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Diserzioni per la democrazia in Birmania

People’s Goal è un’organizzazione nata da “People’s Soldiers” – un’iniziativa precedentemente guidata da ex militari divenuti disertori – trasformatasi poi nel 2022 in People’s Goal.

Questa associazione opera nelle regioni di confine tra  Birmania, Thailandia e India e collabora con organizzazioni partner per sensibilizzare l’opinione pubblica sui temi della diserzione e della resistenza democratica, con programmi di formazione sul Diritto Internazionale Umanitario (DIU), sulle Convenzioni di Ginevra e sulla giustizia transizionale, oltre a offrire corsi di formazione professionale per disertori e a svolgere attività di advocacy internazionale, ricerca e raccolta dati.  

Subito dopo il colpo di stato militare nel febbraio 2021, circa 1.500 soldati disertarono dall’esercito birmano per unirsi al Movimento di disobbedienza civile (CDM) contro la giunta militare.  Dal 2023 al 2026 l’organizzazione ha registrato e aiutato a fuggire 4.272 disertori, da esercito, polizia, 1.300 militari che si sono arresi alle forze della resistenza e 5.438 prigionieri di guerra, verso i quali sono state rispettate tutte le Convenzioni internazionali.

Un rapporto appena pubblicato: Wind of Change, esamina una questione cruciale nell’ambito del conflitto in corso in Myanmar: cosa spinge i militari ad abbandonare i ranghi, cosa impedisce ad altri di farlo e quali implicazioni hanno tali dinamiche per il futuro del settore della sicurezza del Paese. 

Bisogna ricordare che i militari da sempre sono uno Stato nello Stato. Tutti vivono con le loro famiglie in compound militari, con le loro scuole, università, accademie, ospedali etc.. Il controllo sulle vite dei soldati  e delle loro famiglie è da sempre totale. Vivono e si sposano tra di loro. 

Alcuni dei principali risultati del rapporto sono i seguenti:

Perché i soldati lasciano l’esercito e cosa li frena? I disertori citano quattro ragioni principali: convinzioni morali, la perdita di potere da parte del governo civile, il loro ambiente e la perdita di fiducia nelle forze armate. Molti hanno rimandato la decisione di disertare perché preoccupati per le loro famiglie e il loro futuro, per timore di come si sarebbe svolto il processo di ingresso nel programma CDM (Community Development Mission) e per il controllo esercitato dall’esercito su pensioni, alloggi, documenti d’identità e istruzione dei figli.

La vita dopo la defezione è migliore dal punto di vista morale, ma più difficile dal punto di vista materiale. I disertori devono affrontare sei principali difficoltà: la separazione dalla famiglia, la mancanza di mezzi di sussistenza, la assenza di sicurezza, le sofferenze psicologiche, le barriere linguistiche e culturali. Spesso  vengono mandati negli Stati etnici, dove non si parla la stessa lingua, e  infine la mancanza di documenti d’identità. Disertare comporta la perdita improvvisa e totale dei benefici pensionistici, dell’alloggio militare, dei documenti di identità personali (spesso confiscati) e dell’accesso all’assistenza sanitaria e all’istruzione per i propri figli. Per i militari di carriera, lasciare l’istituzione non significa semplicemente abbandonare un lavoro: ma lasciarsi alle spalle una vita costruita nel corso di decenni e trovare la resilienza necessaria per affrontare i gravi rischi di essere etichettati e braccati come criminali militari.

Il sostegno pubblico si è trasformato in opposizione. Gli intervistati descrivono che il sostegno pubblico alle forze armate si è trasformato in opposizione attiva, odio e paura. Il sostegno autentico alle forze armate è limitato a pochissimi soggetti.

È necessaria un’istituzione completamente nuova. I disertori considerano l’attuale esercito totalmente incompatibile con un Myanmar pacifico e democratico e chiedono un nuovo esercito federale democratico sotto controllo civile, senza ministeri gestiti dai militari, senza la quota del 25% di seggi parlamentari riservata ai militari e senza partiti politici legati all’esercito. Propongono un approccio graduale al cambiamento del personale militare attuale, basato su controlli e reintegrazione per soldati e ufficiali subalterni, e sulla responsabilità degli ufficiali superiori in base alla gravità dei loro crimini.

Le elezioni del 2025 non conferiscono alcuna legittimità. Gli intervistati hanno affermato con fermezza che le elezioni farsa del 2025, tenutesi sotto il regime di emergenza militare ed escludendo partiti e ampie fasce della popolazione, non conferiranno legittimità né porteranno cambiamenti, ma serviranno solo come scudo internazionale per il regime.

Diverse ragioni hanno motivato la partecipazione al Movimento di Disobbedienza Civile (CDM). La principale forza motrice, tra queste, è la non accettazione delle violenze dell’esercito contro i civili dopo il colpo di Stato, gli arresti e le uccisioni ingiustificate di manifestanti e civili perpetrati con varie modalità, il prendere di mira deliberatamente villaggi e popolazioni civili, l’aver assistito in prima persona ad atrocità e il aver ricevuto ordini diretti di usare violenza contro la popolazione. Le accuse di frode elettorale relative alle elezioni del 2020, denunciate dai militari, vengono considerate pretesti inventati. Sulla base dell’esperienza diretta maturata durante il lavoro ai seggi, gli intervistati hanno confermato che le elezioni del 2020 si erano svolte in modo libero ed equo. Di conseguenza, hanno concluso che le giustificazioni addotte dai militari per il colpo di Stato erano del tutto infondate. Un ulteriore fattore riguarda la perdita di fiducia nell’istituzione militare. Tale rottura della fiducia non è stata causata esclusivamente dal colpo di Stato, ma ha rappresentato piuttosto l’apice di esperienze pregresse; essa è scaturita dalla graduale consapevolezza di diverse problematiche sistemiche: corruzione interna, pratiche di addestramento brutali, abuso di potere e sfruttamento dei subordinati. Chi intende disertare corre un rischio elevato di arresto e detenzione durante il tentativo di fuga, avendo inoltre assistito in prima persona alle gravi conseguenze subite da coloro i cui tentativi di diserzione sono stati scoperti. Infine vi è  l’enorme difficoltà di svincolarsi da un’organizzazione profondamente radicata e strutturata in modo sistematico. 

I programmi a sostegno delle diserzioni sono stati fondamentali per aiutare i gruppi di aderenti al Movimento 

Le organizzazioni internazionali e i governi dovrebbero fornire un sostegno strategico e dedicato ai canali di defezione. La creazione di un meccanismo prevedibile, sostenibile e strutturalmente dedicato al supporto dei disertori rappresenta la forma di assistenza più efficace.

Affrontare direttamente la questione dello status giuridico: fortissima è l’esigenza irrisolta di ottenere la residenza legale nei paesi ospitanti. Dopo aver aderito al Movimento di disobbedienza civile (CDM), i partecipanti sono costretti a vivere in una condizione di profonda incertezza. I governi ospitanti dovrebbero adottare misure di tutela legale per i partecipanti al CDM, tra cui disposizioni per l’asilo politico e garanzie contro l’espulsione (principio di non-refoulement). Si tratta dell’intervento umanitario più efficace attualmente disponibile. Definire forme di sostegno appropriate ed efficaci: sebbene il cibo e le razioni di base siano indubbiamente essenziali, queste non costituiscono la principale forma di assistenza necessaria.  Si dovrebbe garantire la stabilità familiare perché i disertori possano costruirsi una nuova vita in un contesto civile e non militare, anche attraverso la formazione professionale, i programmi di riqualificazione, il supporto psicologico e iniziative strutturate che mettano i partecipanti al CDM in contatto diretto con opportunità di lavoro, alloggi e una comunità sociale solidale.

Inoltre i governi dovrebbero attuare sanzioni economiche mirate contro gli alti ufficiali: la coesione tra i vertici della leadership è fondamentalmente legata a interessi economici condivisi e alla complicità in crimini comuni. Per questo le sanzioni rivolte agli specifici interessi commerciali e finanziari personali degli alti ufficiali, accompagnate da meccanismi di tracciamento dei beni e di responsabilizzazione sono fondamentali. Come sostenuto da IBI anche recentemente l’Europa e le organizzazioni internazionali dovrebbero superare la logica dei soli aiuti umanitari, che se non si ritorna alla democrazia, potrebbero durare anche decenni. Sarà fondamentale, pertanto, che l’Europa costituisca un fondo di sostegno delle resistenze democratiche nei paesi colpiti dalle dittature e dalle guerre, e nel caso birmano con programmi a sostegno della resistenza democratica e delle istituzioni democratiche che stanno fiorendo nelle zone liberate. Sarà anche importante finanziare programmi di coloro che operano a sostegno delle diserzioni, della formazione e riqualificazione professionale degli sfollati interni e dei giovani in fuga dalla coscrizione forzata. La democrazia non si esporta, ma non potrà crescere senza il sostegno attivo dei governi democratici.

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