“Come mai una semplice questione di proprietà arriva a essere così nobilitata da arrivare alla Corte suprema degli Stati Uniti?” si chiede l’avvocato John Quincy Adams (Antony Hopkins), iniziando la sua arringa nel processo contro gli africani dell’Amistad, nell’omonimo film. E conclude affermando che la ragione è perché non si sta discutendo di mercanzia, ma di libertà.
Possiamo farci la stessa domanda per una semplice causa di dazi vinta dal signor Victor Schwartz, in rappresentanza di una cinquantina di piccoli importatori di vini, contro Trump. Perché non si parla di tasse, ma di democrazia. La motivazione che condanna Trump, infatti, è semplicemente che non poteva fare quel che ha fatto. Negli Stati Uniti e nella separazione dei poteri – cardine di ogni assetto democratico – la competenza in materia di dazi è del Parlamento, non del governo. Il compito che si è assunta la Corte è molto importante e delicato, perché tocca un nervo scoperto dalla dinamica economica contemporanea. La furente reazione di Trump lo dimostra.
Ma Trump è solo l’esempio più eclatante di un problema che riguarda davvero tutti – governi, Parlamenti, imprese, finanza – ed è presente ovunque. Esiste, infatti, un conflitto oggettivo tra le lentezze e, talvolta, la farraginosità, delle procedure che caratterizzano l’iter delle decisioni democratiche e la velocità con la quale agiscono la finanza e gli scambi internazionali. Questo “inghippo” motiva la richiesta (e la pratica) sempre più diffusa da parte dei governi di autonomia decisionale in campo economico, motivata dalla necessità di restare al passo, tenendo conto della immediatezza economico finanziaria che le decisioni politiche richiedono e provocano (è sempre stata buona norma, anche in periodi di minore complessità, prendere certe decisioni “a borse chiuse”).
Una riflessione sulle regole democratiche in ordine alla tempestività e rapidità decisionale appare necessaria e urgente. Ma se accettiamo l’idea che, poiché la democrazia è lenta possiamo farne a meno, e gestire il mondo a modo nostro, allora tutto è possibile. Perfino la costituzione di una governance mondiale a pagamento quale è il board inventato da Trump, che è un esercizio di puro feudalesimo.
Quello aperto dalla Corte Suprema statunitense (con un voto bipartisan) è un conflitto istituzionale che apre nuovi scenari. Il primo dei quali, al di là dell’esito (Trump ha già annunciato che riproporrà nuovi dazi utilizzando altre leggi) scopre un tema ignorato non solo da chi i dazi li ha imposti, ma anche di chi li ha subiti. Singolari sono infatti le prime reazioni imbarazzate di istituzioni e imprese che – ormai assestate sui dazi – avevano reimpostato le proprie strategie a valle delle decisioni di Trump. Non è chiaro ancora se la sentenza comporti il rimborso, ma non è questo il punto. Il punto è che correre al soglio del potente di turno, rinunciando a una visione complessiva ed esorcizzando la complessità dei percorsi decisionali, non solo è sbagliato, ma rischia anche di essere un cattivo affare.
Il secondo scenario rende evidente che quel che appare in realtà non è. Il conflitto istituzionale tra il Presidente degli Stati Uniti e la Corte Suprema appare (e istituzionalmente lo è) come una questione interna, tutta americana. Ma il suo oggetto di merito (un po’ come il trattato con la Spagna di cui parla il film citato) riguarda il mondo intero. Emerge con totale evidenza che l’impatto della decisione della Corte americana non può riguardare solo gli Stati Uniti. Siamo di fronte al paradosso a tutti noto, ma reso ancor più clamoroso dalla sentenza, che le decisioni delle istituzioni americane, non solo quelle del governo, decidono dei nostri destini.
Mettiamola così: la Corte europea può avere qualcosa da dire sulla legittimità di Trump nell’imporre dei dazi? È una provocazione, ma il paradosso nel quale ci troviamo autorizza e obbliga a cercare strade inedite. È ormai opinione comune che il vecchio ordine non tornerà. La strada verso il nuovo è tutta in salita, costellata di opportunità e di errori.
Ecco: facciamo almeno errori nuovi.
* da Res, Riformismo e Solidarietà, 22/02/2026
