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Nove proposte per l’economia

CARO direttore, dopo la recente approvazione del Def può essere utile provare a ragionare seriamente sullo stato e le prospettive dell’economia italiana. È evidente che i vincoli e i condizionamenti di una politica europea del tutto errata limitano fortemente lo sviluppo dell’Unione, e la condannano a un destino di stagnazione. Da questo punto di vista l’iniziativa assunta dal nostro governo di porre in discussione e aprire un dibattito sulla linea finora seguita e i suoi effetti è positiva e da condividere, anche se arriva con colpevole ritardo, perché il dibattito andava aperto nel momento in cui l’Italia aveva assunto la presidenza di turno dell’Unione, facendo leva sulle perplessità e le preoccupazioni, già allora molto diffuse, delle organizzazioni internazionali, degli Stati Uniti e della comunità degli economisti. Si preferì cercare di ottenere margini di flessibilità per il nostro Paese, invece di coinvolgere in un dibattito serio tutti i Paesi. Analogamente, durante la crisi greca, sarebbe stato utile contestare la linea violenta e prevaricatrice imposta a quel Paese, invece ci defilammo. In ogni caso è evidente che oggi sarebbe decisivo riuscire ad ottenere una revisione e un cambiamento della strategia europea, tanto più che è chiaro che gli interventi della Bce, per quanto utili, anzi indispensabili, non sono in grado di risolvere il problema della ripresa europea.

Tuttavia l’Europa non può rappresentare un alibi per i nostri problemi che sono in gran parte interni e vengono da lontano. Da molto tempo infatti l’Italia soffre di problemi strutturali che si manifestano in una pronunciata fragilità, in una crescita molto bassa, e in una produttività stagnante o addirittura in diminuzione. Ciò ha provocato un crollo della posizione relativa dell’Italia rispetto agli altri Paesi europei in termine di Pil pro capite che nel 2000 era di 17 punti superiore a quello medio dell’Unione Europea, mentre nel 2015 risultava inferiore di quasi 4 punti.

Il nostro Paese è quello che, dopo la Grecia e Cipro, è stato il più colpito dalla crisi del 2007-08. Abbiamo avuto due recessioni consecutive che hanno ridotto il Pil di circa10 punti: ben peggio di quanto accadde nel 1929! I consumi sono calati dell’8%; gli investimenti e la produzione manifatturiera del 30% (in media !); la disoccupazione è cresciuta fino a raggiungere il 12-13%; le esportazioni hanno recuperato i livelli del 2007, ma tra il 2007 e il 2014 il commercio mondiale è cresciuto del 20%; l’Italia non ne ha beneficiato.

La ripresa è in corso, ma debole. La crescita del 2015 (0,6-0,7%) continua ad essere nettamente inferiore a quella degli altri Paesi europei e della zona euro, ma quel che è più preoccupante è che il rimbalzo dalla seconda recessione è stato nettamente inferiore a quello che si verificò nel 2010, dopo la prima recessione (1,7%). Il Clup (costo del lavoro per unità prodotta) è aumentato dal 2000 al 2014 del 40% rispetto a quello tedesco, dato che esprime in modo chiaro l’entità della perdita di competitività dell’economia italiana. E tale perdita non può essere attribuita a responsabilità sindacali, come in passato.

Recentemente Pierluigi Ciocca ha presentato alcuni dati sull’economia del Mezzogiorno dopo la crisi che sono impressionanti: crollo del Pil del 14% rispetto all’8% del Centro Nord; consumi -13% (-15% quelli alimentari) rispetto a -6%; investimenti -33% rispetto a -24%; disoccupazione: 21%, rispetto a 10%; famiglie in povertà assoluta raddoppiate sia al Centro Nord che al Sud, ma nel Sud rappresentano il 12%, cioè il doppio che al Centro Nord; tra il 2001 e il 2013 la popolazione del Sud ha continuato a ridursi, e l’emigrazione ha riguardato in particolare circa 200.000 laureati. La spesa per opere pubbliche è scesa nel 2014 a 2 miliardi nel Sud, mentre nel 1992 era pari a 10 miliardi; essa è invece di 11 miliardi nel Centro Nord…

In sostanza, l’economia italiana si trova in condizioni molto precarie che solo in parte dipendono dalla crisi finanziaria e dall’Europa. Di queste questioni sarebbe opportuno discutere in modo franco ed aperto, dicendo la verità al Paese e indicando una via percorribile di miglioramento, dato che una soluzione immediata di tutti i problemi non è possibile. Ma ciò non avviene.

I nostri problemi sono peraltro noti: illegalità diffusa (corruzione, evasione fiscale, malavita organizzata, clientelismo, nepotismo, affarismo, traffico di influenze, ecc.) che rappresenta l’ostacolo principale alla ripresa; imprese troppo piccole e quindi poco interessate ad investire, in particolare in ricerca e sviluppo; sistema giuridico obsoleto, soprattutto quello relativo alla regolazione dell’economia; burocrazia paralizzata e vittima del diritto amministrativo e cioè di una visione organicistica del settore pubblico che continua a prevalere; sistema educativo in crisi (università) o da rivedere; carenza di infrastrutture e di investimenti pubblici; diseguaglianza elevata e in aumento; poca concorrenza e ampie posizioni di rendita, ecc.

Una strategia utile per affrontare coerentemente queste questioni nel corso degli anni manca; così come manca la consapevolezza dei problemi da parte della classe politica nel suo complesso, e si continua a voler gestire una situazione estremamente deteriorata con elargizioni a specifiche categorie, ottimismo di maniera, cercando consenso a breve fino alla successiva elezione.

Non che politiche alternative siano agevoli e facilmente disponibili. Ma una strategia alternativa di massima può essere prospettata. Eccone alcuni punti: 1) Porsi come obiettivo di finanza pubblica a livello nazionale la sola riduzione del debito pubblico, e combattere per una politica espansiva a livello europeo. 2) Utilizzare tutti i margini di flessibilità europei per eliminare definitivamente la clausole di salvaguardia. 3) Prendere atto del fatto che ciò che è importante è ridurre le tasse alle famiglie e alle imprese che oggi le pagano correttamente, e non ridurre la pressione fiscale complessiva, dati i vincoli di bilancio esistenti, il che implica la necessità di recuperare evasione da destinare alla riduzione delle imposte: le proposte (avanzate da chi scrive) esistono da molto tempo, il governo ne ha accolte alcune (quelle meno incisive) ma esita su altre. 4) Farla finita con una politica fiscale che tra bonus vari, incentivi, detassazioni settoriali o mirate, ecc. insegue i peggiori istinti delle lobby e del Parlamento e distrugge ogni logica di coerenza del sistema fiscale. 5) Utilizzare ogni altra risorsa residua per spese di investimento ad alto moltiplicatore. 6) Continuare nel processo di razionalizzazione della spesa pubblica a fini di risparmio, ma riprendere le assunzioni (soprattutto qualificate) nel settore pubblico. 7) Impostare una coerente strategia di politica industriale. 8) Affrontare in modo sistematico i problemi strutturali elencati più sopra. 9) Coinvolgere le parti sociali e l’opinione pubblica nel processo perché senza consenso non si riforma nessun Paese, almeno in democrazia.

 

 (*) Economista ed ex Ministro delle Finanze; lettera inviata al direttore di “Repubblica”

 

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