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Il cavallo potra’ bere, ma a piccoli sorsi

Le mosse lavoristiche del Governo Letta non si possono classificare come strabilianti. Mettendo assieme le scelte contenute nel “decreto del fare”, riguardanti le coperture per la Cassa integrazione, per i contratti di solidarietà e per un’altra quota degli esodati e quelle presentate nel successivo “decreto lavoro”, relative a molti aspetti normativi e ad alcuni interventi di agevolazione all’assunzione per i giovani, all’attivo c’è che il Governo ha agito con un senso di concretezza che mancava da tempo. Ciò ha contribuito a mantenere ad un giusto livello l’affidabilità verso l’Europa – che non è poco, dato l’esito elettorale – e a bilanciare la pressione di quanti, nel sistema politico e nella società, davano più importanza alla eliminazione dell’IMU.

Il fatto che l’ultimo vertice europeo di Bruxelles abbia avuto al suo centro la questione dell’occupazione giovanile, con una dotazione di risorse più consistente di quella prevista, è merito anche di Letta e del lavoro ai fianchi fatto con Francia e Spagna nei confronti della Germania.

Ma questo è il mestiere normale di un Governo. Rendere esplicito qual è l’obiettivo principale da perseguire e cercare di realizzarlo. Sotto questo profilo, risultano alquanto strumentali e al limite della incomprensione, le accuse di inadeguatezza che da più parti stanno piovendo sul Governo. Le limitatezze quantitative delle risorse, con le quali deve misurarsi il Governo, sono note, come sono noti i vincoli imposti dalla convivenza nell’Unione Europea. Spronare – come si usa dire, con un eufemismo – il Governo a spendere di più è un esercizio di sterile dialettica politica e di scarsa efficacia contenutistica. Meglio di alcuni politici, si stanno comportando le parti sociali che, senza rinunciare alle loro aspettative, stanno gestendo con una certa gradualità questa fase.

Ma se non si può spendere di più, si può certamente spendere meglio. Questo è il vero passivo della politica del lavoro del Governo Letta. Il grosso delle risorse – 800 milioni, scaglionati in 4 anni – è appostato sull’assunzione a tempo indeterminato dei giovani tra i 18 e i 29 anni e l’agevolazione è valida per 18 mesi (ridotti a 12 se è riconversione di un contratto a tempo determinato in uno a tempo indeterminato). Ebbene, esse possono risultare poco efficaci e non soddisfare l’aspettativa del ministro Giovannini di favorire il lavoro di 100000 giovani. Infatti, a disincentivare il ricorso a questo tipo di assunzione, concorrono da un lato le maggiori flessibilità introdotte per il lavoro a tempo determinato e le aperture sull’utilizzo dei tirocini formativi e dall’altro che lo sgravio non è strutturale ed è valido fino a concorrenza dei plafond annui definiti.

La critica di quanti hanno visto questa agevolazione facilmente assorbibile soltanto dalle aziende che hanno già deciso di assumere e quindi più pronte a prenotare l’agevolazione, rispetto a quelle che finora sono state indecise e non hanno una visibilità tale da prevedere l’assunzione a tempo indeterminato anche oltre il periodo di agevolazione, è in parte fondata. “E’ molto difficile che siano posti aggiuntivi. E i lavoratori assunti,soprattutto nelle piccole imprese, potrebbero venire licenziati non appena lo sgravio si interrompe ……… Come spiegano documenti ufficiali di governo e parti sociali iberiche, queste misure creano veri e propri caroselli in cui le imprese assumono lavoratori fino a quando durano gli aiuti, per poi licenziarli subito dopo e magari assumere altri lavoratori per fruire nuovamente degli incentivi” (Tito Boeri, Il grande falò delle occasioni sprecate, Repubblica 27/06/2013).

Il modo per ridurre molto questa critica c’è, ma è stato scartato per ragioni che non sono state rese note. E’ quello di destinare gli 800 milioni attestati sulle assunzioni agevolate, riferendole unicamente a quelle a tempo parziale. Con questo vincolo, le aziende che avevano già programmato le assunzioni, per ogni posto di lavoro prenderebbero due persone, raddoppiando le opportunità occupazionali e quelle che sono più incerte, possono testare due lavoratori e poi decidere meglio per il futuro. Certo, ci sarebbe un’ondata di lavoro part time nei prossimi mesi, con persone che guadagnano meno che se fossero a tempo pieno, ma almeno lavorano e sono sottratte alla condizione di disoccupazione. D’altra parte, i dati ci dicono che il ricorso al part time in Italia è sotto la media di quello europeo, quindi non si sta creando una forzatura irrealistica, ma cercando soltanto di favorire al massimo la maggiore occupabilità possibile.

In Italia, la questione della ripartizione del lavoro che c’è, è stata sempre guardata con sospetto. Ora, si sta ricorrendo di più ai contratti di solidarietà, per i lavoratori di aziende colpite dalla recessione. Ma si è dovuta prosciugare la Cassa integrazione per ricorrere ad essi, mentre sarebbe stato più ragionevole utilizzare a fondo i contratti di solidarietà – come si fa in Germania – e tenersi di riserva la CIG. Lo stesso vale per le assunzioni dei giovani. La ripartizione delle opportunità, specie se sono scarse (e nessuno è in grado di dirci quando finisce questa crisi), deve essere messa all’ordine del giorno delle strategie lavoristiche del Governo e delle parti sociali. Non si tratta di far prevalere una visione pauperistica della situazione, ma di considerarla un’opportunità per adottare modalità di integrazione nel lavoro di gente che sarebbe costretta a rimanere a lungo inattiva.

E’ in questo senso che non c’è nulla di straordinario nelle scelte che il Governo ha compiuto finora. Non si asseconda così il mercato. Anzi, lo si frammenta ancora di più, sia settorialmente che territorialmente. Una volta, a fronte di misure di sostegno dell’economia, ci si chiedeva: il cavallo berrà? Si alludeva alla possibilità che il mercato rispondesse positivamente alle sollecitazioni e riprendesse a muoversi con ritmi più spediti. Ora, che la crisi è ben più profonda, se va bene, il cavallo si rimetterà a bere, ma a piccoli sorsi e quindi con efficacia ridotta per l’insieme dell’economia.

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