Inas svuota l’ennesimo catino di fango, ramazza un pò lo spazio davanti alla tenda. Due anni e molto di più, il terzo inverno passato nella paura e nell’incertezza. Traduttrice, zia di tre bambini, cerca di sopravvivere nell’inferno di Gaza, perché non esiste ormai altro termine per descrivere quello che sta succedendo.
Inas dice che vuole raccontare la storia di una donna, rimasta tra le rovine, attaccata alla vita nonostante la morte che li circonda e sempre alla ricerca di un goccio di speranza nel buio creato dalla guerra in cui la sopravvivenza sembra quasi impossibile. E questa storia è la sua. Spazza ancora l’acqua che li circonda, lei si crede ancora fortunata, sua sorella è quasi affogata in una delle tempeste di questo ultimo dicembre. Intanto sogna, ha cercato di iscriversi a diversi bandi di università all’estero, ha scritto anche a quella di Torino. Sarebbe un sogno dice, poter continuare a studiare, uscire dalla Striscia e mettere in salvo anche i suoi tre nipoti. Sono tre maschietti, Hadi di 15 anni, Hafez di 12 anni e il più piccolo Iyas di 5 anni. Due di loro vogliono fare i dottori, mentre quello di mezzo vuole fare l’architetto. Non sono lavori casuali dopo due anni di massacro, voler prendersi cura della salute delle persone intorno a loro, voler costruire, forse inconsciamente nella testa di un bimbo la speranza di RI-costruire.
Vivere nella Striscia di Gaza non è mai stato facile, prima di questo conflitto ci sono stati altri momenti duri ma mai si è arrivati a questi livelli. Dopo il 7 ottobre 2023 tutto è cambiato, sembra una frase ormai di circostanza ma è purtroppo la dura verità per qualsiasi abitante che si trovi tra Rafah e Gaza City. Inas lavorava come traduttrice freelance, viveva una vita normale, con le aspirazioni di una ragazza come altre, di colpo si è trovata a scappare da un bombardamento all’altro, a cercare un posto sicuro per lei e la sua famiglia e soprattutto lei si trovava al nord della Striscia, una delle parti che hanno sofferto di più. La ragazza parla della vista costante di un paesaggio di distruzione, dove l’unico suono era il ronzio di droni e il boato delle bombe. Lei e i suoi si sono spostati di strada in strada, di casa in casa alla ricerca di una sicurezza che era soltanto una falsa chimera.
Ancora adesso in questi istanti nella Striscia di Gaza non esiste un posto che si possa definire sicuro. Nei momenti di panico e stanchezza Inas legge il Corano, non perché non abbia niente da fare ma perché la lettura e la preghiera la fanno sentire protetta, sono il suo rifugio dall’ansia e dalla paura. Mentre legge è ancora consapevole di essere viva. Hanno cucinato su un fuocherello fatto da pezzi di legno trovati in giro, hanno distrutto quaderni per accendere una fiamma, per poter bere una tazza di te o condividere un po’ di lenticchie che a mala pena in tempi normali avrebbero sfamato un bambino. Non avevano, ancora si faticano a trovare, né gas, né acqua. La mancanza di cibo è stata terribile, Inas è arrivata addirittura a triturare mangime per animali per ottenere una specie di farina. La fame era un elemento costante e i bimbi a volte piangevano e non riuscivano a dormire perché non avevano mangiato. Sono racconti difficili da ascoltare, da leggere, a volte nei messaggi vocali si sentono i rumori dei droni, il piccolo Iyas cerca ogni tanto di comunicare con qualche bimbo da fuori per messaggio, figlio di amici che cercano di aiutare, per passare il tempo perché la scuola ancora non c’è a Gaza, né per lui né per i suoi fratelli.
Inas ha cercato di avviare qualche progetto per lavorare con i bambini, farli disegnare e dargli un minimo di educazione in queste giornate logoranti. Suo fratello era il responsabile del centro di salute mentale per bambini di Gaza City, ora ovviamente non esiste più. La ragazza parla di quando hanno bombardato la loro casa, tutti erano dentro. Sono sopravvissuti per miracolo, sono scappati a piedi scalzi, senza poter raccogliere nulla dall’interno, si sono messi in salvo loro adulti e i bambini. Tutta la famiglia si è trovata sfollata, senza un luogo dove stare almeno dieci volte. Un giorno si sono trovati circondati da carri armati, la casa arroccata che avevano scelto come ennesimo rifugio era stata circondata. Le memorie terribili sono moltissime, dormire su materassi inzuppati d’acqua, camminare ore e ore a piedi per trovare un riparo. Inas parla e scrive di tutte queste storie in lacrime, queste prove di sopravvivenza hanno lasciato in lei e negli altri abitanti ferite dure da rimarginare.
Come descrivere il dolore di lasciare e di non trovare più la casa dove si è cresciuti? Vedere il proprio padre che ha sacrificato tutta la sua vita senza delle mura che possano ospitarlo al caldo, seduto sulle macerie di una abitazione comprata con i risparmi di una vita. La ragazza però cerca di farsi forza, giorno dopo giorno, mantenendo la sua speranza viva e tenendo stretto il suo sogno: vincere una borsa di studio che possa permetterle di studiare all’estero per ottenere un master. Vivere in un paese dove possa continuare la propria educazione e dove, se la fortuna volesse, poter portare anche i suoi amati tre nipoti e il resto della sua famiglia. Un luogo dove vivere, studiare e sentirsi al sicuro quando si va a dormire.
