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La contrattazione ha svolto il suo compito

La trasparenza e la conoscibilità dei dati e delle informazioni, unitamente alla loro interpretazione rigorosa e approfondita, costituiscono i pilastri imprescindibili per sviluppare una consapevolezza critica e documentata dello stato della contrattazione collettiva.

Il terzo Report CISL sulla Contrattazione Nazionale nel secondo semestre 2025 (il link per una lettura completa è qui allegato) si inserisce in un contesto di progressiva stabilizzazione, dopo gli anni della pandemia e di alta inflazione, ma anche al riaffacciarsi di turbolenze dovute ai riflessi economici dei conflitti in corso. 

In assenza del report semestrale del CNEL sui Contratti Nazionali per il periodo considerato, questo numero si avvale principalmente dei dati ISTAT sulterzo e quarto trimestre 2025, integrati con le analisi dell’Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani (OCPI), del

Rapporto INPS 2025.

I dati confermano la tendenza di recupero retributivo avviato nel 2023 con le retribuzioni contrattuali orarie che crescono in media del 3,1% sull’intero 2025, superando per il secondo anno consecutivo l’inflazione IPCA (+1,7%).

Un elemento di rilievo metodologico riguarda i dati ISTAT del quarto trimestre, che non incorporano i rinnovi nel settore metalmeccanico e nella gomma-plastica, siglati a dicembre 2025. 

La loro contabilizzazione avverrà nei dati del primo trimestre 2026, migliorando ulteriormente il quadro della copertura contrattuale nel settore industriale.

Nel presente Report si fa riferimento a tre distinte misure delle retribuzioni, tra loro complementari.

Le retribuzioni contrattuali orarie, indice mensile ISTAT, misurano esclusivamente le variazioni definite dalla contrattazione collettiva nazionale: minimi tabellari, EDR, scatti di anzianità convenzionali, mensilità aggiuntive. 

Resta escluso tutto ciò che proviene dalla contrattazione aziendale e territoriale, gli straordinari, le indennità variabili e, fatto spesso trascurato, anche le una tantum e gli arretrati previsti dagli stessi CCNL nazionali, che compaiono solo negli indicatori annuali di cassa e di competenza, ben meno visibili nel dibattito pubblico.

Le retribuzioni di fatto invece, corrispondono alla retribuzione effettivamente percepita al lordo di imposte e contributi (la RAL media pro capite) e incorporano appunto tutte le componenti aggiuntive. La differenza tra le due misure non è solo tecnica ma sostanziale tra ciò che i contratti nazionali producono in termini retributivi e ciò che i lavoratori percepiscono in termini lordi anche grazie alla contrattazione

decentrata.

Le retribuzioni nette infine corrispondono a quanto il lavoratore percepisce effettivamente in busta paga, dopo la deduzione delle imposte IRPEF e dei contributi previdenziali a carico del dipendente. Rispetto alle retribuzioni di fatto lorde, introducono una variabile ulteriore: l’effetto delle politiche fiscali redistributive che migliorano il reddito disponibile in misura che nessuno degli indicatori precedenti riesce a catturare.

Usare sistematicamente solo le retribuzioni contrattuali come termometro del potere d’acquisto significa sottostimare il recupero salariale effettivo e oscurare il valore aggiunto della contrattazione decentrata ma anche delle politiche fiscali rispetto alle quali la CISL ha chiesto con forza la riduzione delle aliquote per le fasce di reddito medio-basse. Questo dato oltretutto alimenta indirettamente nel dibattito politico le

posizioni favorevoli al salario minimo legale.

La primavera del 2026 vede il nostro sistema contrattuale italiano chiamato a dare risposte tempestive in un contesto economico segnato dall’incertezza internazionale e dal rischio di nuove pressioni inflazionistiche.

*da Premessa al Report sulla contrattazione collettiva nazionale n. 3, 10/04/2026

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