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L’intervento militare non evita nuove morti nel Mediterraneo

Lo scorso 27 maggio la Commissione Europea ha approvato il documento Proposal for a Council Implementing Decision establishing provisional measures in the area of international protection for the benefit of Italy and Greece (COM(2015) 286 final 2015/125 (NLE), che segue la cosiddetta «Agenda Europea sulle migrazioni»(Commission strategy on EU Immigration Policy). Si tratta dei primi atti ufficiali che danno forma alla timida risposta europea in tema migratorio, dopo il protrarsi sfiancante di uno statico silenzio, scosso solo dall’ennesimo drammatico naufragio in un Mediterraneo che – da gennaio 2015 a oggi – ha inghiottito già quasi 2.000 migranti.

Il documento propone una relocation in altri paesi europei dei profughi giunti dal 15 aprile in Italia e in Grecia (rispettivamente 24 mila e 16 mila), in maggioranza siriani ed eritrei. La relocation sarebbe effettuata nei prossimi due anni e le quote relative alla redistribuzione sarebbero calcolate sulla base di 4 criteri: il Pil, il numero della popolazione, il tasso di disoccupazione e il numero di profughi già presenti. La maggioranza dei richiedenti asilo andrà in Germania 5.258 (21,91%). Seguono la Francia, 4.051 (16,88%) e la Spagna (2.573). In conformità a tali criteri (Overall key) si presenta di seguito un riepilogo delle destinazioni dei 24 mila rifugiati giunti sul territorio italiano.

Rispettando le previsioni, la Gran Bretagna non accoglierà nessuno. Questa relocation sarà obbligatoria, ma ogni singolo Paese avrà il diritto di sospendere l’arrivo dei migranti «per motivi di sicurezza e di ordine pubblico». Gli Stati membri riceveranno € 6.000 per ogni persona trasferita sul proprio territorio. Ai migranti devono essere sistematicamente prese le impronte digitali al momento dell’arrivo e valutare quelli che hanno bisogno di protezione.

La commissione ha anche stabilito che tra il 2015-2020 saranno implementate azioni concrete per prevenire e contrastare il traffico di migranti. Esse comprendono l’istituzione di un elenco di navi sospette; piattaforme dedicate a rafforzare la cooperazione e lo scambio di informazioni con le istituzioni finanziarie; e attraverso la collaborazione con fornitori di servizi Internet e social media, individuare e rimuovere quei contenuti Internet utilizzati dai trafficanti per pubblicizzare le loro attività. La Commissione intende migliorare il sistema della Carta blu UE, una sorta di green card europea che mira ad attrarre in Europa talenti e competenze altamente qualificate.

L’area operativa di Triton si estende a 138 miglia nautiche a sud della Sicilia. Questa estate saranno schierati 3 aerei, 6 navi d’altura, 12 pattugliatori e 2 elicotteri. Frontex, inoltre, stabilirà una base regionale in Sicilia da dove coordinerà l’operazione Triton.

Pur essendo state accolte con un timido consenso dagli organismi e dai soggetti impegnati sul campo, le scelte operate dall’Unione presentano già una serie di criticità. Dal punto di vista del richiedente asilo, il sistema di relocation per quote rischia di non essere utile: nello stabilire i Paesi verso cui dovranno essere trasferiti i rifugiati, non si prevede in alcun modo di considerare i legami familiari preesistenti, gli aspetti culturali e le potenzialità di integrazione. Una mancanza che potrebbe far concludere questi trasferimenti in un fallimento. Come già accade, dopo poco tempo gli stessi rifugiati cominceranno a spostarsi verso altri paesi dell’Unione, accrescendo ancor di più i movimenti secondari e informali. In secondo luogo, va chiarito l’utilizzo che verrà fatto dei 6 mila euro l’Unione fornirà agli Stati per ogni richiedente asilo attribuito: chi prenderà in carico le persone, quali programmi di inserimento sociale e lavorativo verranno messi in campo per favorire una sana integrazione. Quest’ultima preoccupazione è ancor più valida se si pensa alle carenze nei servizi e negli interventi rivolti ai migranti e ai rifugiati. Un problema di inefficacia nell’accoglienza che non riguarda di certo solo l’Italia. Il caso svedese ha recentemente mostrato come anche in quei sistemi si palesino resistenze: contrariamente a quanto prevede la legge, in Svezia i richiedenti asilo sono costretti ad attenderediversi anni prima di poter frequentare lezioni di lingua svedese. Lo denuncia la Croce Rossa di Stoccolma, secondo la quale i rifugiati devono affrontare i notevoli ritardi della burocrazia scandinava prima di poter ottenere i permessi di residenza necessari a potersi iscrivere ai corsi di svedese per immigrati. Eppure l’apprendimento della nuova lingua è un fattore chiave nel processo di inserimento di uno straniero nella società che li accoglie. Peggiore la situazione in Francia, sede di una crisi umanitaria troppo spesso sottaciuta dai media italici, pregni di un mediocre provincialismo che fa loro intravedere esclusivamente i difetti del sistema-Italia. Nella Capitale d’Oltralpe, a oggi, esiste una tendopoli abitata da 385 migranti in attesa di riconoscimento del proprio diritto d’asilo. Un accampamento fatiscente sotto i cavalcavia della metro di La Chapelle, nel diciottesimo arrondissement, non distante dalla Gare du Nord. Di certo anche in Italia non mancano casi eclatanti di effetti perversi della carenza di interventi di accoglienza o di mala gestione della spesa. Lo scellerato «mercato dei migranti» emerso nell’indagine su Mafia Capitale è oramai noto all’opinione pubblica (trattato anche in questa Newsletter). Un altro caso che ha dell’inverosimile riguarda il Selam Palace, uno stabile di 9 piani nella periferia sud della Capitale occupato da circa 1.200 rifugiati che vivono in condizioni di precarietà inimmaginabili. A questi si aggiungono coloro che transitano nello stabile in cerca di mete altre (altre abitazioni, altre città, altri Paesi europei) fino a giungere a picchi di 2.500 presenze. Selam Palace era in principio la facoltà di lettere dell’Università Tor Vergata, da quasi 10 anni occupato da rifugiati provenienti dall’Eritrea, Etiopia, Siria, dalla Somalia e dal Sudan. In un rapporto stilato da Cittadini del Mondo, che gestisce uno sportello sociosanitario all’interno dello stabile, si legge che il 95% degli occupanti è titolare di protezione internazionale di qualche tipo. Il 76% vive in Italia da oltre 6 anni. In pochi parlano l’italiano. Per nessuno esiste un programma di integrazione o di accoglienza. Le condizioni abitative sono angoscianti: i servizi igienici sono carenti (uno ogni 20 persone), iriscaldamenti praticamente assenti, le condizioni sanitarie precarie. Per comprendere quanto vergognosa possa essere la condizione di residenza dei rifugiati a Selam Palace, oltre alla lettura del report di Cittadini del Mondo sopra citato, si consiglia la visione del documentario Palazzo Selam di Chiara Sambuchi e del reportage fotografico Selam Palace: la città invisibile di Gaetano Di Filippo. Un modo, questo, di evitare di volgere vigliaccamente lo sguardo altrove, come ha spesso fatto la politica locale e nazionale, presente in tempo elettorale e poi clamorosamente assente negli interventi necessari.

Una forma di rimozione collettiva della gravità di un’ecatombe umanitaria che intacca, come visto sopra, anche le politiche dell’Unione. Le scelte esposte nell’Agenda Europea sulle migrazioni non rappresentano uno sforzo di risoluzione, ma di ulteriore contrasto all’immigrazione che amplia e complessifica gli sforzi di «protezione dei confini» piuttosto che di salvaguardia delle persone. Si parla ancora di blocchi navali, di coinvolgimento dei paesi africani nella sorveglianza dei confini, di dispiegamento di nuove tecnologie di sorveglianza e di inasprimento dei controlli. Addirittura di operazioni militari contro i trafficanti libici. Cause di ulteriori morti in mare e forme di un’ipocrita denuncia dei trafficanti come causa fondamentale di tali morti, come se il traffico di esseri umani non fosse conseguenze della condizione di clandestinità cui sono costrette  le persone dal regime dei visti della «Fortezza Europea».

Di fronte a questa situazione, in questa sede rilanciamo pertanto l’appello di Watch the Med e The Alarm Phone, intitolato «Ferries not Frontex!» che, in nome della libertà di movimento come unica risposta possibile a questa situazione, propone l’introduzione di «traghetti umanitari» come unica pratica in grado di salvare vite umane. Nel 2011, all’apice della guerra civile in Libia, traghetti umanitari evacuarono migliaia di migranti bloccati a Misurata verso Bengasi superando bombardamenti, scontri a fuoco e mine navali. Ciò dimostra che nonostante l’instabilità dell’attuale situazione libica, prendere in considerazione questo tipo di interventi è possibile. Inoltre, i traghetti sarebbero di certo immensamente più economici rispetto alla prospettiva di una missione di salvataggio di massa in mare e di ogni altra soluzione militare o di inasprimento dei controlli. Come scrivono gli attivisti di Watch the Med e del progetto dell’Alarm Phone, “l’unica realtà che conosciamo è che nessun’altra soluzione porterà alla fine delle morti in mare. Sappiamo fin troppo bene che né i processi di esternalizzazione delle procedure di asilo e del controllo delle frontiere, né l’intensificazione della sorveglianza e della militarizzazione e neppure il rispetto degli obblighi legali di salvataggio in mare potranno fermare le stragi in mare. L’unica cosa di cui c’è bisogno nell’immediato sono dei traghetti e la garanzia di accessi legali al territorio europeo. Saranno pronte l’Unione Europea e le organizzazioni internazionali a fare questo passo, o sarà la società civile a doverlo fare per loro?”.

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