La carambola è perfetta. Stati Uniti e Israele aggrediscono l’Iran. Questo Paese reagisce chiudendo, tra le altre contromisure, lo Stretto di Hormuz dal quale passa il 20% delle forniture energetiche mondiali. L’esplosione delle conseguenze economiche – tutte negative – di questa chiusura del rubinetto avviene in Europa. Se Tramp lo ha fatto scientemente, è un ottimo giocatore contro il Vecchio Continente. Il guaio è veramente grosso, specie per l’Italia. Importiamo il 60% del nostro fabbisogno. Lo sappiamo da tanto tempo. Ma si ricomincia sempre da capo. Perché si scopre, eufemisticamente parlando, che gli anni passano e siamo sprovveduti di interventi strutturali che riducano drasticamente questa dipendenza.
Ricordo che verso la fine degli anni 70 del secolo scorso, ci provò Donat Cattin, allora Ministro dell’Industria, a fare un piano per la costruzione di 8 centrali nucleari, sulla scia di quella di Caorso. Il progetto si arenò in breve tempo per vari motivi. Il Governo Andreotti di cui faceva parte venne sfiduciato; trovare 8 siti che avessero le condizioni di sicurezza richiesti da un investimento di quel tipo risultò impresa ardua; ma soprattutto la tragedia di Chernobyl (1986) con i drammatici effetti a lungo termine sulla salute, tra cui migliaia di decessi per cancro alla tiroide, che hanno colpito centinaia di migliaia di soccorritori, sfollati e residenti in Ucraina, Bielorussia e Russia, segnò la svolta definitiva.
Poi ci pensò un referendum (1987) a mettere il silenziatore al tema e ne pagò le spese l’Ansaldo e l’ABB che avevano un nucleo di progettisti e tecnici nucleari con i controfiocchi ai quali mancò il lavoro da un giorno all’altro. La gloriosa FLM, che aveva espresso moltissime perplessità alla proposta di Donat Cattin, provò a far sopravvivere, almeno nell’ambito della ricerca quelle speciali realtà industriali, ma andò a sbattere contro il muro dell’indifferenza quasi unanime.
Da allora ad oggi, non si è parlato quasi più di nucleare ma anzi si è progressivamente svalutata la produzione energetica dalla più antica fonte rinnovabile, l’acqua. La dipendenza dalle importazioni è proseguita senza sosta. Neanche la grande novità strutturale che è venuta avanti nel mondo, quella di sfruttare l’energia solare e nel loro piccolo, ma altrettanto pregevole, l’energia da biomasse ed eolica è stata assunta con la forza che avrebbero meritato, pur avendo buoni argomenti economici oltre che ambientalistici a proprio favore.
Si potrebbero fare tante insinuazioni, guardando agli interessi nazionali ed internazionali in gioco; alle occasioni mancate nel far crescere un’industria adatta all’espansione delle energie rinnovabili; alle lungaggini che hanno accompagnato la realizzazione di una legislazione minima per un mercato regolato in questo campo. Basta pensare al fatto che il gas russo l’abbiamo considerato nostro a prescindere, che non abbiamo coltivato ma anzi soffocato nella culla una industria dei pannelli solari e che soltanto nel 2025 sono stati fatti i decreti attuativi delle comunità energetiche rinnovabili (CER), mentre in Germania esse rappresentano già circa il 20% della produzione energetica complessiva.
Ad oggi, sono poco più di 100 giorni (avvio dell’aggressione USA e Israele all’IRAN) che in Italia si è ritornato a discutere di crisi energetica. Dei suoi aspetti congiunturali e di quelli di medio e lungo periodo. I primi riguardano le imprese e le famiglie perché i conti non tornano più e il Governo cerca soluzioni provvisorie sulle accise a trenta giorni, sperando che le forniture dal Medio Oriente vengano normalizzate, a seguito della fine della “guerra ingiusta” come l’ha qualificata senza ombra di equivoco Papa Leone XIV.
Degli aspetti strutturali, il Governo ne parla in modo strano. Da priorità al nucleare e al suo rilancio con un provvedimento legislativo confezionato in fretta e preteso di corsia preferenziale per la sua approvazione parlamentare. E ciò, pur ammettendo che, nell’ipotesi più ottimistica, una produzione significativa di energia da uranio pulito potrà iniziare non prima della metà degli anni 30. In più, questo avviene a prescindere dalla valutazione dei costi di produzione, di stoccaggio e di prevenzione dei potenziali impatti ambientali e sanitari che questa tecnologia comporta e che graverebbero inesorabilmente sulle future bollette dei consumatori.
Soltanto in via subordinata, si evocano le fonti rinnovabili. Del passo da montagna che ha caratterizzato finora lo sviluppo dell’energia solare, eolica, da biomasse e dai flussi marini è inutile parlarne. Meglio soffermarsi su quanto è possibile fare perché diventino i volani di un dimezzamento, come minimo, dell’esposizione agli acquisti all’estero di prodotti energetici inquinanti. Le direttrici di intervento sono sostanzialmente tre.
Ci vuole una vera e propria programmazione del ruolino di marcia di questo dimezzamento in un arco di tempo ragionevole (5 anni?). Lo può fare soltanto il Governo, in collaborazione con la Commissione Europea. Essa ha concesso flessibilità di bilancio finalizzata a questo scopo. Bisogna cogliere quest’occasione per mettere intorno al tavolo tutti i protagonisti di questo settore ed individuare una strategia fatta di interventi ben individuati e sostenuti, anche con poteri speciali soprattutto nella individuazione dei siti e delle allocazioni delle attività.
Il successo della diffusione della produzione di energia pulita non può essere assicurato soltanto dalle aziende medie e grandi del settore. Ci vuole il coinvolgimento dei produttori e dei cittadini attraverso le CER. Ci sono 3000 progetti che sono in attesa di essere validati dal Ministero dell’Ambiente e approvati dal GSE. Ma, ammesso che ciò avvenga, siamo ancora alla fase pioneristica. Per renderle una realtà diffusa, occorre dare centralità alla “convenienza” tecnologica (finanche favorendo l’autoproduzione e stoccaggio dell’energia), amministrativa (semplificando le procedure e attrezzando il sostegno ai Comuni per le competenze tecniche) e finanziaria (prevedendo anche prestiti agevolati da parte delle banche) rispetto alla situazione in essere. Nessuna progettazione di CER può essere vincente se costa più di quanto si spende attualmente. Ci sono le competenze e le condizioni per perseguire questa prospettiva: va incentivata e diffusa.
Per questo, uno sforzo informativo e formativo per amplificare la convinzione che essere produttori in proprio di energia è il modo migliore per essere protagonisti della lotta per un clima migliore e nello stesso tempo capaci di accrescere la produttività del sistema economico e sociale. Riguarda sia il sistema delle imprese e di chi vi gravita intorno, sia un condominio; sia un’area di produttori agricoli quanto la gestione degli edifici pubblici; sia le parrocchie e i parrocchiani che i centri sportivi e chi li frequenta.
Mettere in moto le energie umane dal basso, facendo moltiplicare le capacità cooperative delle persone, ha un valore economico significativo ma ancor più rilevante è il cambiamento di prospettiva dello sviluppo che con queste scelte diventa più partecipativo e solidaristico.
