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CER…Sì

CER+S non è la marca di una birra, ma un progetto innovativo nel campo dell’energia. Sta per rinnovabili

Che cosa è successo? Le crisi della pandemia e della guerra hanno gettato il mondo in una crisi energetica. Niente è più come prima. Negli ultimi mesi la povertà energetica si è ingigantita e si aggiunge a quella economica, lavorativa, culturale, sociale, digitale. Molte famiglie si sono trovate nell’impossibilità di pagare la bolletta energetica e ingrossano le file agli sportelli Caritas. Molti imprenditori o negozianti non sanno dove sbattere la testa, pur di mantenere in piedi aziende e posti di lavoro. Persino alcuni sindaci prevedono di non riuscire a offrire servizi ai cittadini a causa delle cifre insostenibili.

Che fare? Mentre i governanti hanno bussato alle porte di diversi Paesi per aumentare il flusso di gas che arriva in Italia (dopo la chiusura della Russia) e mentre i soloni della soluzione tecnologica hanno subito sentenziato la necessità del nucleare, la saggezza della gente ha intuito che è ora di fare sul serio dal basso. Addio fonti fossili, una delle principali cause dei cambiamenti climatici, e benvenute CER. La S, che sta per «Solidali», sottolinea che il concetto di comunità intende essere reale, non fittizio. 

Papa Francesco in Laudato si’ 179 scrive che «in alcuni luoghi, si stanno sviluppando cooperative per lo sfruttamento delle energie rinnovabili che consentono l’autosufficienza locale e persino la vendita della produzione in eccesso. […] Mentre l’ordine mondiale esistente si mostra impotente ad assumere responsabilità, l’istanza locale può fare la differenza. È lì infatti che possono nascere una maggiore responsabilità, un forte senso comunitario, una speciale capacità di cura e una creatività più generosa, un profondo amore per la propria terra, come pure il pensare a quello che si lascia ai figli e ai nipoti».

Ecco tanti buoni motivi per costituire le CER. I cattolici in Italia durante la 49Settimana Sociale di Taranto si sono impegnati a non perdere l’occasione. Più parrocchie insieme nella diocesi, una parrocchia con famiglie che aderiscono, la parrocchia con il Comune e gli enti del Terzo settore del territorio possono costituirsi Comunità Energetica. Sta nascendo una biodiversità che fotografa le diverse necessità dei territori.

La Chiesa può fare da enzima, stimolare una riflessione, spingere a scelte partecipate perché l’attuale transizione ecologica non dimentichi il vasto tema della condivisione delle risorse. Del resto, anche l’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione Russa ci consegna due insegnamenti che non è possibile ignorare. 

Il primo rivela la problematicità della dipendenza in modo massiccio da un solo Paese per quanto concerne i combustibili fossili. È una debolezza economica, tanto più se la dipendenza riguarda Paesi dove la democrazia è calpestata o vigono regimi totalitari. Il secondo insegnamento lo ha mostrato la strategia bellica. Una delle prime operazioni di occupazione del suolo ucraino è stata quella di controllare le centrali nucleari. A riprova che un modello centralistico di produzione energetica come quello nucleare, per quanto limitato nelle emissioni di CO2, è soggetto ad appetiti di dominio. La crisi energetica invoca anche modelli di democrazia e di partecipazione. Senza questa consapevolezza, il rischio di povertà culturale rimane forte. 

L’idea delle CER è efficace: responsabilizza le persone a produrre e consumare energia in modo comunitario. Chi soffre la povertà energetica non è costretto a mendicare il pagamento della bolletta: può ricevere l’energia in più prodotta dalla CER e sentirsi accolto nella dignità. Diventa quanto mai attuale LS 219: «Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie». 

Alla faccia dei cultori dell’ego smisurato.

*Direttore dell’Ufficio nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro.

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