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1.300.000 bambini poveri non studiano: che fare?

Ancora non sufficienti per impatto complessivo, ma alcuni sviluppi nell’interesse relativo alla povertà educativa in Italia si stanno producendo[i]. Gli approfondimenti e le proposte sono sempre di più all’ordine del giorno. Trascinate dalla riflessione sullo stato di persistente crisi economica ed occupazionale e dall’ampliamento del fenomeno delle povertà, non ancora contrastate in modo efficace. In questa direzione si muovono le considerazioni emerse nell’occasione della Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia. In verità il dibattito su tali tematiche è stato reso più operativo a partire dalla legge di Stabilità del 2016 per cui questa area tematica è entrata a far parte di norme e di finanziamenti pubblici[ii] poi trasformati in aperture di bandi dedicati[iii].

2.  Che l’appannarsi delle prospettive economiche incrini il sistema motivazionale relativo alle speranze e alle attese del futuro dei giovani è condizione di contesto vera, ma riguarda, nel caso della povertà educativa, prevalentemente i soggetti intermediari (insegnanti, familiari, operatori educativi e sociali), piuttosto che i diretti interessati al processo di crescita. Gli intermediari vanno ri/motivati. Agli interessati diretti del processo di crescita, bambini ed adolescenti, occorre offrire condizioni ambientali ed interventi specifici che consentano di superare le barriere al loro arricchimento personale.

3. Le analisi confermano che, pur senza un nesso automatico, la povertà educativa coincide con la povertà minorile e questa è connessa al generale fenomeno della povertà.

Il VII Atlante dell’Infanzia di Save the Children[iv]sottolinea, a proposito dell’Italia, che:

  • su 100 bambini 11 sono in condizioni di povertà assoluta;
  • tra il 2005 e il 2015 è triplicata la percentuale delle famiglie con bambini che vivono in povertà assoluta (dal 2,8 al 9,3%);
  • tra il 1997 e il 2015 è cresciuta del 70% la quota di famiglie con almeno 1 figlio minore in povertà relativa (dal 10,2% al 17,2%);
  • crescono all’interno di famiglie in povertà assoluta circa 183.000 bambini sotto i 3 anni (quasi il 9%), 221.000 tra i 4 e i 6 (13,4%), 454.000 tra i 7 e 13 (11,1%) e altri 147.000 adolescenti [v].

La povertà assoluta in Italia, se non contrastata, intanto ostacola lo sviluppo formativo di almeno 1.130.000 bambini e ragazzi, il 10% del nostro patrimonio di infanzia, pregiudicandone il futuro per gli effetti di trascinamento sui processi complessivi di inclusione.

Emergono inoltre fenomeni nuovi quali quelli dell’impoverimento di famiglie del ceto medio o altri individui attivi nel mercato del lavoro fino a pochi anni fa lontani dalle soglie critiche. Nel 2015 l’area delle povertà relativa si è estesa ulteriormente, fino a comprendere 1.170.000 famiglie e 2.100.000 tra bambini e ragazzi, 800.000 dei quali sotto i 6 anni[vi].

4. E l’analisi della spesa sociale conferma la persistente marginalità delle politiche di contrasto alla povertà – pur nell’attuale positiva ridefinizione governativa –  e in specifico della risibilità delle politiche di sostegno all’infanzia.

Dai dati Eurostat sulla spesa sociale per il 2013 emerge che:

  • in Italia la quota di spesa sociale destinata a famiglie, maternità e infanzia è meno della metà della media europea (4,1% rispetto all’8,5%);
  • quella destinata all’esclusione sociale è pari appena allo 0,7% rispetto ad una media dell’1,9.
  • la povertà relativa nella fascia 0-17 anni si riduce da un potenziale 35% (prima dei trasferimenti) al 25% (dopo i trasferimenti);
  • nel misurare l’incidenza della povertà minorile (relativa) prima e dopo i trasferimenti sociali il nostro Paese si classifica tra gli ultimi in Europa, precedendo solo la Grecia e Romania.

5.  La povertà educativa diventa ereditaria: la povertà materiale di una generazione si traduce spesso nella privazione di possibilità educative per quella successiva, determinando nuova povertà materiale e di rimando altra povertà educativa.

Uno snodo importante è il fenomeno della dispersione scolastica. L’Italia è, tra i paesi europei, quella con il più alto tasso di dispersione. Le maggiori criticità riguardano i ragazzi nella fase di transito dall’istruzione secondaria inferiore a quella superiore[vii]. Aumentano inoltre i bisogni speciali in attività formative (disabili, madri minorenni, adolescenti che vivono in comunità o in affidamento familiare, migranti)[viii].

Dalla ricognizione degli studi effettuati si deduce che l’abbandono precoce dei percorsi di istruzione e formazione, tra l’altro può comportare:

  • un maggior rischio di disoccupazione, impieghi con minori garanzie, maggiore occorrenza di lavori part-time e guadagni inferiori,
  • minori probabilità di partecipare alla formazione permanente,
  • maggiore dipendenza dai programmi di sostegno sociale
  • maggiore esposizione a rischio di povertà ed esclusione sociale
  • minore propensione a essere un «cittadino attivo»,
  • minore partecipare attivamente ad attività sociali e culturali
  • maggiore possibilità ad avere una salute fisica e mentale scadente
  • maggiori rischi di sviluppare un comportamento antisociale o dedicarsi ad attività criminali[ix].

Ne emerge la necessità di approcciare il problema soprattutto in maniera preventiva. Nel bilancio finale, pur sembrando la prevenzione costosa, i vantaggi sociali ed economici supereranno ampiamente i costi a carico della società.

Dai rapporti internazionali emergono come fattori incidenti nella dispersione: la disoccupazione e il reddito basso dei genitori, il basso livello di istruzione dei genitori, il disagio sociale dei territori, le aree svantaggiate, di residenza.  E gli effetti convergono in quelli della povertà educativa.

6. “L’esperienza insegna che è possibile attivare percorsi di resilienza tra i ragazzi maggiormente a rischio in relazione alla condizione socioeconomica e culturale della famiglia di appartenenza”, valorizzando  fattori come l’impegno, la motivazione, la responsabilità e la stabilità di insegnanti e dirigenti, e il livello di cooperazione tra questi soggetti e le famiglie e con gli attori esterni in contrasto con fattori di  contesto  disponibilità di aule e risorse didattiche, l’impegno e la collaborazione tra insegnanti, dirigenti, famiglie, istituzioni e territorio)[x].

L’orientamento scolastico e professionale, come pratica che ha lo scopo di aiutare gli studenti nella scelta dei percorsi di istruzione e formazione, è una delle misure chiave per contrastare l’abbandono precoce. In quasi tutti i paesi, l’orientamento è un elemento importante nelle attività di prevenzione, intervento e compensazione. L’orientamento è un servizio attualmente rivolto alle scuole superiori ma ormai c’è la convinzione di anticiparlo nell’arco della vita formativa[xi].

Nemmeno va inteso come un percorso speciale per studenti bisognosi di aiuto, ma considerato un servizio nel curricolo. Si aprono certamente le questioni di metodiche adeguate di intervento tra fabbisogni complessivi e particolari. Ma ciò è affrontabile con i percorsi personalizzati, tenendo presente la multidimensionalità propria di condizioni di deprivazione e di rischio e la necessità di metodiche di gestione del caso (case management).

 Laddove l’orientamento scolastico e professionale è inserito nel curricolo, vengono utilizzati tre approcci principali: può essere insegnato come materia a sé, integrato all’interno di una o più materie (scienze sociali, imprenditoria o educazione civica), oppure distribuito in tutto il curricolo come tematica trasversale ed organizzato attraverso attività extracurricolari.

La multidimensionalità negli interventi di contrasto alla riduzione dell’abbandono implica una governance al fine di gestire i rapporti tra le aree di competenza   pertinenti, pubbliche e private, (il quadrilatero scuola, famiglia, istituzioni locali, terzo settore), questo soprattutto a livello territoriale, integrata con livelli nazionali, regionali, locali.



[i] Sulla povertà educativa vedi articolo Newsletter Nuovi lavori.

[ii] La legge di Stabilità ha previsto l’istituzione di un Fondo per il contrasto della povertà educativa alimentato da versamenti effettuati dalle fondazioni bancarie. Il finanziamento avviene tramite il riconoscimento alle fondazioni di un credito d’imposta. La copertura è del 75 per cento di quanto versato. Un decreto successivo ha stabilito  le  di organizzazione del fondo, le caratteristiche dei progetti.

[v] Vengono evidenziate altre condizioni di differenziazione provocati dalla povertà quali:

  • nelle situazioni più estreme non si ha la possibilità di acquistare una maglietta o un paio di scarpe nuove,
  •  sono in tanti a dover rinunciare a una bicicletta o a un monopattino di cui i suoi compagni di scuola fanno sfoggio,
  •  in seguito ai provvedimenti di alcuni comuni, si deve rinunciare alla mensa scolastica e mangiare un panino in un’aula a parte,
  • il 6%  dei bambini non possedeva giochi a casa o da usare all’aria aperta,
  • il 7% doveva rinunciare a festeggiare il compleanno,
  • quasi il 10% non poteva indossare abiti nuovi o partecipare a gite scolastiche,
  • il 30% non sapeva che cos’è una settimana di vacanza lontano da casa,
  •  le diseguaglianze di reddito limitano le possibilità  partecipazione alle attività ricreative (pratiche sportive) e culturali (lettura di libri, frequenza di musei).

[vi] Vedi Atlante dell’infanzia a rischio citato

[ix] Vedi Rapporto Eurydice 2016

[x]  Vedi Atlante dell’infanzia a rischio citato

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