Meno emissioni da fonti fossili. Più energia da gas e rifiuti

Cominciamo da un tema caldissimo, che aleggia su questa assemblea Onu, e chiama in causa le “vecchie” energie fossili: la tensione geopolitica grave tra Iran e Arabia saudita, dopo gli attacchi di droni e missili che hanno messo fuori uso importanti installazioni petrolifere saudite. Un attacco che ha colto tutti di sorpresa, ricordandoci quanto ancora dipendiamo dal petrolio?

«Petrolio e gas insieme rappresentano ancora il 54% dei consumi energetici mondiali. Siamo preoccupati per i rischi di un’escalation nel Golfo Persico. La cosa che più colpisce è l’entità del danno, e come sia stato possibile sferrare un colpo così micidiale a infrastrutture strategiche. Più dell’aumento del prezzo del greggio, la preoccupazione è politica, guarda all’energia ma soprattutto alla pace. Dobbiamo augurarci che le reazioni rimangano nell’ambito diplomatico e delle sanzioni».

 

L’Eni punta ad aumentare la quota del gas, che pure è un’energia fossile, ed emette anidride carbonica. Può spiegare il perché di questo obiettivo?

«Carbone, petrolio e gas sono tutte energie fossili, però il livello delle emissioni è molto diverso, dal primo al terzo si va in ordine decrescente. Il gas produce metà CO2 del carbone. Il carbone continua ad avere un ruolo rilevante, pesa per il 38% della produzione di energia mondiale ma per il 77% delle emissioni. Inoltre immette nell’atmosfera che respiriamo biossidi e polveri sottili. Il gas ha un ruolo essenziale nella transizione verso le rinnovabili, visto che consente una riduzione sostanziale di emissioni. Qui a New York abbiamo anche firmato la Global Methane Alliance per abbattere le cosiddette emissioni fuggitive, la CO2 che si perde nella catena di trasporto».

 

Proprio il metano è l’ultimo di una serie di settori dove il presidente Donald Trump ha imboccato la strada opposta: deregulation a oltranza, liberando l’industria americana dai vincoli dell’Amministrazione Obama. Voi vi sentite all’opposizione rispetto a queste scelte di Washington?

«Noi abbiamo imboccato un percorso che fa bene all’ambiente. Siamo un’azienda globale e dobbiamo dare risposte a un problema globale come quello del clima. Lo facciamo in maniera trasparente, con obiettivi dichiarati, certificati da soggetti indipendenti. Ivi compresa la trasparenza finanziaria. Le grandi multinazionali non sono isole e non possono comportarsi come se lo fossero».

 

Gli obiettivi di Parigi non sono stati raggiunti. A che punto siamo con le carbon tax e perché non hanno l’efficacia sperata? C’è ancora un divario tra noi e i paesi emergenti, che frena la lotta al cambiamento climatico?

«La tassazione delle emissioni deve essere globale. L’Europa è molto avanti, ma le tasse in Europa aumentano i costi di produzione e quindi una parte dell’industria continua a spostarsi, va là dove questi prelievi fiscali non ci sono. Il carbone costa meno, e in alcune zone del mondo crea occupazione. Questo frena la transizione. I più grossi produttori di CO2 non siamo noi, sono Cina, Stati Uniti e India. Dobbiamo allineare i nostri percorsi, e farlo con equità, chiedendo di più ai più ricchi. Sta a noi aiutare i paesi meno sviluppati a raggiungere un mix energetico diverso, con più rinnovabili e gas, meno biomasse dalle foreste».

 

I problemi più acuti riguardano l’Africa, soprattutto se si guarda all’aumento della popolazione.

«Oggi ci sono ancora 650 milioni di africani senza accesso alla corrente elettrica. Non possiamo pensare che gli stessi obiettivi di transizione sostenibile dei paesi ricchi vadano applicati a chi ha ancora bisogni così essenziali. È nostra responsabilità aiutarli a crescere in modo corretto».

 

Gli ambientalisti hanno sempre una riserva quando sentono le promesse delle multinazionali energetiche: che si tratti di “greenwashing”, cioè una verniciata di verde a cui non corrispondono cambiamenti sostanziali.

«Noi abbiamo una storia e un profilo legato agli idrocarburi, però di strada ne abbiamo già fatta. Fino a cinque anni fa producevamo 65 milioni di tonnellate di CO2 con petrolio e gas, oggi siamo già scesi a 38 milioni. L’Eni è cambiata molte volte e siamo dentro una nuova trasformazione. Non bisogna usare un approccio ideologico, considerarci il nemico assoluto. Posso annunciare oggi una novità approvata dal consiglio di amministrazione dell’Eni: abbiamo inserito i 17 obiettivi Onu dello sviluppo sostenibile nel nostro mission statement, la definizione della missione aziendale. Questi diventano parte della filosofia portante della nuova Eni. La forza di un’azienda è fatta anche di valori, tra i nostri c’è una transizione equa allo sviluppo sostenibile, attenta a ridurre le diseguaglianze»

 

Spieghi il significato di questo termine che improvvisamente è nelle bocche di tutti, ai meeting di New York: economia circolare.

«Per noi significa una cosa molto concreta: trasformare in energia i rifiuti, organici ed anche inorganici come le plastiche. Vuol dire in prospettiva non usare più petrolio e gas ma queste masse di rifiuti sempre crescenti perché direttamente proporzionali all’aumento della popolazione mondiale. I rifiuti come risorsa da riusare trasformandoli in energia, per noi vuol dire un obiettivo di 350mila tonnellate, e una serie di progetti che coinvolgono Venezia, la Toscana e la Puglia».

 

* Intervista di Federico Rampini  all’Amministratore Delegato dell’ENI, al Summit sul clima dell’ONU, Repubblica  23.09.2019