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I nipotini della ”Meglio Gioventù” e il referendum

La sorpresa c’è stata, praticamente generalizzata. I sondaggisti e quelli che si vantano di saper tastare il polso al Paese hanno clamorosamente sbagliato le previsioni. Così, la partecipazione al voto è risultata superiore alle attese e ha determinato il netto successo del NO. Conviene ritornare sull’argomento, anche se gli avvenimenti internazionali tengono banco in modo sempre più clamoroso e altrettanto inatteso. Almeno per tre ordini di attenzione.

Il primo è che tanto l’afflusso ai seggi, quanto il differenziale tra le due risposte in campo sono stati determinati dal voto giovanile. Di colpo, gli italiani hanno realizzato che in questo Paese di vecchi, se la posta in campo è di portata valoriale, la differenza la fanno i più freschi di diritto al voto. I meno condizionati dalle storie del passato, dalle abitudini identitarie, dalle opzioni di convenienza. 

Ad essere spiazzati non sono stati soltanto il Governo e i partiti che lo sostengono, che avevano messo le mani avanti dichiarando che comunque non lo avrebbero considerato un voto su loro stessi. Questa dichiarazione non era affatto un atto dovuto, ma è stata sostenuta fino alla fine perché la certezza di farcela ad ottenere la maggioranza di un voto in più, era convinta e data per scontata.  

Anche i partiti dell’opposizione non si aspettavano questa novità. Salvo qualche voce un po’ fuori del coro, da essi non è partita alcuna contestazione all’impostazione di neutralità del voto referendario, circa il destino del Governo. La ragione tattica di non esporsi all’accusa di usare la clava del referendum per tentare di buttar giù l’Esecutivo, ha suggerito un profilo basso su questo tema; ma c’è stata anche una motivazione più di fondo e quindi inespressa, che ha fatto pendere la bilancia a favore di questo atteggiamento: non essere ancora pronti alla competizione elettorale anticipata. 

E siamo al secondo ordine di questioni. I giovani hanno mischiato le carte. Hanno reso altamente politico questo voto, per il semplice motivo di aver reso esplicita la volontà di un’entrata in campo in modo spontaneo e autonomo. Tanto chi ha votato NO (60%) o chi ha scelto il SI (poco meno del 40%) non si sa cosa voterebbero, “se” andranno ai seggi, quando ci saranno le elezioni parlamentari. Tutte le interpretazioni, successive al voto referendario, concordano che non c’è automatismo di trasferibilità. L’unica cosa certa è la voglia di partecipare, di contare, di fare politica.

Questa generazione Z assomiglia più ai loro nonni e nonne che ai propri padri e madri. I primi – immortalati dal famoso film di Marco Tullio Giordana, “La meglio Gioventù” (2003) – irruppero nella scena politica italiana in sintonia con tanti altri movimenti in molte altre parti del mondo,  alla ricerca di un senso egualitario e solidaristico da dare alla società e che portò alla lunga stagione dei diritti sociali (scuola, sanità, famiglia, luoghi di lavoro, ecc.). Scombussolò i partiti, fece emergere l’importanza dei corpi intermedi, ci furono Governi del cosiddetto “arco costituzionale” (cioè, con esclusione dei fascisti). Non tutto filò liscio; nel grande fiume del movimento contestativo, s’insinuarono il terrorismo rosso e quello nero che operarono quasi in parallelo. Ma fu proprio quella “meglio gioventù” che isolò progressivamente le derive eversive presenti tanto nei luoghi di lavoro quanto nelle scuole e nelle università, che scomgiurò il ricorso a leggi speciali liberticide e che pagò il prezzo di morti e feriti per mano dei brigatisti. Però, tutto ciò consentì un ritorno alla legalità, nel cambiamento.

Poi, i padri e le madri di questa generazione Z hanno amato meno la politica. Nel migliore dei casi, hanno privilegiato l’impegno sociale e le lotte per i diritti individuali. Nella normalità dei casi si è rifugiata nel lavoro; si è dedicata alla valorizzazione delle professionalità acquisite; in definitiva,    ha curato maggiormente la dimensione   privata, dando più senso all’IO che al NOI. L’azione dei partiti si è curvata sulla congiuntura sociale ed economica, piuttosto che sulla prospettiva strategica e valoriale. In più, è stata indebolita dalla stagione di “Mani pulite” che, a conti fatti, non ha saputo separare il grano dal loglio, favorendo più la logica del “tutti corrotti” piuttosto che la pulizia chirurgica di un sistema in decadenza. 

E così si giunge alle ultime sottolineature che la vicenda referendaria sollecita. I nipotini hanno ripreso ad agire collettivamente, in modo ondoso, poco leggibile, spesso carsicamente. Per ora, solo pochi facinorosi deturpano le loro manifestazioni, spesso “tematiche”: a favore dei Palestinesi, per le case degli studenti, contro i femminicidi, a sostegno dei più esposti al precariato. Ed ora, in grande maggioranza, per difendere la Costituzione. Non hanno letto sicuramente la lapidaria dichiarazione di voto di Rino Formica (99 anni!)  “la Costituzione è stata scritta dagli anti fascisti, non può essere cambiata dai fascisti” (da Domani, 13/03/32026). Ma hanno agito come se fosse la loro bandiera.

C’è un modo brutale di deludere le loro aspettative ed è quello di far finta che non è successo niente. Far cadere nel dimenticatoio la vicenda referendaria. E’ la scelta fatta dal Governo e dai partiti che lo sostengono, approfittando dell’irruzione della guerra di USA e Israele contro l’IRAN. C’è della miopia in questo atteggiamento, sia perché la questione della giustizia giusta resta irrisolta, sia perché andrebbe almeno ammesso che per cambiare la Costituzione non basta una maggioranza parlamentare qualsiasi (a nulla è servita la vicenda del referendum di modifica di molte parti della Costituzione del 2016, voluto dal Governo del centro sinistra guidato da Renzi)

C’è un altro modo di deludere questa gioventù e mi pare che lo sta perseguendo l’opposizione. Anch’essa sembra aver archiviato il tema giustizia, appagata dalla mancata manomissione della Costituzione. Il sistema giudiziario italiano resta ammalato, Gratteri docet. E ai giovani che hanno votato NO questo è chiaro, anche se hanno contribuito altre considerazioni nell’orientarli per il rifiuto. Non offrire loro l’impegno per un progetto di risanamento dell’ordinamento giudiziario in tutti i suoi aspetti, in questa legislatura, può far sorgere il dubbio sulla reale volontà dello schieramento oppositivo di tener fede a quando detto nella campagna referendaria.

In politica la fiducia è quasi tutto. Va conquistata non con slogan ad effetto, ma con proposte meditate e non delegate agli addetti ai lavori e tanto meno all’ANM. Sentire tutti, coinvolgere tanti; ma la sintesi della proposta deve essere dell’insieme dell’opposizione e resa esplicita con atti concreti che portino al risultato di cambiare seriamente l’identità del sistema giudiziario civile e penale. A vantaggio della stessa immagine della Magistratura. 

Nello stesso tempo, occorre continuare a mettersi in ascolto di quello che frulla dentro questo enorme potenziale di protagonismo che è l’attuale gioventù, con tutti i difetti e tutti i meriti di cui sono portatori. Assumendo come punto di partenza, questa emblematica denuncia della rappresentante degli studenti dell’università di Padova, Paola Bonomo (il cui intervento all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Padova è riportato all’interno di questo numero della newsletter): “abbiamo ereditato individualismo e competizione e non siamo riusciti a scrollarceli di dosso…..ma in questi mesi ho visto una generazione che non si è ritirata nel privato, che non ha accettato di restare spettatrice”.

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