Newsletter

E’ tempo di ridisegnare l’ industria del XXI secolo

Agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, una economista statunitense ma residente in Svizzera, Vera Lutz, sollevò una discussione molto partecipata sulle prospettive economiche dell’Italia, da lei molto amata. Sostenne che il nostro Paese dovesse qualificarsi sempre più come “il giardino d’Europa”, attrezzandosi per accogliere visitatori e villeggianti da ogni dove, desiderosi di godere delle bellezze dei nostri luoghi e della nostra civiltà millenaria. In altre parole, ci vedeva come la Florida in rapporto agli Stati Uniti.

E’ inutile che dettagli le reazioni dei suoi colleghi e del mondo politico ed economico italiani. Era un momento fantastico del boom industriale italiano, figurarsi se c’era qualcuno che avrebbe preferito limitarsi a gestire stabilimenti balneari, rifugi di montagna e alberghi nelle città d’arte. La discussione finì in fretta, ma non impedì alla Lutz di diventare consulente della Banca d’Italia e della Svimez.

Questo episodio mi ritorna in mente spesso in questo periodo, assistendo alla lenta ma incessante erosione della base industriale italiana. Siamo tuttora la seconda potenza manifatturiera dell’Europa, ma la distanza dalla prima, la Germania, aumenta e invece scema quella dai Paesi che vengono dopo di noi. Siderale, invece, sta diventando la lontananza dalle grandi economie del mondo. Nel contempo, la struttura delle imprese muta. Perdiamo molto nell’area delle grandi imprese in termini di dimensioni e occupazione; reggiamo nelle medie aziende (in alcuni settori crescono per fatturato e occupazione) ma soprattutto nelle piccole e piccolissime.

I dati più recenti confermano che il vanto del Governo in carica di aver aumentato l’occupazione complessiva, è composto da un dimagrimento dell’occupazione industriale, compensato da una crescita del terziario privato e in particolare del settore turistico. Ovviamente, ben venga. L’Italia merita di essere visitata e rivisitata e in questi anni le best practies nel campo culturale e nelle condizioni di accoglienza sono cresciute notevolmente. Ma altra cosa è se questa è l’unica tendenza su cui attestarsi. Sia pure in forte ritardo la provocazione della Lutz sta prendendo corpo? A vedere ciò che avviene a Venezia, Firenze, Roma e Napoli (solo per citare le più esposte al turismo culturale) c’è da chiedersi se in modo strisciante e senza reale regia, il post industriale ha già una connotazione ben delineata.

Esso può essere favorito soprattutto dall’assenza di una condivisa politica industriale. La sua persistenza non è un accidente della storia, ma forse neanche una scelta consapevole. Più verosimilmente appare come un burocratico adattamento agli avvenimenti. Dal tempo del Covid ad oggi, ci si è adagiati sulla gestione dei PNRR come prevalente politica degli investimenti pubblici; sulla sua qualità realizzativa, è bene stendere un velo pietoso. Si è esagerato con il ricco sostegno del 110% per le ristrutturazioni degli immobili, che tra l’altro si sta trascinando un corposo contenzioso per brogli nella sua attuazione. Si sta allungando la lista dei “tavoli” ministeriali per le aziende in difficoltà (ad oggi, 44 per la precisione), dove la concretezza ha soltanto le sembianze della Cassa Integrazione straordinaria e la finzione quella delle generiche promesse di riconversione produttiva.

Questa non è politica industriale. E’ solamente tentativo di un fragile governo della pace sociale. In questo scorcio di secolo decisivo per il futuro del sistema produttivo, la politica industriale dovrebbe essere innanzitutto capacità di visione europea. Dobbiamo avere la forza di definire ciò in cui si deve specializzare industrialmente l’Italia nel contesto europeo, sapendo che non sarà più possibile fare tutto dappertutto. Non si tratta di inventarsi un dirigismo improponibile ma neanche di affidarsi ad un “lasser faire” del mercato. Questo non sarebbe una politica, ma soltanto una contabilità di quanto si perde (molto) e si acquisisce (poco). La dimensione europea è imprescindibile. Stucchevole è l’accusa: “soffoca l’economia” della Presidente Meloni rivolta alla Commissione Europea e stantia quella di Orsini, Presidente di Confindustria: “burocrazia europea soffocante”. Urlate durante l’Assemblea annuale di questa organizzazione, sono suonate più come alibi che come vera accusa. Bruxelles non è un modello di perfezione; ma soltanto da lì può venire un impulso innovativo, specie se i Governi che la dirigono invece di fare tanti inchini ai Rapporti di Draghi e di Letta, li assumessero e li trasformassero in base di discussione risolutiva e orientamento operativo.

La politica industriale è anche opzione senza riserve verso una economia circolare, ambientalmente sostenibile e tecnologicamente avanzata. In funzione di essa, vanno adottate le tappe di avvicinamento agli obiettivi finali. Ma ci si deve attrezzare su più fronti. Due ambiti, principalmente. La ricerca, la formazione, la riqualificazione per quanto riguarda il governo del mercato del lavoro per ridurre al minimo le strozzature tra domanda e offerta che già ora sta avendo evidenze paradossali (nelle aziende crescono la fascia d’età giovanile ma anche quella degli anziani, trattenuti al lavoro per mancanza di professionalità disponibili). Senza riadattare questo spaccato del sistema economico e sociale è anche difficile che gli investimenti nostrani ed esteri si precipitino nel nostro Paese e che i giovani acculturati non continueranno più a cercare lavoro all’estero. L’altro ambito è la politica fiscale, che va rivista completamente se si vuole rispettare il dettato costituzionale della progressività nella tassazione e mantenere su un buon livello l’universalismo del welfare state. Da un lato, deve favorire l’aumento della domanda interna (detassando alcune spese delle famiglie) e dall’altro consentire la crescita della dimensione di impresa (la flat tax è piombo al piede dell’espansione verso imprese di spessore); tutto ciò nel contesto di una efficace tassazione progressiva della ricchezza finanziaria e immobiliare.

La politica industriale, infine, è pratica di una costruzione condivisa e costante tra chi governa e le parti sociali interessate. In altri momenti storici si è utilizzata la concertazione con utili risultati in termini di superamento di difficoltà economiche anche drammatiche e di ristabilimento della normalità economica e sociale. Il fatto che poi sia stata accantonata – sia dai Governi che dalle parti sociali – non toglie nulla al suo valore. Non può essere sostituita da un libro sul futuro dell’industria, come ha fatto il Ministro Urso, elaborato nelle segrete stanze, senza confronti serrati e veri con i protagonisti della produzione di beni e servizi di questo Paese. La concertazione non è un chiacchiericcio, né un confronto episodico e svogliato. E’ un esercizio faticoso di democrazia ma che, se praticato con convinzione, ripaga in termini di consenso e di efficacia. Tutto il resto, è necessaria ma purtroppo riduttiva routine amministrativa.

Condividi su:

Scarica PDF:

image_pdf
Cerca

Altri post

Iscriviti alla newsletter

E ricevi gli aggiornamenti periodici

NEWSLETTER NUOVI LAVORI – DIRETTORE RESPONSABILE: PierLuigi Mele – COMITATO DI REDAZIONE: Maurizio BENETTI, Cecilia BRIGHI, Giuseppantonio CELA, Mario CONCLAVE, Luigi DELLE CAVE, Andrea GANDINI, Erika HANKO, Marino LIZZA, Vittorio MARTONE, Pier Luigi MELE, Raffaele MORESE, Gabriele OLINI, Antonio TURSILLI – Lucia VALENTE – Manlio VENDITTELLI – EDITORE: Associazione Nuovi Lavori – PERIODICO QUINDICINALE, registrazione del Tribunale di Roma n.228 del 16.06.2008

Iscriviti alla newsletter di nuovi lavori

E ricevi gli aggiornamenti periodici