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Un 1° maggio che non sia solo chiacchiere musica, fave e pecorino

Questo 1° Maggio sarà festa lo stesso. E’ convinzione radicata nella cultura del Paese e nessuno la scalfirà minimamente. Ma il contesto avrà comunque il suo peso. 

Nel mondo, continua a fare scorribande la convinzione che le regole della comune convivenza siano un retaggio del passato. Quanti le calpestano e non sono quattro gatti, prospettano soltanto la forza come motrice delle proprie opinioni e desideri, provocando finora più danni che vantaggi a loro e al prossimo.

Il lavoro – che non ha la stessa logica della finanza o della rendita che si adattano facilmente al “mordi e fuggi” e al vento che soffia – si trova enormemente esposto alle incertezze, alla casualità, al cambio di prospettive, ai mutamenti delle convenienze. Nel mondo e in Italia.

Così, nel nostro Paese tornano a circolare l’inevitabilità della revisione delle scelte fatte in un clima di pace e di un sia pur relativo benessere, lo spettro dello sfarinamento della fiducia sulla tenuta della coesione sociale, il timore che cedano le ciambelle di salvataggio più solide.

Una di esse è certamente il salario. Se la sua tenuta scricchiolasse, a fronte di un’inflazione incalzante soprattutto per fattori esogeni e pertanto non governabili, la situazione potrebbe diventare serissima. Questa preoccupazione si somma sia ad una situazione di ampliamento dell’occupazione povera e fragile e sia ad un dibattito che viene da lontano, su  un crescendo di diseguaglianze fattuali ed esistenziali che si insinua anche dentro le fila dei lavoratori.

Non è una scoperta recente che la faglia tra protetti e deboli nel mercato del lavoro si stia allargando; che la stessa contrattazione collettiva recente – che pure è stata orientata verso un consistente recupero salariale – ha avuto conclusioni che hanno allargato lo sventagliamento delle retribuzioni; che la politica fiscale adottata ha contribuito a tutelare i redditi fino a 35000 euro annui, sottoponendo gli altri a stress da pressioni sempre più insopportabili. Specie di fronte all’evidenza dei guasti al dettato costituzionale della progressività prodotti dall’introduzione della flat tax e dalla persistente evasione contributiva e fiscale.  

Rispetto a quest’accumulo di problematiche, il decreto sul lavoro, pomposamente denominato 1° Maggio, appena varato dal Governo, appare del tutto disallineato. Si percepisce un affanno da ricerca di soluzioni allettanti che mal si coniugano con le questioni che hanno le persone che lavorano, che cercano il primo lavoro o che lo stanno per perdere. 

E’ di assoluta evidenza che le decisioni adottate mancano di   sistematicità strategica (nessun rapporto salario/fisco), di incisività nel creare dei ripari stabili (il “giusto salario” non è una novità, la magistratura giudica da sempre sulla base di questo concetto), di ripetitività di incentivi per l’assunzione dei giovani, che hanno dimostrato anche in passato di essere pannicelli caldi.

L’opposizione sembra aver capito questa difficoltà del Governo e lo incalza con la denuncia della sua pochezza. Ma non basta la critica anche la più radicale. Né il rifugio nella rivendicazione del salario minimo o del prelievo dagli extra profitti di alcuni settori produttivi e finanziari. Anche essa rischia di scarsezza di visione strategica, o peggio di opportunismo di posizionamento. La gente percepisce questo tatticismo e si sente in qualche modo estranea e reagisce con una certa passività.

Di ben altro ha bisogno il Paese, se si vuol fare della tutela del salario reale e quindi dell’occupazione il fulcro della coesione sociale. Avendo chiaro che la logica del tutto e subito è fuori della portata di chiunque. Ma avendo anche presente che se non si avvia un processo strategico e sistemico non si potranno ottenere mai risultati robusti.

C’è innanzitutto bisogno di un sistema di relazioni tra le parti sociali, incardinato in uno schema di concertazione tra esse e il Governo. Soltanto in questo modo, le incursioni dei così detti “contratti pirata” possono essere scongiurati. Dando sistematicità alle une come all’altro, i tempi dei rinnovi contrattuali possono essere più rispettati, la certezza della rappresentanza delle parti sociali meglio certificata, l’ampia casistica dei tipi di contratti individuali e delle false partite IVA sottoposte a seria semplificazione, il raccordo tra la dinamica dei salari e la politica economica e fiscale, maggiormente coordinato.

In secondo luogo, ripensare in profondità la politica fiscale per dare credibilità alla logica della progressività e ciò passa attraverso: il disboscamento della selva degli sgravi e delle esenzioni che si sono accumulati nel tempo sia a livello nazionale che regionale; una nuova tassazione progressiva delle rendite immobiliari, finanziarie, amministrative; la deduzione delle spese più essenziali delle persone e delle famiglie (riguardanti per esempio la manutenzione delle case, dei mezzi di trasporto, la formazione e cultura personali) ; e in rapporto a questi interventi una nuova scala di aliquote fiscali effettivamente progressive valide per tutti, singoli e imprese.

 Infine, i salari cresceranno tanto più velocemente quanto maggiore e regolare sarà l’incremento della produttività e minore e controllata l’ascesa delle esportazioni. Nel corso del 2025, l’Istat ha calcolato che l’Italia è stata leader in Europa per numero di imprese. Sembra una buona notizia ma se si tiene conto che la media di occupati è di 4 per azienda contro i 12 della Germania, collocatasi al secondo posto, il giudizio cambia. Con strutture così sminuzzate “il piccolo non è più bello”, ma buono solamente a sopravvivere. E il successo nell’export è figlio legittimo, ma non tanto presentabile, della concorrenza sui costi, primo fra tutti, quello del lavoro. Bisogna favorire un cambiamento della struttura delle imprese, incentivando soltanto le “startup” nei nuovi settori, quelle che investono in produttività e occupazione specie nel terziario, sottraendole tutte alla seduzione della flat tax. Come è necessario sostenere la domanda interna di beni e servizi.

Un 1° maggio che faccia uscire tutti noi dalla chiacchiera congiunturale e ci proiettasse in una visione più strategica ci farebbe mangiare fave e formaggio e bere buon vino con maggiore piacevolezza.        

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NEWSLETTER NUOVI LAVORI – DIRETTORE RESPONSABILE: PierLuigi Mele – COMITATO DI REDAZIONE: Maurizio BENETTI, Cecilia BRIGHI, Giuseppantonio CELA, Mario CONCLAVE, Luigi DELLE CAVE, Andrea GANDINI, Erika HANKO, Marino LIZZA, Vittorio MARTONE, Pier Luigi MELE, Raffaele MORESE, Gabriele OLINI, Antonio TURSILLI – Lucia VALENTE – Manlio VENDITTELLI – EDITORE: Associazione Nuovi Lavori – PERIODICO QUINDICINALE, registrazione del Tribunale di Roma n.228 del 16.06.2008

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