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Electrolux, continua la desertificazione industriale

Gli esuberi annunciati da Electrolux nel nostro Paese sono un altro segnale della crisi industriale che tutta l’Ue deve affrontare.

La multinazionale svedese degli elettrodomestici Electrolux, arrivata nel 1984 in Italia con il salvataggio della Zanussi e dei suoi 20mila dipendenti, nei giorni scorsi ha dichiarato 1.700 esuberi, cioè il 40% degli attuali 4.542 lavoratori.

Il piano di ristrutturazione del colosso svedese prevede il dimezzamento della produzione, la chiusura dello stabilimento marchigiano di Cerreto d’Esi, in cui 170 lavoratori producono le cappe da cucina, e una riduzione dei livelli occupazionali negli altri siti produttivi nel nostro Paese. Solaro (Milano), dove 900 addetti realizzano lavastoviglie, Porcia (Friuli) in cui 1.500 lavoratori producono lavatrici, Forlì, dove mille dipendenti creano i piani di cottura a gas; invece, a Susegana (Veneto) un migliaio di dipendenti producono frigoriferi.
Inoltre, in tutti gli stabilimenti, l’azienda ha comunicato il taglio del doppio turno di lavorazione e la parola d’ordine che spesso viene pronunciata è che, per abbattere i costi di produzione e del personale, bisogna delocalizzare in Polonia.

L’aumento dei costi in Italia, compresi quelli energetici, la concorrenza asiatica e la crisi strutturale del settore in Europa sono le motivazioni dell’attuale decisone aziendale che dal 2022 a oggi ha già ridotto gli organici di 1.500 unità. Decisioni che rischiano di ridimensionare in modo strutturale l’industria dell’elettrodomestico e del suo indotto nel nostro Paese, che ha già perso negli ultimi anni un importante attore del settore come Whirlpool, che prima di vendere tutti i siti produttivi italiani ai turchi di Beko voleva disfarsi di migliaia di lavoratori.

Con la decisione di Electrolux e dopo che Beko, nel 2025 ha ridotto l’occupazione da 4.300 a 3.000 unità e la celebre Candy venduta a un gruppo cinese che ha trasformato i siti produttivi in hub di servizi con solo 900 dipendenti, l’Italia subisce un altro ridimensionamento nel settore.

Il mercato europeo negli ultimi cinque anni ha perso 7 milioni di pezzi passando dai 90 milioni del 2020 agli 83 del 2025, con uno spostamento verso i prodotti di gamma bassa, che sono quelli più venduti. Per questo è importante, per la filiera del “settore del bianco”, programmare, come sottolineato dai metalmeccanici della Cisl, tramite le istituzioni europee un’azione comune dei grandi gruppi come Electrolux, Beko, Bosch e Miele, per ottenere provvedimenti che oltre a garantire l’alta gamma limitino l’invasione nel mercato continentale da parte dei concorrenti asiatici che oggi coprono il 50% delle vendite europee, soprattutto sulla bassa e media gamma del prodotto.

Diversamente, così come l’auto e l’acciaio, anche il settore dell’elettrodomestico verrà ancor di più traumatizzato dalla concorrenza dei prodotti dei altri Paesi asiatici. In questi Stati produrre costa meno perché l’energia, le materie prime e la manodopera sono convenienti. Ma anche perché non ci sono le “extra-tasse” sulle emissioni inquinanti.

Dopo le dichiarazioni della multinazionale svedese, le categorie dei metalmeccanici di Cisl, Cgil e Uil hanno dichiarato lo stato di agitazione con otto ore di sciopero e presidi dei lavoratori davanti a tutti i siti produttivi e il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato per il 25 maggio Electrolux, i sindacati e le Regioni per affrontare questa crisi. L’obiettivo del Ministero è quello di “favorire soluzioni condivise tra le parti, in un quadro che assicuri la continuità produttiva e tuteli i livelli occupazionali”.

Governo e opposizioni devono però comprendere che al nostro Paese non serve solo il turismo per risolvere il problema industriale ed economico. L’Italia rischia la desertificazione industriale con le crisi della “filiera del bianco”, del settore dell’auto e dell’acciaio condizionata quest’ultima ancora dalle continue non decisioni sulla decarbonizzazione dell’ex Ilva. Va ricordato inoltre che è urgente un piano straordinario di investimenti per sostenere la ricerca, lo sviluppo e la produzione di prodotti sostenibili capaci di rispondere alla concorrenza dei Paesi asiatici.

Per aiutare il nostro sistema industriale è necessario anche predisporre velocemente un piano nazionale che definisca l’energia come una vera infrastruttura strategica, con un approccio multi-tecnologico, che integri le fonti, garantendo sicurezza di fornitura e continuità degli approvvigionamenti.
Di fronte a queste situazioni la risposta non può essere solo più rinnovabili, ma un vero ripensamento del sistema energetico mettendo sullo stesso piano decarbonizzazione, competitività industriale e sicurezza energetica. Va anche sostenuta la necessità di rendere il Paese maggiormente autonomo sul piano energetico, affermando con chiarezza la volontà d’investire nelle fonti energetiche rinnovabili e di sostenere i progetti di potenziamento dell’estrazione del gas naturale nel territorio italiano.

Allora affermare che nel percorso verso la neutralità delle emissioni climatiche entro il 2050 non si può fare a meno del gas, nella misura in cui le altre fonti alternative e rinnovabili non sono ancora in grado di rispondere al totale fabbisogno energetico, ci sembra quasi scontato quando si hanno chiari sia l’obiettivo che il percorso da seguire, cioè anche quello della competitività delle nostre imprese. Per questo motivo è importante accelerare sulla strada dell’integrazione energetica.

Questa scommessa innanzitutto può essere vinta solo se le forze politiche di maggioranza e di opposizione decidono di aiutare il sistema industriale attraverso un’integrazione energetica in cui tutte le tecnologie (compreso il nucleare di nuova generazione) siano presenti nel rispetto della centralità delle persone, del lavoro e del territorio, affinché l’interesse del Paese arrivi a traguardare velocemente gli obiettivi previsti.

*Il Sussidiario, 20/05/2026

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