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Cinque capisaldi per avere una effettiva autonomia

Parlare oggi di politica industriale per l’Italia e per l’Europa vuol dire fondamentalmente parlare (e agire soprattutto) in termini di autonomia strategica, programmazione pubblica (ed intervento pubblico diretto se necessario) con forte Governance europea e nazionale, capacità di generare e concentrare investimenti ingenti in pochissimo tempo (anche a debito), sostenendo socialmente gli effetti di accelerazioni tecnologiche e produttive senza lasciare nessuno in difficoltà.

Autonomia strategica vuol dire: autonomia negli approvvigionamenti di materie prime (e forte recupero e riciclo di materie prime seconde), approvvigionamenti di tecnologie e saperi (e soprattutto creazione di filiere nostrane in grado addestrare, computare, personalizzare interventi tecnologici), approvvigionamenti di energia per la transizione (gas soprattutto) e produzione propria di energie rinnovabili (in tutte le forme possibili nel continente ed in Italia, solare, eolico, geotermico, idroelettrico). E’ tema economico, ma è anche e soprattutto tema geopolitico, della capacità e autonomia della Ue e dei suoi paesi di perseguire strategie cooperative oltre la linea “rossa” (per non dire “nera”) dell’attuale amministrazione Trump, guardando al Sud del mondo (Africa e centro-sud America) come partener strategici con cui costruire un terzo grande blocco oltre Washington e Pechino, rafforzando multipolarismi e non “fameliche” bipolarità.

Programmazione pubblica (ed intervento pubblico diretto se necessario) vuol dire non un Pubblico “leggero” che si limita ad incentivi, finanche selettivi. O meglio solo a questi. Ma che usa la leva della domanda interna (appalti e forniture, solo in Italia parliamo di oltre 100 miliardi l’anno, senza contare il PNRR), le suE aziende partecipate, nuovi strumenti di intervento diretto per salvaguardare i settori strategici (dall’acciaio alla chimica di base, dall’auto al farmaceutico, ai settore hard to abate comunque indispensabili, dalle cartiere alle cementerie) e i settori a maggior vantaggio relativo in termini competitivi (l’Italia è avanti per esempio in molti settori del recupero e riciclo, dei nuovi materiali oltre che della trasformazione del food, nei settori a forte valore aggiunto per design, esempio alta moda, arredo, ecc.). Finalizzando investimenti specifici ad alleanze specifiche (UE ed Extra Ue) e dentro un quadro di Governance Europea (chi fa cosa, con quali integrazioni, con quali pluralità di produzioni, ecc.) e nazionale (non c’è strategia energetica di medio termine, per esempio, se non vi è su questo una capacità di intervento nazionale in materia di infrastrutture di produzione e distribuzione). Sapendo che l’Italia deve recuperare ritardi e condizioni strutturali in parte diverse da altri partener europei, a partire dei settori ICT o dal Credito c.d. “industriale”, aggredendo la dimensione di impresa (tra le più basse del mondo) e la sua sottocapitalizzazione strutturale, la loro scarsa propensione agli investimenti ed un sistema autorizzativo-burocratico che soprattutto in termini di giustizia civile e commerciale sa ancora molto di “ancien regime”. Senza contare l’esigenza di recuperare velocemente i divari del nostro sistema scolastico, universitario, di ricerca e di formazione professionale (ITS ma non solo) da decenni massacrato, nonostante l’eroismo civile del personale, insegnanti e ricercatori.

Capacità di generare ingenti risorse finalizzate agli investimenti, in tempi brevi (tema posto brutalmente ma in modo efficace dal “primo rapporto Draghi”; “primo” per distinguerlo da come lo stesso autore, nei mesi successivi, ha in parte declinato in modo diverso i contenuti ivi scritti), vuol dire accettare l’esigenza di agire le tre leve fondamentali per un intervento di politica industriale all’altezza delle sfide.

La leva degli investimenti diretti pubblici da sostenere prima di tutto attraverso un sistema fiscale omogeneo a livello europeo e nazionale, progressivo e che vada a prelevare risorse aggiuntive da dove, per decenni, si è andato estraendo valore, ricchezza e profitti. Ovvero sia il sistema finanziario, il sistema tecnologico, le diverse forme di rendite non produttive (immobiliari e da speculazione su prodotti derivati), l’evasione fiscale e l’economia sommersa (solo in Italia l’economia sommersa vale 200 miliardi di euro l’anno). Quindi incentivare gli investimenti privati, differenziando in termini di protezione gli investimenti da risparmio privato diffuso (fondi pensione integrativi, accantonamenti presso le tesorerie nazionali o istituti previdenziali) e gli investimenti/reinvestimenti da imprese private (disincentivo alla redistribuzione degli utili, incentivo al reinvestimento “paziente”). Quindi – agite queste due leve (“dopo aver fatto i compiti a casa”) – usare la leva del debito comune europeo finalizzato a finanziare tutti gli interventi su scala continentale che accompagnino le integrazioni industriali, la promozione di tecnologie ad uso europeo comune, le infrastrutture di nuova generazione, di trasporto ed energetiche green.
Il tutto sostenendo (socialmente ma anche politicamente, cioè con largo consenso democratico) il cambiamento e la transizione con il più grande “Piano del Lavoro e della protezione sociale” mai pensato. Un super SURE che garantisca ammortizzatori sociali in costanza di riconversione industriale e professionale, che garantisca skill professionali per sostenere i settori a maggior valore aggiunto (anche hard to abate, se necessario) e che garantisca la creazione di lavoro per tutti coloro che, tra IA e Green, rischiano di ritrovarsi nei c.d. “saldi occupazionali negativi” o perché troppo anziani o perché non in grado di spostarsi dai propri territori. La creazione di lavoro per il c.d. “welfare della persona e welfare del territorio” ovvero sia cura e nuovi bisogni, consumi sociali collettivi anche e soprattutto connessi alla transizione demografica in corso e cura del territorio, delle città, delle aree interne contro dissesto idrogeologico, cambiamenti climatici, impermealizzazione del costruito, ecc. Insomma, seguendo le ispirazioni di Ernesto Rossi, un “lavoro di cittadinanza” come cambiamento anche degli stili di vita e consumo di italiani ed Europei.
Per fare tutto ciò occorre una visione però, una concezione solidale dei rapporti politici tra classi e tra Stati, una capacità di conflitto significativa. E anche il bisogno di non cadere in facili quanto effimere scorciatoie. MI riferisco in modo esplicito alla c.d. “via del riarmo” per rilanciare l’industria e il manifatturiero. Non perché il tema (anche questo tema) non ci sia. E’ evidente che tra le forme di autonomia strategica vi sia anche quella degli apparati (soprattutto tecnologici) e dei “network” per una difesa meno dipendente da forniture, linguaggi, migrazioni tecnologiche statunitensi (e in prospettiva cinesi). Ma oltre ad essere sempre più autonomia e competizioni di tecnologie digitali e computazionali (e poi, solo in modo residuale, di carri armati), pensare di riconvertire “a quantità massive date” le nostre produzioni a produzioni di guerra – tali da essere in equilibrio nel medio periodo con gli attuali volumi che stiamo perdendo – è una stupidata. Non solo è moralmente discutibile (verissimo è il detto “prima o poi le armi si usano”), ma è anche industrialmente insostenibile. Sia quindi il settore della difesa uno dei tanti settori verso cui individuare interventi specifici e risorse, ma non secondo la logica della tecnologia duale che incorpora già il concetto che più si spende per la guerra più si spende per il resto. Sia invece l’esatto contrario: come il rilancio di una manifattura per la pace, per la transizione ambientale e tecnologica, per la nuova infrastrutturazione sociale e materiale del contenente possa e debba generare vantaggi anche per i settori dell’industriale spaziale, dell’IA, dei sistemi computazionali (magari per prevenire infortuni sul lavoro o i comportamenti geo fisici del nostro Appennino) con beneficio anche del settore difesa. Ma questa storia (che andrebbe meglio e più lungamente approfondita) è appunto… un’altra storia.

*Responsabile Politiche contrattuali CGIL

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