La casa nel bosco con i suoi abitanti sballottati a destra e a manca,dimostra ancora una volta come sia facile creare problemi e guasti quando vogliamo agire con i disvalori della repressione mascherata da dura lex sed lex e non con i valori e i metodi della cultura, i soli in grado di trasformare i problemi in soggetti di conoscenza/studio e oggetto di sperimentazione.
Ma andiamo avanti con ordine, partendo dal generale e arrivando al caso specifico.
Tutti sappiamo che oggi tra i principali problemi che abbiamo, come mondo e come individui, ci sono quelli derivati dallo sviluppo insostenibile: il clima cambia, la crisi delle città è sotto gli occhi di tutti e, fatti salvi i negazionisti, siamo in molti a studiare le nuove regole dei progetti ambientalmente e socialmente sostenibili, prodotti in armonia con la natura e non in alterazione degli equilibri termodinamici dei sistemi e degli ecosistemi. Nel contempo, per la crescita delle tecnologie informatiche il rapporto spazio-tempo si è modificato profondamente tanto che lavoro a distanza e scuole in e.learning sono ormai a disposizione della società con grande sollievo per traffico, inquinamento e tempo libero.
È da qui che nasce la tendenza sociale e individuale a perseguire assetti residenziali e modelli di vita finalizzati a garantire una vita con un quotidiano diverso da quello fino ad oggi proposto ed è da qui chestanno crescendo le iniziative concrete, individuali, sociali e istituzionali che tendono a creare sistemi di vita con tempi e qualità, per chi li sceglie migliori, in quelle aree periferiche o montane fino a ieri teatro di abbandono. Anche le Istituzioni sono presenti e un esempio per tutti sono le agevolazioni fiscali per l’acquisto di case in montagna riservate agli under 41 che la destinino a loro prima residenza.
Possiamo ben dire quindi che c’è un obiettivo sociale, individuale e istituzionale che punta a riappropriarsi di territori e modelli di vita derisifino a pochi anni fa, quando non venivano ancora percepiti dalla coscienza sociale sia i cambiamenti climatici sia i disvalori dell’attuale alimentazione, della mobilità, degli inquinamenti …
Arriviamo ora alla famiglia della casa nel bosco: è una famiglia che ha fatto una scelta individuale, forse inconsapevole e per molti aspetti in modo confuso, ma in tutti i casi riconducibile nelle sue generalità a una scelta culturale e di tendenza.
È comunque la sceltadi chi non vuol soggiacere, per motivi non sempre scrivibili in modo ordinato in un libro di teorie, ai disvalori della vita in città e vuol godere dei valori presenti in un modello di vita in stretta contiguità con la natura.
È qui che la cultura deve intervenire. È solo un approccio culturale che può ricercare i valori e dare prospettive ordinate nonché strumenti idonei, partendo da questa cercata contiguità nella quale si vogliono ritrovare i valori materiali di un ritrovato operare,della salubrità dell’aria, dell’autoproduzione di cibo e i tanti valori immateriali del pensare, dell’otium (come definito dai nostri padri latini), del tempo e dei tempi.
Apriti cielo. Se vivi in modo diverso per scelte culturali, sei da perseguitare e se vivi sotto standard per povertà … che ci possiamo fare? Allora, perché i 6 MILIONI di poveri che sicuramente vivono in modo precario non hanno le stesse attenzioni? Allora, perché non ci preoccupiamo con altrettanta eclatanza mediatica dei loro figli che vanno a riempire le schiere del lavoro minorile e alzano gli indici dell’abbandono scolastico? Proviamo ad andare all’ora di pranzo alla mensa della Caritas e chiediamo al primo signore in giacca e cravatta che incontriamo se lui vive in case con standards di legge, e se non basta facciamo un censimento di quanti membri di coppie separate vivono in automobile perché non possono permettersi due abitazioni. Sono forse invisibili?
La povertà è una condizione che le nostre società accettano, ma le scelte culturali diverse (specie se sei straniero), quelle NO.
Se invece che la repressione avessimo scelto la cultura e quindi l’attenzione alle motivazioni come presupposto di studi e soluzioni, sicuramente si sarebbero create le condizioni per le quali la famiglia del bosco sarebbe potuta diventare presupposto di ricerca per definire nuovi standard abitativi, nuove tipologie, nuovi sistemi costruttivi legati alle risorse e alle materialità del luogo, un nuovo uso delle energie da fonti rinnovabili legate non alla rete ma in modo diretto al loro consumo.
E invece no. Si sceglie la repressione, creando danni e mortificando quegli individui che si presentano come soggetto di un nuovo e diverso modello e che noi faremmo bene a trattare come oggetto di studio e ricerca.
Non sto tirando parole sulla carta; dico solo che da anni collaboro con Nuovi Lavori (la parola nuovi non è peregrina) e che attualmente sto dirigendo un Atelier di progettazione e attuazione che ha come obiettivo quello di edificare luoghi di residenza e lavoro nutriti dalle energie rinnovabili prodotte, distribuite e consumate nel luogo, capaci di rispettare i limiti delle capacità di carico della natura e che affidano almeno una parte dei propri scambi con il mondo, alla mobilità informatica e non a quella fisica.
Forse sarebbe socialmente e culturalmente utile se iniziassimo a pensare che le scelte della famiglia del bosco non sono blasfemie, sono solo prodromi del futuro. Perché, anche se le motivazioni sono state alcune volte dette in modo confuso, dobbiamo averne paura? Perché non ampliamo le nostre ricerche e le conoscenze partendo da questi esempi per costruire nuovi paradigmi della progettazione?
Noi continuiamo a studiare questi modelli e ci dichiariamo disponibili a dare tutto il supporto di ricerca, di pensiero e di azione di cui siamo capaci a questa famiglia del bosco che consideriamo un importante esempio di soggetto/oggetto di ricerca.
L’Atelier che dirigo ha sede nella terra di Tommaso Campanella; tante volte con colleghi e studenti pensiamo alla sua bella storia di pensiero e alla sua triste storia di vita, ai suoi lunghi anni nelle carceri.
Mi permetto di chiudere con alcuni versi di Cesare Pascarella, che parlando di Giordano Bruno dice: “… fece la fine dell’abbacchio al forno perché credeva al libero pensiero …”. Siamo sicuri che quei tempi siano finiti? Speriamo di sì.
