Una delle critiche al recente D.L. sul giusto salario era rivolta alla mancanza di norme volte ad evitare gli effetti del fiscal drag su retribuzioni e pensioni. Lo Stato interviene sui contratti per evitare che il mancato rinnovo produca una perdita in temini reali, ma lascia inalterate norme fiscali che, aumentando con l’inflazione la pressione fiscale, producono lo stesso effetto negativo.
A. Zanardi con un articolo sulla Voce del 27/05/2026 torna sull’argomento, dichiarandosi a favore dell’introduzione di un meccanismo di indicizzazione dell’Irpef per limitare il fiscal drag che l’autore definisce una “tassazione occulta che consente di ottenere incrementi di gettito senza dover ricorrere a manovre esplicite di aumento delle aliquote o di riduzione delle agevolazioni, evitando così i relativi costi politici”.
A sostegno della sua tesi, oltre alle previsioni di ripresa dell’inflazione, Zanardi porta il sistema delle nuove regole di bilancio europee e la posizione in merito assunta dalla Commissione. Rimandando all’articolo per i dettagli, Zanardi ci dice che se un’indicizzazione integrale al tasso di inflazione dell’imposta personale dei redditi è introdotta uguale per tutti, non sono toccati (ridotti nel nostro caso) gli spazi di spesa netta perché non sarebbe considerata una misura discrezionale di riduzione di entrate. La condizione è che la norma di indicizzazione riguardi tutti e non sia limitata per tipologia di reddito o per ammontare.
Al suo argomentare in favore di una norma anti fiscal drag si può aggiungere altro.
Nella vita politica del nostro paese sono numerosi gli appelli contro violazioni vere o presunte di articoli della nostra Costituzione. Eppure c’è un articolo della Costituzione che appare dimenticato e che pur essendo senza alcun dubbio il più violato non ha l’onore di ottenere particolari appelli o altro.
Si tratta dell’art. 53, che riporto integralmente: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Dall’insieme dei due commi si ricava non solo che tutti debbono contribuire, ma anche che tutti debbono contribuire in modo progressivo.
Ora se c’è una cosa del tutto evidente nel nostro sistema fiscale è che la progressività è riservata a solo una parte dei cittadini, mentre altri ne sono esenti e che questa violazione del principio previsto dall’art. 53 è aumentata progressivamente negli anni senza suscitare particolari proteste, appelli o quanto altro, probabilmente perché è stata opera di governi di ogni colore.
L’unica imposta progressiva del nostro sistema fiscale è l’Irpef che fin dall’inizio non comprendeva i redditi da capitale soggetti ad imposta proporzionale. Ma negli anni successivi alla sua introduzione, e con una accelerazione negli ultimi 15 anni, la base imponibile dell’Irpef è stata progressivamente erosa. Ne sono usciti, tra i maggiori, redditi da plusvalenze e dividendi, i redditi catastali relativi alla prima casa, i redditi da locazione, i redditi da lavoro autonomo fino a 85.000 euro, i redditi catastali da imprenditori agricoli. Inoltre la base imponibile è stata progressivamente erosa anche dalla proliferazione delle spese fiscali, ossia da maggiori esenzioni, detrazioni e deduzioni concesse in base a situazioni particolari a gruppi specifici di contribuenti.
Oggi solo le retribuzioni da lavoro dipendente, le pensioni e i redditi da lavoro autonomo sopra gli 85.000 euro sono soggetti a un’Irpef progressiva e solo questi redditi contribuiscono direttamente (assiema all’Irap) al finanziamento del SSN tramite l’addizionale regionale Irpef e contribuiscono direttamente al finanziamento dei servizi comunali tramite l’addizionale comunale Irpef. Gli altri redditi, e i cittadini che ne sono titolari e che pur usufruiscono dei servizi del SSN e dei comuni, non partecipano al loro finanziamento.
Vi sono quindi redditi soggetti ad aliquote progressive del 23%, 33% e 43% e redditi soggetti ad aliquote proporzionali che variano dal 15% per gli autonomi nel regime forfettario, all’aliquota del 26% per dividendi, interessi e plusvalenze dei redditi da capitale (con gli interessi sui titoli di stato tassati al 12,5%), alle aliquote del 10% o del 21% sui redditi da locazione.
Sui primi poi gravano le addizionali Irpef regionali e comunali che possono arrivare assieme al 4,2%, addizionali che invece coloro che non sono soggetti a Irpef non sono chiamati a pagare.
Tirando le somme questo vuol dire che per il nostro fisco la capacità contributiva di un cittadino soggetto a imposta progressiva per un aumento di reddito sopra i 28.000, tassato al 33%, è pari a 1,3 volte la capacità contributiva di un percettore di redditi di capitale tassato al 26% e pari a 2,2 volte quella di un autonomo in regime forfettario tassato al 15%.
Se poi passiamo ad un incremento sopra i 50.000 euro la capacità contributiva dei chi è in regime progressivo è considerata pari a 1,7 volta quella di un percettore di redditi da capitale e a 2,8 volte quella di un autonomo in flat tax. Il tutto senza considerare le addizionali locali.
Poi, come sempre, piove sul bagnato. Il riaccendersi dell’inflazione ha riproposto il tema del fiscal drag.
Il punto è che il fiscal drag non colpisce tutti. Chi è soggetto a imposte proporzionali non ne è colpito, anche se il suo reddito nominale aumenta la sua aliquota resta sempre la stessa. Può subire un effetto solo se gode di una detrazione di base che in caso di inflazione perde ovviamente valore, ma nelle nostre imposte proporzionali non vi sono detrazioni di base.
Nel caso di un’imposta progressiva invece il crescere del valore nominale del reddito produce un crescere della pressione fiscale perché il reddito è sottoposto ad aliquote più elevate. Diminuisce poi il valore delle detrazioni, soprattutto se queste, come nella nostra Irpef, sono decrescenti in funzione del reddito.
Quindi il fiscal drag ha agito in questi anni solo sui lavoratori dipendenti, sui pensionati e sugli autonomi non in flat tax, coloro cioè che hanno dato il maggior contributo ai conti pubblici assicurando attraverso questa tassazione occulta notevoli entrate al bilancio dello stato.
Ma il fiscal drag è stato restituito? Molti istituti si sono esercitati a calcolare quanta parte del drenaggio fiscale sia stata restituita ai contribuenti tramite i provvedimenti fiscali (riduzione di Irpef e/o contributi) attuati dai governi dal 2022 a oggi (Draghi e soprattutto Meloni). L’Istat, ultima arrivata, inserisce tra questi provvedimenti di restituzione una norma che fiscale non è, l’introduzione dell’Assegno Unico per i figli.
Certamente, la compensazione è stata diversa a seconda dell’ammontare e a seconda dell’origine del reddito. Prendendo i risultati dei vari studi e aggiungendo qualche osservazione possiamo così riassumere: i lavoratori dipendenti, a basso e medio reddito sono stati pienamente compensati; i lavoratori dipendenti ad alto reddito, i pensionati e gli autonomi non in flat tax sono stati compensati solo parzialmente.
Per quanto riguarda l’Assegno Unico considerato dall’Istat in sostituzione delle detrazioni per figlio, va considerata una cosa. Nello studio non si fa il minimo accenno agli Assegni familiari che i dipendenti percepivano prima dell’introduzione dell’Assegno Unico. I dipendenti con figli hanno perso assegno familiare e detrazioni acquisendo l’Assegno Unico. Gli altri hanno perso le detrazioni acquisendo l’Assegno Unico e molti non hanno subito il fiscal drag. È evidente chi in questo scambio ci ha guadagnato e chi ci ha perso e chi ha finanziato l’Assegno Unico.
Questa è una parziale descrizione del nostro sistema fiscale leggendolo alla luce dell’art. 53 della nostra Costituzione.
Non credo sarebbe pretendere troppo, da parte di chi invoca sempre il rispetto della Costituzione, porre tra i punti della prossima campagna elettorale l’effettiva attuazione dell’articolo 53 con il ripristino di una progressività generalizzata.
Per porre le premesse alla sua realizzazione, tenendo anche conto delle previsioni di un nuovo balzo dell’inflazione, basterebbe bloccare il fiscal drag, bloccare cioè quella tassa occulta che procura entrate a ogni governo senza costringerlo a porre mano a modifiche nel sistema fiscale.
L’opposizione potrebbe proporre e porre nel suo programma il ripristino della legge n.154 del 1989 che introdusse un meccanismo automatico di recupero del drenaggio fiscale, con l’indicizzazione dei limiti di scaglioni, delle detrazioni e dei relativi limiti di reddito, in base alle variazioni annue dell’indice dei prezzi al consumo, se superiori al 2%.
Come dice Zanardi, esteso a tutti, non sarebbe contro le regole europee, non restringerebbe gli spazi di spesa, costringerebbe chiunque governi ad affrontare il problema di un riequilibrio più equo del carico fiscale.
Mi pare un buon punto di programma per una opposizione di sinistra.
