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Tassazione delle rendite, attenti a chi si tocca

Il sindacato chiede a gran voce un aumento della tassazione delle rendite finanziarie, non solo come elemento di equità, ma anche come fonte di ingenti risorse per intervenire sul cuneo fiscale o su altro.  

Non vi è dubbio che l’aliquota di tassazione sulle rendite finanziarie (12,5% sui titoli di stato e 20% sugli altri redditi di capitale) sia bassa sia rispetto agli altri paesi europei sia al fatto che la prima aliquota dell’Irpef è pari al 23%. La necessità di un riequilibrio nella tassazione tra redditi da lavoro e redditi da capitale risponde quindi a criteri di equità, ma, tuttavia, come spesso accade, la sinistra e il sindacato sembrano agire su basi ideologiche, senza una conoscenza reale dei fatti e con diverse contraddizioni.

Partiamo da queste ultime. Perché si chiede un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie da un lato e dall’altro si approva una diminuzione della cedolare secca sulle rendite da immobili? Alcune rendite sono “migliori” di altre?

Una cosa che molti fans dell’aumento della tassazione delle rendite finanziarie ignorano è che nel nostro sistema fiscale il trattamento dei redditi di capitale è distinto tra soggetti cosiddetti “lordisti” e “nettisti”. Ai primi non si applica l’imposta sostitutiva (12,5% e 20%) sui redditi di capitale, ma questi confluiscono al lordo nel loro reddito imponibile complessivo; ai secondi si applica invece l’imposta sostitutiva in via definitiva. Questo significa che i lordisti non risentono di un aumento dell’aliquota di tassazione sui redditi di capitale in quanto continueranno a portare gli interessi al lordo dell’imposta nel loro reddito imponibile. Al contrario i nettisti risentiranno integralmente dell’aumento dell’imposta che diminuirà il valore degli interessi netti.

Sono lordistile società di persone, quelle di capitali, gli enti pubblici e privati che svolgono attività commerciale, i fondi comuni di investimento aperti e chiusi, le SICAV e le stabili organizzazioni di società non residenti. Sono nettisti le persone fisiche, i fondi pensione, i fondi comuni di investimento immobiliare, gli enti non commerciali (privati e pubblici, compresi Comuni, Province ecc.), le società semplici, le società di fatto, le associazioni senza personalità giuridica costituite da persone fisiche (p.e. studi professionali), residenti nel territorio dello Stato.

Per semplificare gli intermediari finanziari e le società di capitale risulteranno indenni da un aumento della tassazione delle rendite finanziarie, le persone fisiche, invece, lo subiranno tutto.

Questo significa da un lato non sarebbero colpite banche, assicurazioni, fondi e così via, mentre sarebbero colpiti i redditi delle famiglie a prescindere dal loro livello di reddito; dall’altro lato questo comporta che il livello di risorse atteso va drasticamente ridotto dato che l’imponibile non è quello sovente immaginato.

Questo riguarda anche i titoli di stato. Su di un ammontare di circa 1.740 miliardi di titoli di stato (dati di agosto della Banca d’Italia), solo 174 miliardi erano di proprietà dei cosiddetti “retail” (famiglie e piccole imprese), mentre per il resto erano in possesso di banche, 420 mld, assicurazioni, 357 mld, Banca d’Italia, 101 mld, estero, 690 mld.

Un aumento della tassazione dei titoli di stato agirebbe solo sui titoli in possesso delle famiglie, quindi su non più del 10% del totale dei titoli di stato.

Fermo restando un problema di riforma complessiva del nostro sistema fiscale e di un riequilibrio tra la tassazione dei diversi redditi pongo due domande. 

Si vogliono colpire i redditi delle famiglie o quelli degli intermediari finanziari?

Chi propone questo intervento sa di cosa parla?

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