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L’Italia che invecchia, fatalità o occasione di una nuova crescita

Mentre siamo alle prese con la terza crisi mondiale degli anni Venti di questo secolo, dopo il Covid e l’invasione dell’Ucraina, con i suoi problemi delle guerre, della crisi energetica, della bassa crescita, le possibilità di ripresa rapida dell’economia, risultano limitate perché condizionate anche da un possibile rilancio dell’inflazione. 

Tuttavia, il problema dello sviluppo economico rimane centrale per il futuro globale, e la possibilità di realizzarlo sarà direttamente subordinato dalla capacità dei governi di affrontare i problemi strutturali che lo condizionano. Tra questi è presente, anche se spesso non adeguatamente considerato, l’invecchiamento della popolazione. 

Si tratta di un processo globale che investe in modo differenziato i singoli Paesi ed è frutto dell’effetto combinato del calo della natalità e dell’aumento della speranza di vita. Esso determinerà, ancora per un periodo limitato, una lenta crescita della popolazione complessiva dagli attuali 8,3 miliardi verso i 10 miliardi nel 2050, poi la popolazione inizierà a diminuire. Attualmente, nel mondo si contano circa 1,2 miliardi di giovani (tra i 15 e i 24 anni), presenti in particolare in Asia e Africa che rappresentano circa il 16-18% della popolazione mondiale; circa 800 milioni di anziani over 65 anni (10% della popolazione) in forte crescita verso più del raddoppio nel 2050, soprattutto nei Paesi industrializzati.  

In Italia tale processo di invecchiamento presenta una particolare accentuazione. La popolazione complessiva del Paese risulta ora di circa 59 milioni, con una leggera crescita di 2 milioni rispetto all’anno 2000, mentre si prevede una sua riduzione a 55 milioni nel 2050. Tale crescita dell’invecchiamento è il risultato della presenza di 12 milioni di giovani italiani tra i 15 e i 34 anni (20,6% della popolazione, tra le più basse d’Europa), con un calo di oltre un quinto negli ultimi venti anni, e della crescita degli anziani over 65 che risultano pari a 15 milioni (oltre il 24% della popolazione, un italiano su quattro) collocando l’Italia tra i Paesi più anziani del mondo. 

I parametri che spiegano tale situazione risultano nell’ordine: il tasso di fertilità pari a 1,18 figli per donna nel 2024, inferiore ai 2,1 figli per donna che realizza il ricambio naturale tra le generazioni, a fronte di 5 figli per donna nel 1950, e la speranza di vita dagli 83.4 anni di oggi ai 64 anni del 1950. Un cambiamento di portata storica, tanto che, secondo le previsioni, entro i prossimi 15 anni tutta la popolazione italiana sotto i 65 anni sarà in diminuzione mentre a crescere sarà soltanto quella più anziana. 

Una trasformazione demografica radicale della società italiana, di fronte alla quale la politica si trova spesso impreparata e in difficoltà a superare un atteggiamento di sopravvivenza all’insegna della fatalità.  Nella realtà, i crescenti problemi nel sistema pensionistico e nella sanità sempre più strutturalmente squilibrati e lontani dai bisogni dei cittadini rendono l’attuale politica degli interventi parziali, fondata in gran parte sui bonus, del tutto inadeguata e regressiva. Eppure, ragionando sui dati di fatto, con una visione più consapevole del futuro possibile, un’altra strada, sia pure irta di difficoltà, potrebbe essere scelta.  

Partendo dagli attuali 15 milioni di over 65, scopriamo che di questi 5 milioni sono non-autosufficienti, 6 milioni sono sufficienti ma affetti da varie malattie croniche e 4 milioni risultano sani e attivi. Per l’insieme di questi manca una analisi adeguata del mercato relativo ai loro bisogni che variano dall’assistenza nelle varie forme (domiciliare, case di comunità, cure palliative, reparti ospedalieri di geriatria) cure mediche specifiche frutto di ricerca innovativa, e per i sani un nuovo rapporto con il mercato del lavoro, le relazioni e la cultura. Una risposta consapevole e programmata a questi bisogni potrebbe costituire una sorta di economia delle longevità destinata a rispondere alla parte in crescita della popolazione e a orientare le direttrici di riforma dello stesso welfare e dei servizi relativi. 

Analoga attenzione e impegno richiede la politica della natalità e dei giovani con la valorizzazione delle famiglie, le politiche del lavoro delle donne e dei giovani, l’inserimento e l’integrazione dei migranti nella nostra società. Ma tutto questo ha un senso e una possibilità di riuscita se queste politiche risultassero perfettamente integrate nella più generale politica economica e sociale del Paese, nettamente orientata   alla crescita, attraverso lo sviluppo dei fattori strutturali che la caratterizzano come la ricerca, l’innovazione, la produttività, la qualità del lavoro, la lotta contro la povertà e le disuguaglianze.  

Solo infatti in questo contesto, unitamente a un fisco più equo, sarà possibile creare le risorse per far uscire gradualmente il Paese dai vincoli del debito e del deficit anomali e affrontare i veri problemi di questa fase.  Riuscire a riportare l’Italia su un percorso di crescita strutturale significa riconquistare un futuro concreto e credibile alla nostra società che oggi le manca. 

Un obiettivo difficile, in un contesto geopolitico che sembra negarlo, ma indispensabile per ridare speranza nel futuro soprattutto ai giovani, oggi in gran parte senza vere prospettive che diano un senso alla vita. Riuscirà la politica di oggi avviare questo processo?  Il realismo ci indica che c’è poco da stare allegri, ma nello stesso tempo ci insegna che non c’è altra strada per evitare un degrado economico e sociale irreversibile. 

In tutto questo esiste anche una certezza, secondo la quale sarà prioritariamente su questo terreno della crescita in senso lato della società italiana che si determinerà la classe dirigente di cui il Paese ha bisogno. Capire ciò significa anche fare di questa prospettiva l’obiettivo principale su cui orientare la campagna elettorale delle elezioni politiche del prossimo anno.

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