Meloni ha festeggiato la longevità del suo governo, con l’enfasi che conviene a chi sa che non avrà mai, per questo motivo, le masse plaudenti sotto le finestre di Palazzo Chigi. Infatti, congratularsi con sé stessi è il modo migliore per evitare che ci siano sbavature all’interno del proprio recinto e per antiicpare i dissensi degli oppositori.
Al tono aulico del Presidente del Consiglio ha corrisposto un coro altrettanto enfatico dell’opposizione. L’occasione era ghiotta e nessuno dei leaders dei partiti della minoranza parlamentare ha lesinato critiche e qualche sberleffo. Ma non mi ha convinto il loro argomento principe: l’immobilismo.
Certo, non c’è riforma strutturale degna di questo nome che abbia illuminato uno dei 1287 giorni di amministrazione meloniana del nostro Paese. Molti annunci, parecchie proposte di legge presentate, ma che ci sia una normativa che, per la sua qualità sia candidabile a passare alla storia, purtroppo non c’è traccia. Questo non vuol dire che il Governo Meloni non abbia prodotto cambiamenti. Anzi, ce ne sono stati più di uno e tutti tendenti al peggioramento delle situazioni quo ante.
Innanzitutto sul fronte fiscale. La ddefinitiva santificazione della flat tax per il lavoro autonomo è stato il tentativo, ben riuscito, per avviare l’affossamento del criterio costituzionale della progressività del prelievo fiscale. Una quota non marginale dei contribuenti è autorizzata a non assolvere al dovere civico di finanziare l’amministrazione dello Stato e i servizi pubblici in ragione crescente rispetto alle proprie disponibilità finanziarie.
Si è aggravata così una situazione di fatto già abbastanza compromessa, per cui le entrate contributive e fiscali sono scandalosamente sbilanciate a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Infatti, oltre l’80% delle disponibilità dell’Erario sono garantite da queste due categorie sociali. Questo vulnus ha favorito la logica della rivalsa. Anche i lavoratori hanno preteso la loro flat tax. Sono stati accontentati, in formato “small”, per cui una quota degli aumenti salariali sono stati detassati in occasione dei rinnovi contrattuali. Per la proprietà transitiva, ora c’è chi dice che anche per i pensionati bisogna procedere nella stessa direzione.
Se la tendenza è questa, perché meravigliarsi che la sanità pubblica è sempre meno universalistica e la presenza delle cliniche private e il ricorso alle assicurazioni sanitarie individuali sempre più crescenti? Certo, dello stato della sanità non si può incolpare soltanto il governo in carica, ma è evidente che tutti gli interventi che ha messo in campo non hanno fatto altro che aumentare quella tendenza. “Siamo testimoni di un lento ma inesorabile smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, che spiana inevitabilmente la strada a interessi privati di ogni forma. Continuare a distogliere lo sguardo significa condannare milioni di persone a rinunciare non solo alle cure, ma a un diritto fondamentale: quello alla salute….La lenta agonia del servizio sanitario nazionale spiana la strada al privato. Negli ultimi tre anni, alla sanità sono giunti dallo Stato € 13,1 miliardi in meno. Nello stesso periodo, € 41,3 miliardi sono stati a carico delle famiglie e un italiano su 10 rinuncia alle cure”. Così si esprime l’ultimo Rapporto della Fondazione Gimbe dell’ottobre 2025.
E veniamo al cavallo di battaglia del Governo: l’occupazione. E’ aumentata, anzi per alcune attività mancano specializzazioni. Anche ora, che le vicende internazionali sollevano più interrogativi che certezze, i dati non sono allarmati e allarmanti. L’apparenza però spesso inganna.
Se si va a guardare la qualità del lavoro, l’oro diventa ottone. Eurostat informa che in Italia il tasso di occupazione nel 2025 nella fascia tra i 15 e i 64 anni ha toccato il 62,5% ma resta ancora ultimo in Europa (tasso medio 71%) soprattutto per la scarsa partecipazione al mercato del lavoro delle donne. Il maggior apporto alla crescita dei posti di lavoro è nei servizi privati, dove la dimensione delle imprese è estremamente frastagliata. Di conseguenza, si fanno pochi investimenti innovativi, le professionalità restano basse, la produttività viaggia alla velocità di una tartaruga, la redditività è dichiarata di sussistenza, anche perché è l’area di maggiore elusione ed evasione fiscali.
La stabilità del lavoro è sempre più esposta ai venti della congiuntura e di conseguenza i salari restano bassi. La dimensione della quantità, non può oscurare la fragilità della qualità. Con la crisi energetica in piena evoluzione anche se si profilasse la pace nel Medio Oriente, con la fine dei PNRR che hanno supplito alla mancanza di risorse proprie dello Stato per gli investimenti pubblici e quelli incentivati ai privati, con l’inesorabile “effetto labour saving” della diffusione dell’innovazione digitale, è ragionevole prevedere che tale fragilità mostrerà tutte le sue invasività. Quel che succede all’Elettrolux non è la coda di un ciclo, bensì l’avvio di una difficile stagione per l’occupazione.
Per contrastare in tempo le difficoltà che irromperanno nel mercato del lavoro, non è stato messo in campo nessuna politica attiva del lavoro degna di questo nome. Così il mantra sulla creazione di posti di lavoro – che tra l’altro producono meno in assoluto rispetto al passato, dato che il PIL nazionale è inchiodato allo zero virgola – sarà inesorabilmente smontato.
La deriva che si è prodotta (e che va oltre questi tre campi di osservazione) non mi sembra insignificante sia economicamente perché accresce e non diminuisce le disuguaglianze, sia perché si afferma un far “sentire” lo Stato sempre più lontano, predatorio, estraneo alla vita dei cittadini. La cultura della destra liberale non è mai stata questa; è vero che ha sempre privilegiato lo Stato leggero, ma in una logica di sobrietà della gestione delle risorse pubbliche e di prelievo fiscale che non scalfisse troppo i ricchi ma non dilatasse i divari tra i ceti della società.
E’ la cultura della destra illiberale che provoca il disprezzo per lo Stato, pur continuando a pretendere di mantenere intatti i servizi pubblici e assicurare un’efficiente amministrazione dello stesso. Un disprezzo che porta all’occupazione del potere senza vincoli e condizionamenti, com’era nelle intenzioni del fallito referendum sulla giustizia. Altro che immobilismo. E’ stata innestata una retromarcia che, se non contrastata, ci riporterà indietro negli anni e quasi senza accorgercene, ci condannerà a ruoli marginali sia in Europa che nel mondo.
