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Città dell’uomo e Città delle macchine

Le città hanno avuto innumerevoli cambiamenti ed altri ce ne saranno. Dobbiamo poter immaginare di incidere su questi cambiamenti, incidendo sui processi che li generano. Dobbiamo rimettere gli interessi dell’umanità, del noi, al centro del pensiero della città: gli interessi dell’umanità e non del singolo uomo, gli interessi del noi in cui è compreso l’io. 

Come ci ricorda Morin: “dobbiamo dare alle città tutte le funzioni materne e protettive della vita, le attività autonome e le associazioni solidali che da molto tempo sono state trascurate se non soppresse. Perché la città deve essere un’istituzione d’amore e la migliore economia della città consiste nel coltivare la solidarietà”. 

Per poter fare ciò è necessario ripensare i paradigmi e gli statuti disciplinari dell’Urbanistica e di chi opera per il futuro dell’umanità. Bisogna analizzare il rapporto tra individuo, professione e società trascurato negli anni: si tratta della produzione di vantaggi solo per la specie umana, dell’accettazione acritica dello sviluppo della tecnologia, della ricerca della specializzazione attraverso una conoscenza approfondita, ma limitata nella capacità di creare connessioni. 

Abbiamo necessità di cambiare i paradigmi della professione utilizzando un approccio ecologico dove la complessità guida un pensiero in grado di cogliere la multidimensionalità della realtà, di riconoscere il gioco interattivo e retroattivo, di affrontare la complessità piuttosto che di cedere alle parcellizzazioni tecnocratiche: abbiamo necessità di cambiare la professione individuandola come patrimonio collettivo e curatore del nostro ecosistema Terra. Il nostro terreno di gioco è la città, dove oggi i tradizionali approcci nel campo della pianificazione e della programmazione e progettazione urbanistica evidenziano alcuni limiti sia sul fronte conoscitivo e interpretativo, sia su quello pratico e normativo. 

La nascita dell’urbanistica moderna come disciplina autonoma all’incrocio di molteplici saperi e competenze segna un tratto distintivo e duraturo di questo campo di studio e applicazione. Fin dalle sue origini, l’urbanistica si è caratterizzata per la sua capacità di integrare conoscenze provenienti da diverse aree del sapere, dalla storia all’economia, dall’architettura all’ingegneria, dalla sociologia al diritto. Questa originale sintesi di saperi ha permesso all’urbanistica di definire il proprio ruolo e la propria validità nel panorama delle discipline, consolidando il suo statuto e ampliando il suo ambito di applicazione: come non pensare ad Adriano Olivetti, pioniere di una cultura umanistica applicata all’urbanistica, che ha promosso la progettazione di città a misura d’uomo, attente alle esigenze dei cittadini o a Gaetano Marzotto con la sua Città Sociale (o città dell’Armonia) primo esempio di welfare aziendale. 

Ancora oggi, l’urbanistica ha la necessità di confrontarsi con sfide attuali e future, come gli impatti socio-ambientali e demografici a livello urbano derivanti dalla crisi climatica globale e dai divari socio-economici tra diverse regioni della Terra. In questo contesto, l’urbanistica è chiamata a giocare un ruolo chiave nella costruzione di città fatte da comunità di individui: città più resilienti, sostenibili ed eque. 

Attraverso la sua capacità di integrare diverse discipline e competenze, l’urbanistica può offrire soluzioni innovative e concrete ai problemi complessi che le città si trovano ad affrontare. Ma Il futuro dell’urbanistica è strettamente legato alla sua capacità di rispondere alle esigenze in continua evoluzione delle comunità urbane e di contribuire a creare un diverso futuro, attraverso un approccio alla conoscenza transdisciplinare. 

Il problema è che la conoscenza, il Knowledge caro agli anglosassoni, nel nostro tempo è un concetto che si sgretola facilmente, che ha vita breve a meno che non avvenga un continuo rinnovamento ottenuto attraverso scambi e trasformazioni. Oggi esistono innumerevoli nuove forme di conoscenza e nuovi modi di trasmettere la conoscenza. 

Per poter operare il cambiamento del cambiamento per l’urbanistica è necessario un salto di paradigma, andare oltre la conoscenza: le parole vecchie portano il peso dei significati stabiliti. Bisogna avere una visione rivoluzionaria e una strategia da esploratori, e come ci ricordano Paganelli e Sorrentino “mantenendo aperte tutte le opzioni di direzione e cercando di individuare i sentieri di migrazione più sicuri”. 

Secondo l’epistemologia, i rapporti tra conoscenze vengono classificati con tre livelli di complessità: multidisciplinare, interdisciplinare, transdisciplinare. L’approccio transdisciplinare sembra essere quello idoneo per poter agire sul cambiamento, per poter passare dalla città dell’io alla città del noi: conoscere per problemi e per processi si configura come uno strumento prezioso per svelare le connessioni tra elementi apparentemente distinti. 

Nell’approccio transdisciplinare si superano i confini propri delle discipline per generare ibridazioni e contaminazioni che generano sistemi conoscitivi più evoluti e di maggiore complessità. Attraverso questa lente, diviene possibile integrare in modo transdisciplinare differenti competenze e saperi, favorendo una visione olistica e sinergica della realtà. Questo approccio ci invita ad assumere consapevolezza della complessità intrinseca della realtà. La comprensione del mondo diviene un processo in continua evoluzione, dove la conoscenza è per sua natura approssimativa. 

La realtà emerge dall’interazione dinamica di molteplici elementi, spesso imprevedibili e difficilmente misurabili. L’adozione di un approccio per problemi risulta particolarmente efficace se attuato attraverso la collaborazione. L’integrazione di percorsi individuali con percorsi di gruppo (io e noi non io vs noi), permette di potenziare la costruzione della città come patrimonio collettivo. La condivisione di conoscenze, esperienze e competenze favorisce una crescita professionale sinergica e un arricchimento reciproco. In sintesi, l’approccio alla conoscenza per problemi e per processi si configura come un metodo flessibile e adattabile a molteplici contesti: attraverso questo approccio, la conoscenza diviene un processo continuo di scoperta e di costruzione collettiva e contribuisce a cambiare per costruire un diverso futuro per le nostre città.

Dall’I(A)O al NOI

Rivedendo di recente la versione restaurata di Tempi Moderni, capolavoro di Charlie Chaplin, l’ho trovato tremendamente attuale: i tempi moderni, oggi tecnologici, ci permettono di incrementare la produttività con la ripetizione di gesti semplici e automatici che “anche un bambino di tre anni avrebbe saputo compiere”. 

Ma oggi questi Tempi Tecnologici, accelerati sempre più dai progressi dell’Intelligenza Artificiale, creano sempre più disequilibri tra quello che si sa fare e quello che serve: questo processo diacronico genera una progressiva eliminazione dell’azione umana nelle operazioni meno complesse: scompaiono o sono trasformati radicalmente interi segmenti di professione. 

La natura del lavoro muta rapidamente con l’apparire di nuove professioni che richiedono competenze diverse. La multiprofessionalità sostituirà progressivamente la monoprofessionalità nelle nuove generazioni. Questa rivoluzione imminente aumenterà la complessità e dovrà essere affrontata dalle discipline che si occupano di futuro, come l’urbanistica. La sopravvivenza delle città dipenderà dalla loro capacità di gestire l’aumento della complessità e di affrontare l’incertezza e l’imprevedibilità. 

Mentre l’azione del progetto si basa su un paradigma logico-razionale che tenta di prevedere il futuro attraverso connessioni causali con eventi passati, la funzione del “programmare” richiede la capacità dei sistemi complessi di autoregolarsi e auto-adattarsi dinamicamente ai cambiamenti. Ed ancora l’idea del progetto architettonico, del progetto legato alla propria idea in funzione dell’io, si contrappone al progetto urbanistico, il progetto del noi, che comprende sia il significato che il significante del noi, attraverso una declinazione ecologica del noi. 

Questo cambio di paradigma ha necessità di un nuovo lessico alternativo a quello tradizionale. L’urbanistica sarà condizionata soprattutto dal diacronismo dei tempi, dall’incertezza, e dalla complessità.  

L’Urbanistica dovrà farsi carico di essere come una levatrice, ed attraverso l’arte della maieutica, dovrà educare, in maniera alternativa a quello fatto fino ad ora, le città del futuro, le città del noi, ad affrontare l’incerto attraverso processi complessi e mitigando, per quanto possibile, il diacronismo tra Tempi Storici, tipici dell’uomo, e Tempi Tecnologici, tipici delle macchine ora guidate dall’intelligenza artificiale.

  • Esperto in Pianificazione strategica per lo sviluppo e la governance locale

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