Newsletter

Trump e la solitudine dell’Europa

Per i rapporti tra l’Europa e l’America di Trump, il nuovo anno si è aperto con una brusca accelerazione delle tensioni e delle turbolenze che avevano segnato gran parte del 2025.

Il raid statunitense in Venezuela, con il rapimento del presidente Maduro, ha rappresentato l’ennesimo strappo di Washington rispetto ai principi fondanti di quella legalità internazionale che l’Europa – insieme ad altri attori – continua a rivendicare. Pochi giorni dopo, Donald Trump ha minacciato con toni particolarmente aggressivi l’annessione della Groenlandia, in totale disprezzo del fatto che l’isola fa parte della Danimarca – un Paese membro della Nato – e sia associata all’Unione europea.

In entrambi i casi, la reazione europea è stata blanda e minimale (solo un po’ più assertiva sulle pretese americane in Groenlandia) ed è apparsa dettata, da un lato, dalle divisioni interne all’Ue – con leader arrivati persino a definire “legittimo” il raid venezuelano e altri che lo hanno chiamato “illegale” – e, dall’altro, dal timore di irritare Trump spingendolo verso un disimpegno nella difesa dell’Ucraina.

Eppure, le azioni intraprese dagli Stati Uniti sono tutt’altro che estemporanee e gravide di conseguenze negative per l’Europa. Erano state anticipate e, in larga misura, teorizzate nel documento sulla strategia di sicurezza degli Stati Uniti pubblicato lo scorso dicembre, imperniato sul rafforzamento del controllo americano sull’emisfero occidentale e, in particolare, sull’America Latina: una sorta di nuova “dottrina Monroe”, adattata però a una strategia apertamente imperiale e neocoloniale.

Nello stesso documento – pur pieno di contraddizioni e ambiguità – l’Unione europea viene attaccata frontalmente: non più alleato naturale, ma partner ingombrante, di importanza decrescente nella gerarchia delle priorità statunitensi. Si arriva persino ad auspicare una sua frammentazione, così da esercitare con maggiore efficacia pressioni bilaterali Stato per Stato. È in questo quadro che va letto l’appoggio dell’amministrazione Trump a partiti e governi dell’estrema destra europea, da tempo impegnati a smantellare dall’interno il progetto comunitario, sventolando la bandiera di un nazionalismo tanto velleitario quanto fuorviante.

Per tutta risposta, molti leader europei non solo di fronte agli avvenimenti più recenti ma lungo l’intero 2025, hanno cercato più che altro di blandire il presidente americano con lusinghe, concessioni e persuasione diplomatica. Questa linea dell’appeasement, pur comprensibile nel breve periodo, sta diventando politicamente costosa. Se la dipendenza in materia di sicurezza – e il timore di mettere a rischio il sostegno statunitense all’Ucraina – produce una sorta di autocensura, l’effetto perverso è segnalare che l’Ue non è disposta a pagare alcun costo per difendere fondamentali principi identitari e i propri interessi. In aggiunta, offre a Trump un incentivo a chiedere (e ottenere) sempre di più, alimentando una dinamica di vassallaggio politico che indebolisce l’Europa nel presente e la rende più vulnerabile nel futuro.

È necessario e opportuno, dunque, imboccare una strada diversa. Il che non significa scegliere tra la rottura – impensabile finché la sicurezza dell’Unione dipenderà così tanto da Washington – e un allineamento supino. Nella consapevolezza che la relazione con l’America è arrivata alla fine di un ciclo durato quasi ottant’anni, occorre prendere atto che il nuovo rapporto è oggi – e continuerà a essere – transazionale, conflittuale e poco prevedibile. Per gestirlo serve una posizione europea di maggiore forza e resilienza: cooperare quando serve, disinnescare le crisi prima che degenerino, negoziare con fermezza senza scivolare né nel conflitto permanente, né nella subordinazione. In altre parole, serve capacità di opporsi quando necessario, di agire in modo autonomo in presenza di interessi divergenti e di rafforzare internamente le basi della propria autonomia.

In questa prospettiva, nell’anno appena iniziato, l’Unione sarà chiamata a misurarsi con gli Stati Uniti su alcuni fronti che rappresentano vere e proprie sfide esistenziali. Innanzitutto, sul terreno della difesa e della sicurezza: oltre al sostegno fattivo all’Ucraina – per evitare una conclusione del conflitto politicamente disastrosa –, l’Europa dovrà continuare a fronteggiare la minaccia di un’annessione americana della Groenlandia, che avrebbe effetti devastanti sulle relazioni transatlantiche e sulla stessa Nato.

L’Ue non ha certo la capacità militare di contrastare un’eventuale azione di forza americana, ma non per questo può limitarsi all’imbarazzante balbettio di oggi. Dovrebbe assumere iniziative tempestive e tracciare linee rosse, così da alzare il prezzo politico di un atto così temerario. Si tratterebbe di dissuadere non solo il presidente Trump, ma anche – e forse soprattutto – il Congresso degli Stati Uniti. In questa direzione, come suggerito da alcuni autorevoli osservatori, l’Ue potrebbe decidere, ad esempio, di rafforzare la propria presenza nell’isola, anche sul piano militare, per riaffermare l’inviolabilità del territorio groenlandese: un gesto certo simbolico, ma politicamente significativo. In parallelo, andrebbe avviato un negoziato con Washington per definire un vero piano di deterrenza per la Groenlandia, basato su un pacchetto pubblico-privato di misure diplomatiche, economiche e di coordinamento Nato-Ue, in nome del comune interesse a tutelare la rilevanza strategica dell’isola, il suo potenziale in materie prime e la sicurezza transatlantica.

Nel corso di quest’anno, inoltre, l’Europa sarà chiamata a gestire una profonda divergenza di interessi con gli Stati Uniti sul fronte tecnologico e commerciale. Il mercato europeo delle tecnologie digitali avanzate è da tempo dominato dai giganti americani, spesso in posizione quasi monopolistica: piattaforme, cloud, servizi ad alta intensità di conoscenza. Non sono semplici app, ma infrastrutture essenziali. Ora, le norme europee su concorrenza, privacy e tutela dei consumatori vengono interpretate da Trump e dalla sua amministrazione come meri vincoli all’ulteriore espansione delle big tech statunitensi, e se ne pretende la rimozione con esplicite minacce sul fronte commerciale.

È certamente vero che l’Europa soffre di un eccesso di regolazione. La Commissione sta già lavorando per semplificare e superare norme obsolete o duplicate, e su questo versante si può – e si dovrebbe – fare di più. Ma semplificare non significa smantellare. Le regole europee non servono a “punire le aziende americane”: mirano a orientare lo sviluppo tecnologico verso criteri di sostenibilità, trasparenza e sicurezza. In gioco c’è un principio fondamentale: le regole del mercato europeo, le decide l’Europa. Rinunciarvi per compiacere Washington o le big tech significherebbe cedere un pezzo decisivo della sovranità economica e digitale europea.

E se continuassero le minacce americane di imporre nuovi e pesanti dazi come ritorsione a un rifiuto di smantellare la regolamentazione digitale, l’Ue deve attrezzarsi e costruire una forza negoziale credibile. Nelle relazioni commerciali questo significa predisporre misure di deterrenza: ritorsioni tariffarie mirate, automatiche e proporzionate, da attivare in caso di provocazioni unilaterali persistenti. Ciò che non va fatto è ripetere l’errore dello scorso anno, quando l’Unione rinunciò a qualsiasi misura di risposta ai dazi statunitensi nella speranza – poi rivelatasi infondata – di guadagnarsi la benevolenza dell’amministrazione Trump.

Un altro appuntamento cruciale riguarda l’autonomia monetaria dell’Unione e le sue attuali debolezze. Entro la prima metà del 2026 il Parlamento europeo voterà il progetto dell’euro digitale. Gli Stati membri hanno già sostenuto la proposta, che darebbe alla Banca centrale europea un maggiore controllo sui pagamenti elettronici, ancora oggi dominati da sistemi statunitensi; ma l’approvazione del Parlamento non è affatto scontata, pur essendo in gioco il controllo delle nuove infrastrutture che gestiranno pagamenti e monete digitali. Gli Stati Uniti puntano su un modello fondato su stablecoin private denominate in dollari, con l’obiettivo di portare il dollaro al centro anche delle nuove infrastrutture digitali – poco importa se a costo di aumentare instabilità e rischi a livello globale. Se l’Europa restasse fuori, rischierebbe di indebolire drasticamente la propria autonomia monetaria e finanziaria, rimanendo schiacciata tra un “dollaro digitale” privato americano e uno “yuan digitale” cinese guidato dallo Stato.

Da questi casi – e se ne potrebbero citare altri – emerge con chiarezza come già da quest’anno l’Europa possa iniziare a gestire in modo più efficace rispetto al passato i rapporti economici e strategici con l’America di Trump. Non si tratta di demonizzare gli Stati Uniti, ma di riconoscere con realismo le divergenze di interessi esistenti e difendere la sovranità economica e politica dell’Europa.

Le capacità non mancano. Paradossalmente, il già citato documento americano sulla sicurezza nazionale riconosce la forza dell’Europa sul fronte scientifico, industriale, tecnologico ed energetico. È tempo che anche gli europei se ne rendano conto, e imparino a tradurre quella forza in autonomia strategica e in una voce propria nel mondo.

*da Il Mulino, 16/01/2026

Condividi su:

Scarica PDF:

image_pdf
Cerca

Altri post

Iscriviti alla newsletter

E ricevi gli aggiornamenti periodici

NEWSLETTER NUOVI LAVORI – DIRETTORE RESPONSABILE: PierLuigi Mele – COMITATO DI REDAZIONE: Maurizio BENETTI, Cecilia BRIGHI, Giuseppantonio CELA, Mario CONCLAVE, Luigi DELLE CAVE, Andrea GANDINI, Erika HANKO, Marino LIZZA, Vittorio MARTONE, Pier Luigi MELE, Raffaele MORESE, Gabriele OLINI, Antonio TURSILLI – Lucia VALENTE – Manlio VENDITTELLI – EDITORE: Associazione Nuovi Lavori – PERIODICO QUINDICINALE, registrazione del Tribunale di Roma n.228 del 16.06.2008

Iscriviti alla newsletter di nuovi lavori

E ricevi gli aggiornamenti periodici