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Rivalutiamo il servizio pubblico

Ringrazio “Nuovi Lavori” per aver ideato questo momento di confronto tra variegate e molto spesso buone pratiche territoriali di politiche attive del lavoro, di formazione e riqualificazione professionale, organizzazione e implementazione di servizi per l’impiego. Specie con uno sguardo rivolto ai giovani e alla specificità della loro condizione di svantaggio nel mercato del lavoro, pur in un respiro più complessivo ed ampio di analisi che deve saper guardare a ciò che la crisi sta provocando nelle fabbriche, negli uffici, nei servizi, nell’economia, nei territori, nelle famiglie. Nelle vite sempre più difficili di milioni di persone, spinte oltre la soglia della povertà. Per provare anche a portare delle testimonianze e ad avanzare delle proposte utili alla discussione, all’ulteriore approfondimento che sono sicuro anche l’iniziativa di quest’oggi saprà alimentare. 

Comincio da alcuni dati statistici sulla Regione Puglia. Nel periodo che il Cnel definisce tra i peggiori nella storia dell’economia italiana dal Secondo Dopoguerra, guardando al dato compreso tra il II Trimestre 2012 e il II Trimestre 2013, l’Istat ci dice che in Puglia ben 48 mila persone prima non interessate si sono aggiunte alle già 229 mila in cerca di lavoro. Si tratta di un dato interessante perché, da un lato, dimostra un ritrovato dinamismo del mercato del lavoro pugliese, visto che si riduce la platea degli inattivi, degli scoraggiati, degli sfiduciati (e in questa platea sono ovviamente tanti giovani NEET). Dall’altro lato, invece, ci fa prendere atto della significativa incidenza di quelle 48 mila persone in cerca di lavoro sul rapporto tra le persone in cerca di occupazione e la forza di lavoro. Si tratta di un rapporto che definisce il tasso di disoccupazione e che per questa ragione in Puglia è lievitato fino al 19.1%, raggiungendo un record storico negativo che naturalmente è molto preoccupante. Anche nella mia Regione risulta particolarmente grave la situazione dei giovani in età compresa tra i 15 e i 24 anni, per i quali il tasso di disoccupazione è del 32%. Sono soprattutto giovani con un profilo simile a quelle 114 mila persone che, come mostra lo Svimez, hanno lasciato i paesi del Sud per emigrare verso il Centro Nord d’Italia in cerca di lavoro. E hanno analoghe caratteristiche alla platea dei 50 mila che invece è emigrata negli ultimi 12 mesi verso l’estero. Sempre dal Mezzogiorno d’Italia, che evidentemente torna a perdere ingenti risorse. Si perdono le risorse rappresentate dagli investimenti delle famiglie e dalle comunità, per educazione, istruzione, formazione e spesso per l’alta ed altissima formazione di chi invece non può rimanere e rende così infruttuoso l’investimento. Gli economisti li chiamano costi di allevamento, che purtroppo saranno scontati a favore della ricchezza di altri territori e di altre comunità. Poi perdiamo un’altra importante risorsa: il capitale umano. Un patrimonio fatto di saperi, di competenze, conoscenze, esperienze che si allontana dal Sud d’Italia insieme ai suoi migranti in una fuga che depaupera il Mezzogiorno, sia sul piano sociale che su quello economico. 

In questo quadro, in cui il problema della disoccupazione giovanile assume i caratteri dell’emergenza, è intervenuto nei mesi scorsi il Decreto Letta per favorire l’occupazione degli Under 30 privi di diploma e di qualifica professionale e da almeno 6 mesi privi anche di impiego. Bene questa attenzione ai giovani. Bene la scelta di destinare maggiori risorse (500 milioni dei circa 800 complessivamente stanziati) a favore del Sud. Per determinare nel prossimo triennio un incentivo massimo di 600 euro al mese fino ai 18 mesi, l’assunzione dei nostri giovani. Ma, attenzione, lo dico ai giovani laureati. E’ vero che rispetto agli altri riescono a trovare occupazione. Soprattutto se sostenuti dalla mano pubblica come ad esempio accade con la misura pugliese che abbiamo chiamato Ritorno al futuro, già nota come Bollenti Spiriti; la misura ha finanziato con 209 milioni in sette anni ben 1.300 master all’anno di studenti pugliesi nella regione, in Italia e all’estero. Vorrei evidenziare che quasi il 60% dei giovani  che hanno beneficiato dell’incentivo risultano nei 12 mesi successivi al master essere stati occupati, contro il 45% del tasso di occupazione che invece attiene alla residua platea degli studenti. Un risultato evidentemente molto importante e positivo che però va rapportata ai dati generali della condizione dei giovani laureati italiani presentati qualche tempo fa da un report di Banca d’Italia. Ben il 25% dei giovani laureati italiani assunti trova occupazione in attività per le quali non è richiesta la laurea. E addirittura il 38% di essi viene occupato in settori diversi da quello per cui hanno studiato e nel quale hanno raggiunto livelli altissimi di competenze. Sinceramente non so se l’altra misura, quella chiamata Staffetta generazionale, sempre rivolta ai giovani, arriverà a colmare questa dispersione di potenzialità e di alte competenze. Staffetta generazionale è comunque un intervento molto interessante, che punta a stimolare lo spirito di solidarietà tra generazioni permettendo all’anziano che rinuncia a parte del suo orario di lavoro e al salario a esso collegato di conservare la copertura totale ai fini pensionistici e al giovane di ottenere un lavoro a tempi indeterminato per quanto a tempo parziale. Io penso però che ci sia bisogno di integrare la misura, con ulteriori risorse, al fine di stimolare adeguatamente l’adesione dell’anziano all’ipotesi di riduzione dell’orario. Temo infatti che lo spirito di solidarietà su cui basa la misura – a meno che il giovane con cui spartire il lavoro non sia un familiare o il figliolo del dipendente – corra il rischio di rimanere per così dire “inespresso”. Qualora si ottenesse un mirato incentivo, magari un benefit sulla pensione, anche una tantum, potrebbe favorirne il successo.

Il disagio dei giovani rappresenta ormai un grave problema europeo e non solo nazionale. Ne parliamo oggi: la Comunità Europea raccomanda agli Stati Membri di garantire a tutti i giovani in età inferiore ai 25 anni la Garanzia di cui abbiam parlato. Mette anche a disposizione delle risorse, poche, destinate alle azioni conseguenti alle raccomandazioni. Nelle regioni con un tasso di disoccupazione superiore al 25%. Ovvero, per l’Italia, parliamo ancora del Mezzogiorno. Ma c’è un ritardo nell’adozione di un accordo tra Stato e Regioni per attuare tale Garanzia. Serve ancora decidere con quale strumento finanziare le azioni, le politiche, l’implementazione dei servizi necessari per l’attuazione del piano. Io non ho dubbi: lo strumento è il Por. Perché serve conservare il ruolo pienamente programmatorio e non meramente esecutivo delle Regioni. E’ vero: serve una forte sussidiarietà statale e serve anche la capacità di adottare obiettivi uguali per tutte le Regioni. Ma, sinceramente, io temo sia dannoso standardizzare i percorsi necessari a raggiungere quegli obiettivi senza saper tener conto delle forti e diffuse differenze territoriali. Quelle note tra Nord e Sud e le altre meno note tra le diverse aree dello stesso Mezzogiorno o addirittura nell’ambito delle stesse singole regioni. Di cui occorre saper considerare le differenti condizioni nell’organizzazione dei servizi per l’impiego, rispetto al quale scontiamo un altro ritardo, altrettanto grave: la riforma dei servizi alla vigilia della soppressione delle province. E occorre considerare le peculiarità del mercato del lavoro, territorio per territorio – e le caratteristiche dei diversi tessuti produttivi. L’indispensabile ruolo portante delle regioni nell’ambito delle materie competenti di politiche del lavoro, di progettazione, di gestione della Garanzia Giovani, richiede la capacità di spendere le risorse comunitarie disponibili. E richiede di saperlo fare in esclusiva funzione dell’effettiva efficacia dei risultati. Io porto una testimonianza: faccio parte di una Giunta, mi avvalgo del formidabile lavoro di una tecnostruttura e mi confronto quotidianamente con attori sociali tutti ossessionati dal problema della destinazione di ogni singolo euro pubblico. Ossessionati, forse anche perché contagiati dal nostro Presidente, Vendola, dall’efficienza della spesa pubblica. Non a caso poche settimane fa l’organismo europeo di controllo ha elogiato la Puglia per la sua capacità di spesa e la misura Bollenti Spiriti è stata premiata a Bruxelles come una delle più innovative ed efficaci messe in campo nell’intera Comunità. E ancora pochi giorni fa le pagine economiche di alcuni quotidiani nazionali hanno titolato “Sembra il Nord Est, ma è la Puglia”: il riferimento è al successo del settore della meccatronica nella regione, che fa il paio con quello del distretto aerospaziale. Evidentemente a monte ci sono anche riconosciute capacità di programmazione, di spesa e di controllo dei finanziamenti a supporto dello sviluppo locale. Per queste ragioni trovo inaccettabili le gravissime e infondate accuse di “Mancanza di cultura civica. Disinteressamento circa la destinazione e l’efficacia della spesa regionale locale, destinata esclusivamente ad alimentare l’area del consenso da cui trarre vantaggi anche attraverso alleanze ombra con la criminalità. Accuse mosse genericamente alla classe politica meridionale tutta, senza distinzioni, da parte di un autorevole esponente del Governo Letta.

Continuando con le testimonianze, nella Regione Puglia siamo quelli di Diritti a scuola: dall’anno scolastico 2009/2010 circa 650 progetti in 350 scuole impegnano ogni anno circa 1300 insegnanti precari, presi dalle graduatorie provinciali. E altre 1.500 unità di personale cd. ATA, non docente, e coinvolgono sino a oggi 180 mila allievi. Si tratta di spesa pubblica, per la nostra Regione anche ingente, pari a circa 30 milioni all’anno. E’ una spesa che ha provocato fino a oggi occupazione per il personale docente e non docente espulsi dai tagli operati dai governi passati. E si tratta di un spesa di risorse comunitarie che ha conseguito – al tempo stesso – l’importante risultato di ridurre la dispersione scolastica, passata dal 24% al 18 nel periodo 2004-2012. Stiamo adesso attuando nel Piano Straordinario per il Lavoro varato dalla Cabina di Regia regionale un piano sugli AA.SS. in deroga. Si tratta della radicale riforma dell’intervento delle politiche attive in un nuovo sistema integrato tra politiche del lavoro e della formazione, che prevede anche l’utilizzo di un’unica interconnessa piattaforma informatica che tiene tutti insieme. I percettori di AA.SS. stanno già tenendo presso i Centri per l’Impiego i colloqui per il bilancio delle loro competenze. Intanto 143 organismi formativi si sono accreditati per l’attività di formazione, per la quale abbiamo messo a disposizione 40 milioni di euro, che coinvolgeranno tutti i percettori di ammortizzatori sociali. Per chi non può più percepire ammortizzatori si è chiuso l’altrieri un Bando per il sostegno al reddito che offrirà sostentamento per quelle persone e l’opportunità di riqualificarsi. 

Insomma, siamo di fronte a un ingente sforzo per i nostri servizi per l’impiego: la chiamata dei percettori per i servizi di base, il bilancio delle competenze, l’offerta formativa calibrata, sul catalogo formativo, sull’indice di occupabilità. A questi servizi si aggiungono quelli per il piano di Garanzia Giovani. Allora il punto è: i nostri Centri per l’Impiego sono in grado di reggere? Sicuramente in Puglia non sono in grado di sostenere un ulteriore carico di lavoro. Specie in un contesto di austerità, che continua a tagliare i bilanci pubblici e ad alimentare la deriva culturale di demonizzazione del lavoro pubblico. Al quale ancora nella recente Legge di stabilità vengono negati gli adeguamenti salariali e lo stesso turn over. Col risultato di avere organici sottodimensionati, personale stressato, a volte anche demotivato. Anche nei Centri per l’Impiego. Serve allora rivedere il modello dei servizi, ancorando ogni organizzazione al pilone portante rappresentato dal servizio pubblico, determinare nuove forme di cooperazione – secondo un principio di sussidiarietà – con i soggetti privati e accreditati. Un percorso scontato in altri territori italiani, è del tutto nuovo in Puglia. Dove finalmente, superando una residuale resistenza culturale, abbiamo sottoscritto una convenzione quadro tra il comitato sindacale territoriale e le associazioni delle agenzie accreditate. Un utile passo avanti verso l’implementazione, l’efficienza e l’efficacia dei servizi per l’impiego. Ma non è ancora sufficiente. Come non lo sono gli sforzi di supplenza che le Regioni compiono quotidianamente per l’assenza di politiche industriali nel Paese, che sostengano l’innovazione e la ricerca, che sostengano il riequilibrio territoriale dei tessuti produttivi. Tanto da evitare ciò che accade: che il Mezzogiorno diventi un’unica grande area di produzione dei servizi, dalla produzione di energia allo smaltimento dei rifiuti per altri territori e contestualmente territorio di consumo di beni prodotti in altre aree del Paese. Serve pertanto molto altro per contrastare la disoccupazione crescente e la povertà che coinvolge milioni di famiglie. Parrebbe servire allora una prima riflessione sulle varie incentivazioni: quelle per l’assunzione dei giovani; quelle per l’assunzione delle donne; per i disoccupati di lunga durata; la dote occupazionale per i disoccupati di lunga durata ecc. Ma non corriamo il rischio che si annullino l’una con l’altra? Mi chiedo poi, proseguendo con la provocazione, se è possibile che le misure incentivanti non stiano producendo quegli effetti aggiuntivi attesi sull’offerta di lavoro, ma in realtà stiano producendo risultati occupazionali di carattere meramente sostitutivo. In altre parole, stiamo rischiando di determinare dei vantaggi competitivi per alcuni soggetti incentivati nel mercato del lavoro, rischiando di avvantaggiare alcuni a svantaggio di altri (si pensi agli ultracinquantenni, che hanno sostenuto i costi di allevamento di cui abbiamo parlato in apertura). Concludendo con un interrogativo: non è che la crisi è divenuta talmente acuta che pur incentivando le assunzioni e le politiche del lavoro non si riesce a far crescere l’offerta di lavoro, così come da tempo dice il buon professore Vito Pinto? L’offerta di lavoro non cresce, e lo impedisce la straordinaria dimensione e la caratteristica della crisi. Dunque, se il momento è straordinariamente difficile e se ci si chiede – come classe dirigente – di offrire proposte immediate al bisogno di lavoro, di reddito, di pace, allora possiamo concludere che i rimedi cui pensare devono avere le stesse caratteristiche di eccezionalità e straordinarietà? Penso proprio di sì. Penso che vada garantito – da parte di una grande spinta della mano pubblica – a quanti rimangono senza lavoro (siano essi giovani o no) la possibilità di accedere a un reddito minimo certo. E purché non si cada nella mera assistenza, ma si attui un’azione di inclusione sociale di politiche attive, ritengo che una sperimentazione di reddito minimo, anche di 12 mesi, vada subordinato all’impegno dei soggetti interessati  in lavori di pubblica utilità (dalla cura delle spiagge e dei luoghi turistici e paesaggistici, al sostegno ai territori colpiti da calamità ecc.). Io penso che questa sia un’interessante strada di impegno comune. Un impegno prioritario e urgente, che conviene sperimentare.

 (*) Assessore al Lavoro della Regione Puglia

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