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Cambia un sistema, cambiano le responsabilità

Sono state spese parole molto grosse a commento dei primi decreti attuativi del Jobs Act. Il Presidente del Consiglio li considera un fatto storico che sbloccherà i lacci e lacciuoli del nostro mercato del lavoro. Ama esagerare – ormai l’opinione pubblica lo conosce bene – probabilmente perché ne è convinto ma anche per alzare il tasso di attenzione su una questione che negli ultimi vent’anni anni è stata sempre un cantiere aperto e che è tremendamente delicata e complicata. Il controcanto delle opposizioni politiche (compresa quella interna al partito di cui è Segretario) e sociali (sia pure con notevoli gradazioni di dissenso) è stato dello stesso livello, fino ad evocare rischi per il sistema democratico del Paese.

Le esasperazioni non aiutano a capire cosa sta succedendo realmente. Il cambiamento che propone il Jobs Act, anche se non si dispone ancora di tutti i decreti delegati, è di sistema e quindi non è di poco conto. Ha l’ambizione di incorporare nel contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti il grosso delle flessibilità finora assicurato da una pletora di altri strumenti contrattuali. La riconferma di alcuni di questi contratti, a partire da quello a tempo determinato, non deve far gridare all’inganno. Man mano che entrerà in funzione il nuovo contratto e si consolideranno gli sgravi contributivi che l’accompagnano, si capirà come ma non se potranno andare in soffitta gli altri sopravvissuti.

Di certo, l’assetto precedente muore senza che nessuno ci pianga sopra. La difesa a oltranza del contratto a tempo indeterminato e del correlato articolo 18 aveva creato tipologie contrattuali più di cattiva flessibilità che di buona, un’ abnorme giungla di fattispecie destinata a un crescente numero di persone, soprattutto giovani, senza tutele e senza rappresentanza. Il nuovo che avanza poteva essere confezionato meglio (penso alla normativa per i licenziamenti collettivi, penso alla mancata centralità del contratto di solidarietà nel governo delle crisi aziendali) ma non siamo alla riedizione del passato più antico, per il semplice motivo che l’antagonismo di classe che portò allo Statuto dei lavoratori non ha fans né tra i lavoratori, né tra gli imprenditori.

Oggi la discussione è ben oltre. Tanto nelle piccole come nelle grandi aziende. Il segno più evidente? L’introduzione della Cig in deroga all’inizio della crisi. Le imprese non chiesero a gran voce di licenziare, ma di inventare qualcosa che consentisse di tenere legate a sé i lavoratori quanto più possibile. Per un errore di valutazione della profondità della crisi da parte del Governo Berlusconi, si sbagliò strumento. Si doveva partire subito con il sostegno generalizzato alla ripartizione del tempo di lavoro – come fecero all’inizio del 2000 i tedeschi – piuttosto che mettersi sulla scia della Cigs a zero ore esistente soltanto per una parte dei lavoratori, quelli industriali. Ma tant’è.

Le imprese che si stanno impegnando per uscire indenni dalla crisi e quelle che stanno emergendo nella crisi puntano su forti innovazioni tecnologiche e organizzative per le quali la qualità del lavoro è condizione fondamentale e non facilmente fungibile. Anzi, scelgono con convinzione la strada della partecipazione dei lavoratori al miglioramento e alla gestione del lavoro quotidiano. Certo, ci saranno e faranno notizia imprenditori che strumentalizzeranno il nuovo tipo di contratto per condizionare i giovani ad accettare  situazioni estreme di lavoro e disciplina, pena il ricorso al licenziamento facilitato dalla nuova normativa. Ma le condizioni oggettive post fordiste del lavoro allontanano lo spettro del ritorno al licenziamento “ad nutum”. Le ragioni della cooperazione sono decisamente più consistenti e radicate di quelle del rozzo sfruttamento.

Ovviamente, tutto ciò deve essere sottoposto alla verifica dei fatti. E qui entra in gioco il ruolo del sindacato. Purtroppo non è unito né nella valutazione di questo cambiamento di sistema, né nella esplicitazione del proprio riposizionamento. E’ sperabile che riesca a recuperare in breve tempo su ambedue i fronti, in modo condiviso. Anche perchè il Jobs Act – contrariamente a quanto si sostiene da parte dei suoi oppositori – fornisce elementi di forza per il ruolo del sindacato. Ne indico due. I neo occupati entrano dalla porta principale nelle aziende. Per loro vale il contratto nazionale di categoria e l’eventuale contrattazione aziendale. Il sindacato ha l’occasione per candidarsi alla loro rappresentanza e per offrire un terreno di discussione e partecipazione; questione finora mantenuta sostanzialmente ai margini delle loro preoccupazioni principali.

Il secondo motivo di forza lo si intravede sulla nuova normativa della flessibilità in uscita. Finora l’articolo 18, oltre ad essere un deterrente indiscutibile contro i suprusi (anche se ha compartecipato a creare tanta cattiva flessibilità), metteva in gioco la magistratura piuttosto che il sindacato. In futuro, la tutela del lavoratore, se non lo si vuol lasciare solo, passerà soprattutto attraverso il sindacato. Spetta a quest’ultimo  trovare le forme migliori per evitare, da un lato, che le maglie delle nuove norme vengano forzate da comportamenti imprenditoriali strumentali e dall’altro, che la eventuale ricerca di un nuovo lavoro sia un problema caricato per intero sulle spalle del lavoratore. Finalmente le politiche attive del lavoro potranno diventare un terreno di impegno e gestione diffusi, consistenti, valorizzanti. Meglio se realizzate da un buon connubio pubblico-privato.

Un cambiamento di sistema, nella sua imperfezione, è sempre un grimaldello per creare nuovi equilibri tra le forze in campo. E nuove responsabilità. L’importante è che non ci si soffermi a valutare vincitori e vinti, ma ci si attrezzi – istituzioni pubbliche, imprese e sindacati – per avere equilibri più solidi e per assolvere meglio le responsabilità ad essi connessi. Soltanto in questo modo tutti quelli che fanno parte del mercato del lavoro e non solo gli occupati stabili potranno sentirsi meno soli, più coinvolti, meglio considerati. 

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