strumento del tutto insufficente a limitare la crescita esponenziale dell’utilizzo dei voucher.

Evidentemente questi cambiamenti legislativi hanno mutato natura allo strumento, che non risponde più alle finalità per le quali era stato pensato.

E per questo il loro utilizzo è cresciuto in maniera esponenziale nel corso degli anni.

Nel 2008 sono stati riscossi 0,5 mln di voucher, nel 2011 15 mln e nel 2016 oltre 130 milioni.

Allo stesso modo sono pressoché raddoppiati negli ultimi 2 anni i committenti, oltre 430mila. Per il 76% sono di imprese del terziario, dei servizi, della logistica e dell’industria. Bassissima rimane la percentuale nel lavoro domestico e in agricoltura, i due ambiti per i quali le norme erano state pensate.

Gli utilizzatori di voucher sono stati oltre 1,5 mln nel 2015. I pensionati sono circa l’8%. In maggioranza gli utilizzatori sono lavoratori attivi, prevalentemente part-time e tempi determinati, ma sono cresciuti i lavoratori cosiddetti silenti (che prima avevano una posizione contributiva e ora trovano occupazione solo a voucher) e quelli per i quali il voucher è la forma di ingresso nel mercato del lavoro.

Negli anni si è notevolmente ridotta l’età media dei prestatori, che nel 2015 è di 36 anni.

Quanto vale un voucher? Un voucher ha un valore unitario di 10 €., 7,5 vanno al lavoratore. Il restante viene suddiviso in una quota (0,70) per l’assicurazione infortuni, una quota (1,3) di contributi per la gestione separata INPS, una quota (0,5) per i costi di gestione. Una ricerca dell’INCA CGIL rende chiaro ed evidente come quasi mai questa quota di contributi renda possibile accedere ad un minimo di contributi previdenziali.

 

A fronte di questi pochi dati è utile trarre qualche riflessione, anche per comprendere la battaglia portata avanti dalla Cgil in questi mesi, che ha inserito la abrogazione dei voucher come uno dei 3 referendum proposti, a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare, la Carta dei diritti universali del lavoro.

Gli altri due quesiti, ricordo, sono quello per il ripristino della piena responsabilità solidale nel sistema degli appalti (ammesso dalla corte costituzionale) è quello per il ripristino della reintegra in caso di licenziamenti illegittimi.

La Cgil ha sempre considerato quella dei voucher la nuova frontiera del precariato.

Innanzitutto perché il voucher non configura in alcun modo un rapporto di lavoro, nonostante sia stato utilizzato, in modo particolare dalle grandi aziende, proprio in funzione sostitutiva di normali contratti di lavoro, per ragioni di costo ma anche per approfittare della deresponsabilizzazione nei confronti del lavoratore che tale strumento consente.

Il voucher infatti è un semplice ticket di pagamento, una modalità di remunerazione di una prestazione e non determina vincoli nei confronti dell’utilizzatore.

Se il rapporto di lavoro, come spesso accaduto, viene surrogato dall’utilizzo di uno strumento di pagamento, il lavoratore non perde solo titolarità di diritti (non ci sono diritti nel voucher, ne’ ferie, ne’ malattia, ne’ disoccupazione…) ma rischia di perdere la riconoscibilità dello status di lavoratore.

Questo è ancora più vero se si paragona lo strumento italiano ad altri strumenti similari (i Cesu francesi ad esempio) che hanno mantenuto sia un perimetro limitato nell’utilizzo (prevalentemente l’ambito domestico) ma soprattutto determinano per il lavoratore il riconoscimento di un rapporto di lavoro.

Da quando il Governo – probabilmente con l’obiettivo di evitare la consultazione referendaria, prevista per il 28 maggio prossimo – ha varato un decreto per cancellare l’ attuale disciplina dei voucher, si è scatenato un dibattito a tratti surreale, sul possibile esito di tale scelta, il ‘ ritorno al lavoro nero’.

Questo potrebbe essere vero se in questi anni l’esplosione dei voucher fosse stata accompagnata dalla riduzione del lavoro nero. Ma questo non è. Come infatti testimoniano anche le affermazioni del Presidente INPS Boeri nella audizione alla Commissione lavoro della Camera dei Deputati.

Secondo l’Istat il lavoro nero nel 2014 assorbiva circa il 16% delle posizioni lavorative ed il 16% delle unità di lavoro. I voucher, più utilizzati dove meno è forte l’incidenza del lavoro nero, avrebbero nel 2016 coperto circa lo 0,3% del lavoro nero.

Quindi, come sottolinea il Presidente Boeri e come la CGIL denuncia da mesi, è molto più probabile che i voucher abbiano loro stessi coperto condizioni di lavoro nero, laddove siano stati utilizzati per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente prestate. Quindi non è improprio dire che di fatto sono diventati un incentivo al lavoro nero, pur essendo considerati uno strumento utile al suo contrasto.

 

Ad oggi il decreto che cancella l’attuale normativa sui voucher è stato votato alla camera ed è in attesa del voto del Senato. Si stanno già rincorrendo da giorni, tuttavia, le proposte per “ sostituire “ la loro assenza nel mercato del lavoro.

La CGIL crede che sia giusto affrontare questa discussione con una premessa, la distinzione fra i bisogni delle famiglie, per l’ambito dei lavori cosiddetti informali, e quello delle imprese.

Nella Carta dei diritti universali del lavoro, nella parte in cui riscriviamo le tipologie contrattuali agli articoli 80 e 81 proponiamo il lavoro subordinato occasionale.

Occasionale, ma comunque riconosciuto come lavoro subordinato, con i diritti i doveri e le tutele del lavoro subordinato.

Nella nostra proposta ne limitiamo l’utilizzo a prestazioni occasionali o saltuarie nell’ambito dei piccoli lavori domestici (insegnamento privato, lavori di giardinaggio, assistenza domiciliare occasionale) e alla realizzazione da parte di privati di manifestazioni sportive, sociali, culturali caritatevoli di piccola entità. I soggetti che possono svolgere lavoro subordinato occasionale sono gli studenti, gli inoccupati, i pensionati, i disoccupati non percettori di forme previdenziali obbligatorie di integrazione al reddito di trattamenti di disoccupazione. Tutto ciò per un massimo di 40 giornate all’anno e per compensi non superiori a 2500€.

Per queste prestazioni prevediamo una modalità semplificata, attraverso l’utilizzo di una tessera magnetica dotata di codice PIN che prevede in automatico l’iscrizione in una posizione previdenziale ed assicurativa.

Per le imprese il discorso è invece differente. Noi siamo un Paese che ha, anche attraverso la contrattazione fra le parti, moltissime forme contrattuali in grado di rispondere alle esigenze di flessibilità richieste al sistema produttivo.

La cancellazione dei voucher, che per la prima volta nel nostro Paese affronterebbe in maniera positiva la grande questione della precarizzazione dei rapporti di lavoro, non può essere l’alibi per trovare altre forme precarie o per scaricare, come colpevolmente si è fatto in questi anni, sul costo del lavoro e sulla riduzione delle tutele dei lavoratori l’incapacità di affrontare le nuove sfide del mercato globale attraverso l’innovazione, la ricerca, l’internazionalizzazione e la valorizzazione del lavoro.

Diverso il ragionamento se il tema che si propone alla discussione è quello della semplificazione degli adempimenti burocratici: un nodo vero, difficile da affrontare, ma vero.

 

Infine, per sottolineare la necessità di non superare i voucher con altri voucher, sarebbe sufficiente ascoltare le tante storie raccolte in giro per l’Italia in questi mesi di campagna per la raccolta firme prima e per la campagna elettorale poi.

Storie di giovani e meno giovani, diverse tra loro ma tutte uguali nel raccontare come si sentivano soli e come si sentivano “ nessuno “ a lavorare così. Perchè certamente è importante lavorare, ma altrettanto certamente è farlo con dignità e con riconoscibilità. Questa è l’unica condizione perché i giovani possano guardare al futuro con speranza e convinzione.

 

 

  (*) Segretaria confederale Cgil

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