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Referendum, la sinistra per il Sì, la dottrina e la politica

Nei prossimi 22 e 23 marzo saremo chiamati a votare sul referendum conservativo della riforma costituzionale sulla giustizia varata dal governo Meloni. Si tratterà di una decisione di particolare importanza alla quale le forze politiche dei due schieramenti, del Sì e del No, si stanno impegnando a fondo all’insegna di una forte contrapposizione. La stessa data del referendum è stata oggetto di scontro perché interpretata dalle parti in termini contrapposti o di accelerazione per sfruttare l’attuale prevalenza del Sì o di utile rallentamento per consentire la raccolta delle firme e un possibile recupero del No. 

Il duro scontro con cui gli schieramenti affrontano il voto, mette in evidenza il carattere essenzialmente politico di questo referendum, come primo test di un percorso finalizzato alle elezioni politiche della primavera del 2027. Questa sua natura politica è chiaramente dimostrata anche dal modo con cui questa legge costituzionale   è stata approvata in tempi ragionevolmente brevi, con un dibattito parlamentare tutto incentrato sulle scelte della maggioranza senza alcun dialogo con l’opposizione, e con voto di fiducia a maggioranza inferiore ai due-terzi per cui si è reso necessario il referendum. 

In particolare, sull’intero iter della legge ha pesato il giudizio fortemente critico del governo sul ruolo dei magistrati che spesso si sono contrapposti alle scelte dell’esecutivo in varie direzioni: dagli immigrati, alla giustizia, dal Ponte sullo Stretto alla riforma della Corte dei conti. Del resto, non è una novità che il governo Meloni per le sue scelte e per lo stesso modo di motivarle e attuarle mantiene il Paese in uno stato di conflittualità rivolta in particolare contro la magistratura che, essendo uno dei poteri fondamentali della nostra democrazia. dovrebbe essere trattata dal governo con ben altro senso dello Stato.   

Invece il governo rimane convinto che la magistratura abbia assunto un ruolo eccessivo di invasione di alcuni spazi della politica per cui il significato strategico di questa riforma è, come afferma il ministro Nordio. “consentire alla politica di riprendersi i propri spazi”. In questa situazione, tutt’altro che tranquilla, è emersa la singolare posizione favorevole a votare Si al referendum da parte dei riformisti del Pd di “Libertà eguale” e di altri costituzionalisti e magistrati. 

La motivazione essenziale è di coerenza con il processo di riforma del sistema giudiziario avviato con la riforma Vassalli del codice di procedura penale e il passaggio al processo accusatorio, proseguito con la riforma dell’art. 111 della Costituzione, e l’introduzione del giusto processo con accusa e difesa in condizioni di parità e il giudice terzo e imparziale. La separazione delle carriere tra il giudice inquirente e quello giudicante rappresenta la logica conclusione della riforma che è sempre stata patrimonio della strategia progressista e liberale sulla giustizia. Quindi una posizione che affonda le sue radici nella dottrina giurisdizionale e, come tale, rivendica la sua piena legittimità e coerenza. Di fronte a ciò, non discuto la coerenza di tale scelta, né, rispetto ad essa, ho particolari obiezioni, essendo, tra l’altro, tra coloro che nel 1999, in Senato, votarono a favore della riforma dell’art. 111 della Costituzione. 

Mantengo invece serie perplessità circa la sua utilità nell’attuale situazione di acuta conflittualità politica in una fase di passaggio della nostra Repubblica nella quale possono entrare in gioco alcuni elementi essenziali della nostra democrazia. Teniamo presente che l’esito di questo referendum sarà di particolare rilevanza nella realizzazione del progetto finalizzato alla riconferma del governo Meloni nella prossima legislatura. 

Dopo il referendum, tanto più se vincerà il Sì, le prossime tappe saranno la riforma della legge elettorale, e probabilmente le riforme dell’autonomia differenziata e del premierato.  Ma la volontà della maggioranza di essere riconfermata è tale che qualche analista ipotizza anche uno scioglimento anticipato delle Camere sull’onda della vittoria al referendum per affrontare il voto nel momento più favorevole. 

In ogni caso l’elemento decisivo delle prossime elezioni è costituito dalla legge elettorale che, pur con i vincoli indicati dalla Consulta, si presenta probabilmente nello schema: coalizione che raggiunge il 40% dei voti con premio del 15%, eliminazione dei collegi uninominali con tutto il potere sulle liste trasferito ai partiti. Uno schema che, nell’attuale situazione del sistema politico italiano, con il centrosinistra diviso e incapace finora di rendere esplicita e credibile una alternativa e privo di un candidato premier forte e riconosciuto, consente al centrodestra di avere più facilmente la vittoria in mano. 

Una prospettiva che prefigura successive, profonde trasformazioni della democrazia italiana. Questa, a mio parere, ci presenta la situazione politica dell’Italia rispetto al futuro e la responsabilità di ciò è in gran parte addebitabile al Pd e alla sua assenza di una strategia adeguata. Perciò il compito più urgente dei riformisti avrebbe dovuto essere quello di condurre una forte ed esplicita battaglia politica dentro al Pd in direzione di dar vita a tale alternativa di governo che avrebbe dovuto diventare parte fondamentale dell’identità della coalizione di centrosinistra. 

Oggi siamo in grave ritardo e occorre cercare di coprire i buchi in modo adeguato e nel minor tempo possibile. Questa rimane l’unica strada per uscire dall’illusione di possibili vittorie che attualmente non esistono, e cercare di evitare che le elezioni del 2027 sanciscano lo stesso esito di cinque anni prima.

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