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Disillusi e inattivi: cosi’ appaiono i giovani nel mercato del lavoro

dalla Newsletter n. 73 del 20/09/2011

Il 14 luglio è stato presentato a Villa Lubin il Rapporto del Cnel sul “Mercato del lavoro 2010-2011”, da cui si evince un quadro non proprio confortante. L’economia italiana è troppo debole per imprimere una svolta alla domanda di lavoro: a fronte di una crescita fra lo 0.5 e l’1% del Pil, le unità di lavoro nel 2011 potrebbero registrare una nuova flessione ed il tasso di disoccupazione potrebbe salire ancora per qualche trimestre.

 

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Non v’è dubbio che durante la crisi gli ammortizzatori sociali abbiano svolto la loro funzione, evitando la fuoriuscita di molte persone dal mercato del lavoro, ma è altrettanto certo che la crisi ha penalizzato le componenti dei lavoratori più deboli, con maggiori difficoltà a trovare nuovi sbocchi lavorativi: i giovani innanzitutto, i lavoratori con contratti a termine e quelli delle regioni meridionali. Insomma, sono diminuiti i lavori temporanei ma non si é ridotta la precarietà: ai periodi di lavoro temporaneo spesso sono subentrate la disoccupazione o l’inattività.

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L’Italia sta uscendo molto lentamente dalla crisi ed il quadro macroeconomico del 2011 non garantisce il recupero dei posti di lavoro persi. Il rischio disoccupazione riguarda soprattutto i giovani: si aggrava infatti il fenomeno dei neet (not in education or training nor in employment), cioè coloro che risultano fuori dal mercato del lavoro e che non sono impegnati in un processo di formazione. Se prima della crisi il tasso di neet si aggirava attorno al 16% tra i più giovani (16-24 anni) e al 24% tra i giovani più adulti (25-30 anni), tali percentuali sono rapidamente aumentate, salendo rispettivamente al 18,6 e al 28,8% nel terzo trimestre del 2010. La crisi aggrava le probabilità dei giovani di restare nella condizione di neet, così come aumenta in modo preoccupante lo “scoraggiamento” di chi addirittura rinuncia a cercare lavoro.

Ma il tema dei giovani non rimanda solo al problema della mancanza di occupazione, tocca anche le criticità del sistema scolastico. Nell’ultima Relazione di Banca d’Italia, il Governatore Draghi ha ricordato che se la nostra scuola raggiungesse i livelli di qualità dei Paesi più sviluppati, il nostro PIL potrebbe aumentare di un ulteriore 1% all’anno. Dal canto suo, l’OCSE ci ricorda che l’Italia è, fra tutti i Paesi più sviluppati, quello che registra la più bassa percentuale di studenti che hanno un’esperienza di lavoro, rendendo così lunga e piuttosto tormentata la transizione dalla scuola al lavoro. Partendo da tali presupposti si rende necessaria una revisione ed una parziale ricollocazione degli strumenti del tirocinio formativo, dello stage e del contratto di apprendistato, al fine di garantire ai giovani che escono dal percorso formativo una collocazione lavorativa più veloce e decorosa.

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Il tema dello sviluppo, del “tornare a crescere” è questione cruciale per il futuro del nostro Paese e per i nostri giovani. Solo uno sviluppo adeguato, sostenibile e solidale, ci farà uscire dall’emergenza e ci permetterà di recuperare forza lavoro, sia in termini di quantità che di qualità. Parimenti, per raccogliere la sfida della crescita, bisogna innanzitutto modificare l’andamento stagnante della produttività, che, come sottolinea l’Istat, ormai caratterizza il Bel Paese da oltre un decennio.

La recessione ha inoltre inciso sul passaggio dai contratti a termine a quelli a tempo indeterminato: prima della crisi quasi il 31% dei giovani con contratto temporaneo passavano l’anno successivo a un lavoro permanente, percentuale scesa ora a poco più del 22%.
Secondo il prof. Carlo Dell’Aringa, direttore scientifico dell’analisi, sarebbe urgente spostare l’enfasi dalle politiche passive a sostegno del reddito dei lavoratori disoccupati verso misure che incentivino il rientro nel circuito produttivo dei lavoratori che hanno perso il posto di lavoro. Il rischio che si corre è la persistenza del lavoratore nello stato di disoccupato, preludio alla formazione di disoccupazione strutturale, più difficilmente sanabile.

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