Il NGEU, il piano europeo di investimenti per fronteggiare la pandemia Covid (il PNRR, come lo abbiamo ribattezzato in Italia) si conclude quest’anno. Non si trattava, come è noto, di un sostegno finanziario fine a sé stesso, ma di una strategia di crescita orientata alla duplice transizione — digitale ed ecologica — della società e del tessuto economico e industriale europeo.
Per queste caratteristiche, compresa la modalità di finanziamento basata, per la prima volta, su un debito comune condiviso tra gli Stati membri, possiamo definire il PNRR un grande piano per la crescita, fondato sull’idea di un rilancio economico che puntava su un apparato industriale moderno e sostenibile. In sostanza, una nuova politica industriale.
La minaccia alla sopravvivenza rappresentata dalla pandemia si tradusse nella capacità di immaginare una prospettiva che andava oltre l’emergenza e disegnava il futuro.
Il fatto che questo percorso si concluda oggi senza che sia stato predisposto — né a livello europeo né a livello nazionale — alcun seguito, o almeno un’alternativa all’altezza della sfida che quel piano aveva lanciato, pone seri problemi.
Sia programmatici: a quale sviluppo si affiderà l’Europa ora che ci stiamo misurando con la “pandemia” del disordine globale?
Sia congiunturali: come mantenere la tenuta degli investimenti, in particolare quelli pubblici?
Domanda cruciale soprattutto per l’Italia, che ha molto beneficiato del PNRR (quasi 200 dei poco meno di 700 miliardi stanziati) e che sta attraversando una fase critica generale — economica e industriale — costretta a misurarsi con l’incremento dei costi energetici e dei componenti, mentre il PIL non cresce, ma l’inflazione sì. E il bilancio dello Stato è stretto tra spesa, interessi sul debito e vincoli europei.
Della fine del PNRR risentiranno soprattutto gli enti locali, ai quali era stato assegnato il 54% delle risorse europee destinate all’Italia. Anche perché il nuovo piano europeo di finanziamenti ha aumentato la dotazione di risorse, ma ha accentrato sui livelli nazionali la decisione su come e dove impiegarle, togliendo ogni autonomia alle scelte locali.
Come se non bastasse, per l’Italia si conclude anche il superbonus. Molto criticato per il costo finale a carico del bilancio dello Stato, è stato però un volano formidabile di investimenti pubblici e privati. Senza l’effetto congiunto di questi due fattori, l’economia italiana non avrebbe avuto l’espansione registrata negli anni post Covid.
Quella stagione è conclusa e bisogna pensare a una nuova fase della crescita. Siamo il secondo paese manifatturiero d’Europa, il primo al mondo per patrimonio culturale UNESCO e uno snodo logistico naturale nel Mediterraneo. Sono asset che pochi competitor possono vantare.
Tutti e tre questi settori hanno trovato nell’innovazione tecnologica, nel turismo diffuso, nella crescita dei traffici marittimi ulteriori stimoli, mentre il “made in Italy” ci consente di mantenere posizioni leader nell’agroalimentare, nella moda, nel lusso.
Questo tessuto economico è sorretto da una miriade di imprese di tutte le dimensioni. Ecco che il problema di una nuova politica di crescita coincide, ancora una volta, con una nuova politica industriale. Ma, da anni, questo tema non è adeguatamente affrontato, come dimostrano le crisi o i limiti di settori storicamente decisivi quali la siderurgia o l’automobile e l’incapacità di cogliere pienamente le innovazioni tecnologiche nel campo digitale o energetico.
Tutto ciò motiva la necessità di un nuovo piano di ripresa e resilienza, che però non potrà contare solo sulle pur indispensabili — in quanto limitate — dotazioni pubbliche, ma dovrà puntare massicciamente sul coinvolgimento e la mobilitazione dei capitali privati.
In Italia non manca la ricchezza privata. Nel 2025 essa ammonta, per le famiglie, a quasi 12.000 miliardi di euro, con un incremento del 2% sul 2024. Di questa, poco meno della metà (circa 5.100 miliardi) è investita in patrimonio immobiliare (il 70% degli italiani possiede la casa in proprietà). Del rimanente, oltre 1.100 miliardi sono liquidità depositata nei conti correnti delle banche e circa 6.000 miliardi sono investiti in attività finanziarie.
È importante analizzare dove: circa il 40% sono azioni e fondi comuni di investimento, l’8% obbligazioni e il 20% polizze vita e pensioni.
Un aspetto da considerare è però la concentrazione di questa ricchezza. Si stima che i milionari siano oltre 500.000 e ne posseggano quasi il 50%. Di questi, più di 2.500 superano i 200 milioni di dollari di patrimonio, e si prevede che il loro numero sia destinato ad aumentare del 3%.
Questo clamoroso limite sociale può però rappresentare un punto a favore di un impiego orientato verso il sostegno economico alle attività produttive: la disponibilità concentrata di grandi capitali rende più agevole una diversificazione degli investimenti, a patto, ovviamente, di assicurare adeguati rendimenti.
In sostanza, lo Stato dovrebbe rendere molto più convincente (e conveniente!) per i risparmiatori investire non solo sul finanziamento del debito, ma anche sulla nostra economia reale. A tal fine dovrebbe orientare i capitali privati verso esplicite finalità merceologiche di interesse generale, anche attraverso il coordinamento di specifici Enti pubblici (Sogei per il digitale, INAIL per il sanitario, ENIT per il turismo, Invitalia per le infrastrutture…). Inoltre dovrebbe offrire integrazioni di capitali o forme di rendimento e di assicurazione, attraverso altri Enti o Istituti pubblici (CDP, SACE, AMCO, CONSAP…); anche attraverso specifiche emissioni di titoli. Il Tesoro sta sperimentando questo processo, ma ancora a uno stadio troppo embrionale. Data la situazione generale sopra descritta, sarebbe il momento di osare di più.
Vanno inseriti, a questo punto, due soggetti che hanno trasformato la loro finalità sociale in una cassaforte finanziaria solida e di assoluto rilievo: le casse previdenziali e i fondi pensione (in particolare quelli di origine contrattuale). In passato gli enti previdenziali investivano nel mattone e ancora oggi, nonostante la politica di dismissione attuata negli ultimi anni, restano un operatore immobiliare di tutto rispetto. Ma ormai la “copertura” assicurativa della raccolta si orienta sugli investimenti finanziari e le risorse disponibili sono ingenti. Le sole casse dispongono di almeno 125 miliardi, di cui la metà investita all’estero. In un anno sono cresciute di quasi il 10%. Se poi consideriamo la previdenza complementare, vediamo che i fondi pensione hanno accumulato oltre 260 miliardi di euro, in crescita dell’8% rispetto al 2024, raccogliendo oltre 10 milioni di adesioni. Circa la metà sono iscritti ai fondi negoziali.
In sostanza, il capitale complessivo tra casse e fondi si aggira su una cifra di poco inferiore ai 400 miliardi di euro (il Pil nazionale è circa 2250 miliardi!). Si tratta dei risparmi dei lavoratori, del loro TFR. Orientare l’impiego di una parte di queste risorse a sostegno dell’economia e dell’industria italiana rappresenta una garanzia di futuro per il nostro apparato produttivo e per l’occupazione.
Negli anni scorsi, attraverso diversi interventi legislativi, si è provveduto ad assicurare condizioni fiscali favorevoli all’investimento in previdenza. Ci sono ancora altri interventi da realizzare, soprattutto per armonizzare il trattamento fiscale italiano con quello europeo ed evitare la doppia tassazione. Ma soprattutto si sono creati incentivi per le casse e i fondi che investono in economia reale. Trattandosi, per loro natura, di capitali “pazienti”, i loro investimenti possono essere, meglio di altri, orientati proprio su quelle emergenze sociali — come la casa e la salute — o di innovazione — come il digitale e l’ambiente — che consentono di non derogare dallo scopo sociale per il quale sono chiamati a operare: garantire una buona vecchiaia. Una buona società, una buona qualità della vita fanno parte di questo scopo.
Come si vede, una nuova politica industriale non solo è necessaria, ma è anche possibile. Disponiamo, come Paese, di condizioni strutturali favorevoli alla competitività nel mondo contemporaneo e, se ben gestite, ci sono anche le risorse. Manca però una visione e manca la politica. Ma questo è un altro discorso…
E’ tempo di ridisegnare l’ industria del XXI secolo
Agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, una economista statunitense ma residente in Svizzera, Vera
