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Un’intesa che parla a tutti i sindacati europei

Buone notizie dal Baden Wurttemberg. L’accordo recentemente firmato, che interessa 900.000 metalmeccanici ed elettrici tedeschi, è molto importante: al di là degli importanti risultati ottenuti, dimostra che la contrattazione collettiva sindacale può portare a significativi miglioramenti delle condizioni di vita e di lavoro sia per quanto riguarda l’aspetto salariale che e per quello normativo. In questo caso, con particolare riferimento all’orario e al rapporto tra tempi di vita e tempi di lavoro. Si tratta di un’intesa che non solo apre la strada al rinnovo contrattuale per tutti i metalmeccanici ed elettrici tedeschi (in Germania la IgMetall è il principale sindacato industriale e rappresenta oltre 3,5 milioni di lavoratrici e lavoratori), ma che rimette al centro dell’attenzione di tutti i sindacati europei la questione della riduzione dell’orario di lavoro – il rapporto tra il tempo del lavoro e le necessità della vita degli individui – nel pieno di una grande trasformazione organizzativa e tecnologica  del capitalismo industriale, subito dopo una crisi finanziaria da cui non siamo ancora completamente usciti, in un’epoca segnata da uno sviluppo “lento” e da sottoccupazione strutturale.

L’aumento del 4,3% del salario, (in un paese, la Germania, in cui l’inflazione è al 1,6%) visto dalle nostre latitudini, sembra un miraggio, ma deve essere sembrato tale anche agli stessi lavoratori tedeschi che erano pur partiti da una richiesta in piattaforma che arrivava al 6%: un aumento reale e considerevole dopo anni di contenimento dei salari e dei redditi, raggiunto mentre arrivano al pettine tutti i nodi delle diseguaglianze, incredibilmente cresciute nell’ultimo decennio. Tuttavia è la riduzione temporanea dell’orario di lavoro – da 35 a 28 ore – a essere stata il vero cuore della piattaforma dell’IgMetall, il vero punto di scontro con la controparte: non a caso proprio mentre era in corso la vertenza sindacale, la Merkel proponeva, in campagna elettorale, qualcosa di nettamente contrario, il superamento del limite quotidiano delle 8 ore giornaliere.

Il risultato della trattativa è arrivato dopo che era fallito anche il sesto round negoziale e il sindacato era quindi libero di dichiarare lo sciopero di avvertimento con una settimana di astensione a singhiozzo in 250 aziende, come non accadeva da 15 anni: ed è stata proprio la partecipazione dei lavoratori allo sciopero a strappare l’intesa alla controparte.

Alla fine, per quanto riguarda l’orario, l’accordo prevede che tutti i lavoratori avranno il diritto di ridurre – per un periodo limitato da 6 a 24 mesi – il proprio orario di lavoro settimanale a 28 ore, cosi come potranno, sempre su base volontaria, decidere di lavorare 40 ore settimanali invece di 35.

La vertenza del Baden Wurttemberg rappresenta una svolta nelle relazioni industriali degli ultimi due decenni, anche se in Germania rimangono ancora aperti almeno due problemi, frutto del ventennio liberista e delle legislazioni che l’hanno accompagnato: lo squilibrio tra Ovest ed Est del paese e il nodo dei mini job. Se per quanto riguarda quest’ultimi – ormai 7 milioni di giovani (e non solo) pagati 450 euro al mese – il problema non riguarda tanto l’industria quanto i servizi, lo squilibrio Est-Ovest attraversa tutte le categorie. Tra le due zone geografiche, che fino al 1989 costituivano due Stati diversi, esiste ancora un divario strutturale anche sull’orario di lavoro: a Ovest l’orario settimanale è di 35 ore, nei Land dell’Est di 38 ore. Uno squilibrio che potrebbe essere affrontato e sanato per via contrattuale proprio prendendo spunto dalla vertenza-pilota del Baden, allo scopo di ridurre le disuguaglianze che ancora dividono le lavoratrici e i lavoratori dell’ex Repubblica democratica tedesca dal quelli del resto della Germania.

Ma, come dicevamo, il contratto del Baden Wurttemberg parla a tutti i sindacati industriali europei e anche a noi. Sullo sfondo rimane il nodo – secondo me l’obiettivo – del “sindacato europeo”, l’ipotesi di una progressiva unità d’azione delle confederazioni sindacali del vecchio continente per costruirne uno davvero “nuovo” e combattere il dumping sociale che le diverse legislazioni dei paesi dell’Ue portano con sé sul mercato del lavoro, con tutte le diseguaglianze del caso e la relativa concorrenza tra lavoratori; contribuendo – facendo il nostro mestiere di sindacalisti e praticando i nostri valori – a combattere i fenomeni di xenofobia, razzismo e i nuovi fascismi che segnano il nostro tempo. E il merito dell’accordo di cui stiamo parlando può aiutare anche in questo senso se ne sappiamo cogliere il segno.

In Italia la recente esperienza dei metalmeccanici, che sono riusciti a firmare un contratto unitario dopo anni di accordi separati, si è mossa su un terreno difficile e in parte inedito. L’aver mantenuto un doppio livello di contrattazione, anche a fronte di aumenti salariali sui minimi contrattuali modesti e legati solo all’inflazione, ha rappresentato un segnale preciso per tutto il mondo del lavoro, affermando che il contratto nazionale rimane il principale istituto per difendere e migliorare il reddito ed i diritti dei lavoratori dipendenti.  L’investimento fatto sulla contrattazione di secondo livello e la sua possibile  estensione  e il peso assunto dal welfare ( pensione integrativa, sanità integrativa e integrazioni al reddito) come elementi e diritti per tutti  aggiuntivi – e mai sostitutivi – della contrattazione normativa e salariale nazionale, costituiscono una scommessa su cui le organizzazioni sindacali e i loro delegati dovranno misurare la propria capacità di rappresentanza (sulla quale è stato molto importante aver raggiunto un accordo tra Fim, Fiom e Uilm e federmeccanica sulla validità del contratto attraverso il voto delle lavoratrici e dei lavoratori e, quindi, sulla loro titolarità e sul recepimento e attuazione nella categoria del Testo Unico sulla Rappresentanza). In particolare sulla gestione degli orari e sulla formazione – per riprendere lo spunto costituito dal contratto del Baden Wurttemberg – il contratto nazionale dei metalmeccanici italiani incassa delle conquiste (come il diritto soggettivo alla formazione per tutti i dipendenti) disegnando i “confini” uguali per tutti dentro i quali le Rsu dovranno esercitare il proprio ruolo vertenziale e di controllo. Su questo terreno la prospettiva di una nuova gestione degli orari (dal contenimento degli straordinari alla messa sotto controllo di tutto ciò che succede negli appalti fino alla redistribuzione e riduzione dei tempi di lavoro) come strumento che al contempo migliora la vita di chi è occupato e combatte disoccupazione e precarietà, rappresenta una delle sfide cruciali per il sindacato nel bel mezzo della trasformazione epocale – che in maniera un po’ riduttiva viene individuata nell’industria 4.0 – in cui “possedere il proprio tempo” diventa prioritario per le persone che per vivere devono lavorare.

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