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Un’occasione mancata per la classe dirigente

Mai come quest’anno, la Relazione del Governatore della Banca d’Italia è risultata una operazione di “moral suasion”, mirata a responsabilizzare tutti per far fronte alla situazione sempre più drammatica dell’economia e della coesione sociale. Ma la sua efficacia è risultata meno penetrante di quanto, forse lo stesso Governatore, si poteva aspettare. Basta scorrere i commenti rilasciati dai presenti a quell’evento, alla fine della lettura delle 20 cartelle di Considerazioni finali, per comprendere che l’unanime apprezzamento attribuito a Visco nascondesse la perfidia di dichiararsi tutti senza peccato.

Evidentemente, la stessa Relazione consentiva il ricorso all’autoassoluzione. Non tanto per il suo consueto linguaggio paludato e restio a dire pane al pane e vino al vino, quanto per la scelta di non affondare il coltello sulle ragioni vicine e lontane dell’attuale agonia della nostra economia e che può trascinare anche la stabilità democratica.

Ma l’occasione è risultata mancata non tanto per il Governatore, quanto per la classe dirigente italiana. Da quella Relazione poteva trarre almeno tre motivi di apertura di dibattito. Il primo attiene alla credibilità del Paese. Che non si conquista soltanto rispettando le regole dell’austerità. Ripiegati soltanto su di essa, ci si infila a capo fitto nella recessione. E’ ormai, sotto gli occhi di tutti. Tagliare, linearmente o chirurgicamente, è mestiere sostanzialmente facile, anche se necessita di sufficiente perizia, ma spesso anche di cinismo. Può portare al rispetto del pareggio di bilancio, ma lacera la carne viva della gente che viene colpita e che è sempre la solita: quella più facilmente individuabile.

L’impegno posto per l’austerità non si è visto per le riforme che più incidono sulla produttività del sistema economico. Anzi, si è enfatizzato un percorso “vecchio”, quello di fare modifiche nelle regole del mercato del lavoro, inchiodando per mesi parti sociali, Parlamento e opinione pubblica sull’articolo 18. Così, non si è riusciti a modificare il codice civile, a ridurre i tempi di attesa delle autorizzazioni per investire in impianti, a dare un duro colpo alla corruzione dilagante e all’illegalità mafiosa, alle rendite di ogni tipo che resistono a ogni cambiamento. Le risorse si cavano anche in questo modo. Senza di esse, resta l’austerità e il Pil continua a perdere punti. Ma non solo. E’ il Paese che dimostra di non saper cambiare e chi ci guarda dall’Europa, può anche apprezzare che spendiamo di meno, ma capisce che la strada per diventare un po’ più europei facciamo fatica a percorrerla. Il Governo Letta, con il decreto “del fare” prova ad invertire questa immagine, ma ha soltanto fatto il primo passo; la strada da percorrere è ancora lunga.

Il secondo motivo, è ancora più penetrante. Tocca il cuore del sistema produttivo italiano. Abbiamo una parte consistente di esso, quello esposto alla competitività internazionale, che cerca di tenere il passo con i tempi e le condizioni della globalizzazione. Un’altra, più legata alla domanda interna e alla spesa pubblica, soffre di arretratezze: capitalizzazione modesta, organizzazione del lavoro tradizionale, scarsa innovazione del prodotto, povertà tecnologica, livelli professionali non eccellenti, invecchiamento del management e delle proprietà. La crisi ha messo a nudo tutte queste carenze e non verrà superata se queste aziende rimarranno tali e quali. Anche il Governatore ha sottolineato questo dualismo, ma non ha detto esplicitamente che se non c’è un salto di efficienza e di modernità, non potremo continuare a garantire i livelli di benessere e di diritti a cui siamo abituati. Perché di questo si tratta: o l’insieme del sistema produttivo viene portato ad un livello più alto di competitività, o la qualità della vita degli italiani deve abbassarsi.

Ma ciò implica da un lato risposte immediate che frenino la caduta occupazionale, con soluzioni che ripartiscano il lavoro che c’è; la ripresa non è alle porte e il riassorbimento di quote significative di occupazione sarà lungo ed accidentato. Dall’altro lato, va messa in campo una significativa mobilità sociale e professionale dei giovani e anche dei meno giovani; di conseguenza, un welfare più adeguato e un sistema formativo più flessibile e continuo che valgano per tutta la vita lavorativa di ciascuno di noi. Implica, inoltre, un impegno nella ricerca e nella innovazione che veda coinvolte aziende, università e centri di ricerca in uno sforzo congiunto e non episodico. Implica, infine, che pubblico e privato agiscano in sintonia in tutti questi campi d’intervento, sburocratizzando la loro cooperazione e puntando sulla creatività dei giovani. Il Governo Letta è ancora atteso a questa prova complessa ma inevitabile.

Il terzo motivo, riguarda l’Europa. Il Governatore pone la questione dell’unione bancaria al primo posto nel processo di coesione europea. Ma nessuno si emoziona se essa verrà realizzata al meglio, com’è auspicabile. Per i tempi che corrono, ci vuole di più: l’affermazione di una impostazione per cui, se agli Stati compete di tenere i conti in ordine, c’è l’Unione che si occupa dello sviluppo. Se, invece, entrambi i livelli si dedicano a stringere la cinghia, la passione europeista inevitabilmente scemerà. Un esempio: la Fondazione Astrid ha proposto che se venissero pagati entro l’anno i 90 miliardi che le Amministrazioni pubbliche devono alle imprese, spalmando nei prossimi dieci anni il loro peso sul deficit, si migliorerebbe il Pil di un punto. L’Europa dovrebbe autorizzare una manovra di questo genere, fermo restando l’impegno a non sforare il 3% dell’indebitamento, al netto della misura indicata. Questo è un modo significativo per dire che l’Europa svolge un ruolo propulsivo.

Circolano tanti denigratori dell’Europa, molti nostalgici della lira e del piacere di svalutare quando e come ci pare. In genere, coincidono con quelli che amano le scorciatoie, per non affrontare i nodi strutturali del nostro Paese. La loro influenza può essere marginalizzata; ma occorrono scelte che modernizzino le imprese e le istituzioni all’interno e rilancino l’unione politica dell’Europa. Alexis Tocqueville era certo che “un’idea falsa ma chiara e precisa avrà sempre più successo nel mondo che un’idea vera ma complessa”. Ma, per fortuna, da quei tempi ad oggi, la gente ha accumulato più esperienza e non si farà infinocchiare facilmente. 

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