Rendere la nostra vita “una bella avventura”

L’enciclica di Papa Francesco è certamente un appello a tutti noi perché si recuperino i valori fondanti della fratellanza, della sorellanza, dell’amicizia, della solidarietà. Perché nessuno venga lasciato indietro. Arriva nel mezzo di una crisi profonda e globale, scatenata dal COVID19, che interroga ciascuno sul futuro che ci aspetta e su come sarà necessario ridisegnarlo. 

Molti sono i temi e i fili conduttori di una profonda critica, sullo stato di salute di questo nostro mondo, delle sue istituzioni, della politica, dell’impatto negativo delle politiche liberiste e soprattutto dei comportamenti umani di ciascuno, caratterizzati da una indifferenza globale, che ha minato alla base la pratica del concetto di fraternità. 

Il Papa interroga ciascuno di noi, a prescindere dal credo religioso, e fotografa con grande lucidità lo stato di solitudine, di incapacità di agire insieme, gli egoismi e “la frammentazione che ha reso più difficile risolvere i problemi che ci toccano tutti”. Una frammentazione che  ci accompagna in questa prima parte di secolo e che ci impedisce di sognare insieme, di recuperare i sogni collettivi, che renderebbero la nostra vita “una bella avventura”. 

Ma il Papa interroga anche i leader e i grandi decisori globali, che hanno contribuito alla frantumazione di quei sogni che ci hanno accompagnato per molti anni e che, in molti, abbiamo  cercato di concretizzare, nella seconda metà del secolo scorso.

Il sogno di una Europa politica, democratica e unita, come quello di una globalizzazione giusta, che mettesse al bando le ingiustizie sociali; il sogno di un mondo senza discriminazioni, etniche, politiche, religiose e di genere.  Il sogno della pace contro ogni tipo di guerre. 

Il mondo sta trovando sempre più difficoltà nel lento cammino della pace che aveva intrapreso e che cominciava a dare i suoi frutti.”  

Molti di quei sogni si sono infranti, sicuramente per l’effetto di interessi politici ed economici, di crescenti egoismi nazionali, che hanno alimentato i vari populismi e nazionalismi, marginalizzando sempre più le funzioni, il ruolo e le decisioni delle istituzioni internazionali e impedendo così la soluzione dei crescenti conflitti e radicalismi, contribuendo ad affondare la forza del multilateralismo. Profonde sono le critiche alle politiche dei grandi e senza citare nessuno fa sicuramente riferimento ai grandi decisori. Trump si è sfilato dagli accordi di Parigi sul clima; ha tagliato i fondi alle istituzioni multilaterali, ha minacciato la moratoria sugli altri accordi multilaterali, ha lanciato una guerra commerciale contro la Cina e una politica ostruzionista contro l’OMC, anche se ha recentemente subito un  duro colpo, visto che l’organismo multilaterale, anche lui ormai relegato ad un ruolo sempre più marginale, ha condannato il protezionismo USA e i dazi doganali per 400 miliardi,  imposti contro la Cina nel 2018. 

Vecchi e nuovi colonialismi hanno riacceso guerre sanguinose. Il Papa parla di una terza guerra mondiale a pezzi in un mondo sempre più interdipendente e fragile.

In questa prima parte di secolo, l’infezione che affligge il multilateralismo e che  ha paralizzato il suo ruolo è senza precedenti. Istituzioni internazionali, pensate nel dopoguerra, in un contesto globale profondamente diverso, oggi sono sempre più deboli e sotto il ricatto di leader populisti e autoritari, che mettono al centro delle politiche i propri interessi, in contrapposizione agli interessi collettivi globali: “America First” ne è un fulgido esempio, come la spinta conservatrice in Gran Bretagna : “riprendiamoci il controllo” che ha illuso gli inglesi e li ha convinti, seppur in modo arraffazzonato a uscire dalla EU. 

La Cina nuovo grande player globale con la arroganza autoritaria verso le sue minoranze e verso le regole di democrazia minima interna e ad Hong Kong e le sue strategie espansionistiche, attraverso il mega progetto One belt one Road,  che cerca di condizionare il futuro e l’autonomia dei paesi partner, tutti poveri e ricattabili. E poi gli altri leader autoritari: Putin, Lukashenko, Orban, Erdogan, che hanno costruito il proprio potere convincendo i propri elettori che i vantaggi della globalizzazione sono un’illusione, che le regole commerciali multilaterali sono la causa dell’impoverimento e della disoccupazione nei loro paesi. Si sono lasciati crescere mostri pericolosi, senza aver rafforzato gli anticorpi per combatterli.

Molti sostengono che la crisi del multilateralismo derivi dalla disillusione relativa ai mancati successi della globalizzazione, come pure dall’inadeguatezza degli strumenti a disposizione degli organismi multilaterali per affrontare le nuove sfide.

Macron recentemente ha dichiarato la morte celebrale della Nato. Anche l’OMC, non sta messa meglio: da anni non si firmano accordi multilaterali, mentre quelli bilaterali e regionali sono cresciuti nel tempo e fuori da quell’organismo. L’OMS ad oggi, non è stato in grado di giocare un ruolo di governo  e di lotta globale della pandemia

Il tutto, come afferma Papa Francesco, è frutto dell’assenza di una attenzione sociale globale? Dell’”allegra superficialità”, che pervade le vite delle nostre società? dell’assuefazione e della crescita della indifferenza verso le condizioni degli esclusi, emarginati e delle vittime degli autoritarismi? 

Certo, i  governi hanno affrontato la crisi del 2008 utilizzando ricette spuntate che non mettevano in discussione i fondamenti del liberismo economico da cui è scaturita la crisi. Mentre i grandi movimenti che hanno caratterizzato la fine del secolo scorso e i primi dieci anni del 2000, i World Social Forum, i caucus della società civile nelle grandi conferenze globali si sono liquefatti e sono un lontano ricordo, come  molti dei suoi protagonisti.  Papa Francesco richiama la distruzione di ogni fondamento della vita sociale” che “finisce con il metterci l’uno contro l’altro per difendere i propri interessi”.

Ma in realtà le trasformazioni e le mutazioni sociali non hanno portato solo silenzio, e desertificazione nei territori della politica e dell’azione sociale. Molte energie sono riemerse e si sono organizzate in forme nuove, in modo concreto, scegliendo un approccio locale e non localistico. Hanno costruito tessuti di socialità e aggregazione, meno ideologici e più concreti, con un filo quasi invisibile che lega queste esperienze agli obiettivi strategici del mondo: lotta ai cambiamenti climatici, rafforzamento delle organizzazioni e empowerment delle donne contro la violenza, le discriminazioni sociali e politiche, il tetto di cristallo che è sempre lì, anche per l’acquiescenza e cultura maschilista della politica, viene via via sgretolato seppur troppo lentamente. La globalizzazione e le nuove dinamiche che ne sono scaturite non sono tutte da buttare via.

La pandemia ha messo a serio rischio ad esempio, il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile approvati cinque anni fa all’ONU. L’ultimo rapporto ONU sulla loro attuazione mostra che  già prima del Covid, i progressi erano disomogenei e che “non si era sulla buona strada per raggiungere gli obiettivi entro il 2030” anche se alcuni miglioramenti erano visibili: la quota di bambini e giovani che non andava a scuola era diminuita; l'incidenza di molte malattie trasmissibili era in calo; l'accesso all'acqua potabile gestita in modo sicuro era migliorato; e la rappresentanza delle donne nei ruoli di leadership era in aumento. Oggi con il Covid una crisi sociale ed economica senza precedenti minaccia la vita e le condizioni economiche e sociali di ciascuno e il raggiungimento degli SDG è ancor più a rischio.

Se i lavoratori poveri erano diminuiti dal 14.3% al 7.1 dal 2010 al 2019, l’impatto del Covid spingerà nuovamente decine di milioni di lavoratori e lavoratrici di nuovo nella povertà e, come sottolineato dall’ultimo rapporto ONU, Il divario di genere nella povertà lavorativa era stato quasi colmato, stanno emergendo prove che le donne sono colpite in modo sproporzionato dalla pandemia, mentre i giovani lavoratori sono esposti alla povertà in modo più sistematico degli adulti. 

Ciò dimostra che, come afferma il Segretario Generale ONU Guterres, c’è bisogno “di una risposta multilaterale su vasta scala per garantire che i paesi in via di sviluppo dispongano delle risorse necessarie per proteggere le famiglie e le imprese”. E per contrastare la crisi del sistema multilaterale, la stessa ONU ha adottato una riforma profonda del sistema di cooperazione, con l’obiettivo di fornire un quadro chiaro ed efficace per la gestione, le responsabilità di supervisione a livello globale, regionale e nazionale. In questa situazione di straordinaria difficoltà sono molte le organizzazioni della società civile che lavorano faticosamente sui territori, e le organizzazioni sindacali, pur tra le grandi difficoltà derivanti dalla perdita di spazi di lavoro, dalla perdita di iscritti e anche di leadership, che sono necessariamente in prima fila per tutelare i lavoratori e le lavoratrici licenziate a causa del Covid.  Quello che manca loro è una proposta politica in grado di rompere con il passato anche recente, di prevedere un percorso di sviluppo profondamente diverso, inclusivo e sostenibile. Su questo terreno, molte imprese globali stanno rivedendo profondamente le loro strategie puntando alla sostenibilità. Nel 2008 metà del commercio globale era rappresentato dalle catene del valore globali. Oggi le grandi imprese stanno ridisegnando le loro strategie, riavvicinando al consumatore finale le produzioni misurando e riducendo l’impatto sul clima e sul sociale.

Papa Francesco lancia anche una critica alle regole attuali dell’economia e della finanza e alla accettazione di nuove forme di colonizzazione culturale. Tutto giusto, ma molte azioni e decisioni politiche, anche a livello europeo, stanno modificando in positivo queste regole, seppur non ancora a livello globale.  Cresce e si rafforza la finanza etica e gli investimenti responsabili che modifichano fortemente i comportamenti sociali, di governance e ambientali delle imprese.  Un esempio estremamente positivo, e non l’unico nel mondo è dato da Etica Sgr, l’unica società di gestione del risparmio italiana focalizzata al 100% su investimenti sostenibili e responsabili, imitata ormai da altri fondi tradizionali, perché la sostenibilità sta diventando un obiettivo di competitività del business.

I risultati delle ultime elezioni europee, che hanno marginalizzato i populisti e i nazionalisti europei, e il drammatico impatto del Covid sui paesi hanno permesso un profondo cambio di passo delle scelte europee, con un impegno al rafforzamento del ruolo dell’Europa nel mondo, la costruzione di un nuovo paradigma sociale, ambientale e occupazionale per i prossimi anni, la ridiscussione delle regole, a partire dal patto di stabilità. Così la UE, che per anni è stata percepita, a ragione, come matrigna, imbolsita dalla burocrazia interna e dalle farraginose procedure decisionali, come il voto all’unanimità, a causa del Covid, e dei gravissimi impatti sociali, sanitari, economici e occupazionali globali, ha reimpostato positivamente strategie e programmi, nonostante gli ostacoli posti dalle procedure decisionali esistenti.

Come conclude Papa Francesco la pandemia ha fatto vedere che il re è nudo, che “nessuno si salva da solo”. Per questo, oggi è necessario pensare a come ribaltare gli approcci politici esistenti, a come si può promuovere la buona politica, a come rendere le istituzioni efficienti e orientate al bene comune e, soprattutto, a come uscire dalla pandemia in modo da evitare una ulteriore impoverimento ed emarginazione dei più deboli, come paesi e come persone.  

Con urgenza ci si deve porre il dilemma di come si finanzierà a livello globale la fuoriuscita dalla crisi, a come far si che il vaccino che si sta mettendo a punto, possa essere accessibile anche ai poveri del mondo.   La pandemia ha incrinato la fiducia nelle istituzioni e nella loro capacità di risposta, ha prodotto una destabilizzazione ulteriore del sistema economico causando una esplosione delle vulnerabilità economiche e sociali che se non affrontate porteranno ad una ulteriore instabilità e violenza. Nel frattempo, si assiste in molti paesi alla riduzione degli spazi sociali, con la scusa della pandemia, 23 paesi hanno rimandato già le elezioni nazionali o i referendum. Quindi la pandemia ci obbliga con urgenza a ridisegnare le scelte economiche e sociali; a rafforzare i servizi sanitari, a ripensare le politiche di istruzione e il modo di lavorare. Ci obbliga anche a ripensare rapidamente le regole ed il ruolo delle istituzioni internazionali, rivitalizzando la partecipazione dei paesi e i meccanismi che favoriscano una forte risposta multilaterale alle situazioni di crisi, perché i singoli governi, è evidente, non sono in grado di risolvere da soli le sfide di oggi e quelle future.  Si dovranno ridisegnare anche il ruolo degli organismi finanziari internazionali, che dovranno sempre di più finanziare non solo le soluzioni, ma soprattutto, fornire sostegno e cooperazione tecnica ai paesi, senza le condizionalità del passato. E soprattutto si dovrà ripensare e valorizzare il ruolo degli attori sociali, delle organizzazioni dei lavoratori e delle lavoratrici, della scienza e della ricerca, che dovranno svilupparsi con una impostazione profondamente democratica, perché i risultati possano essere condivisi equamente. Infine il Papa traccia i percorsi di speranza, ma in questa visione di cambiamento profondo, il tema, centrale dell’empowerment delle donne nella famiglia, nei processi decisionali, nel lavoro viene ripreso unicamente nella parte che riguarda i diritti umani: “le donne hanno esattamente la stessa dignità̀ e identici diritti degli uomini. A parole si affermano certe cose, ma le decisioni e la realtà̀ gridano un altro messaggio. È un fatto che «doppiamente povere sono le donne che soffrono situazioni di esclusione, maltrattamento e violenza, perché́ spesso si trovano con minori possibilità̀ di difendere i loro diritti»”. Molte donne, incluse alcune teologhe, hanno criticato il titolo dell’enciclica: fratelli tutti, che fa riferimento alle parole di San Francesco. Oggi forse sarebbe stato più inclusivo parlare di fratelli e sorelle tutti. La questione di fondo è che oggi le donne rivendicano con forza e determinazione una declinazione di genere delle analisi e delle politiche e  uguali spazi e ruoli in tutti i settori della società, nelle imprese, nella politica, persino nella Chiesa e su questo l’enciclica è troppo silenziosa. 

 

*Segretaria Generale Associazione Italia-Birmania