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L’unificazione poco chiara tra pubblico e privato

Sulla trasparenza e sull’equilibrio del bilancio vorrei ricordare una cosa. Dai tempi della Commissione Castellino (quindi siamo nel 1994) siamo passati da un obiettivo di equilibrio di bilancio delle singole gestioni a quello di una sostenibilità del rapporto spesa pensionistica/Pil. Infatti, a seguito della trattativa del ’95, il problema sul tappeto non è stato più quello del bilancio delle singole gestioni ma quello del rapporto complessivo della spesa sul Pil. Questa cosa non è cambiata, sia a livello italiano sia a livello europeo. Il motivo di fondo era che l’equilibrio delle singole gestioni, al di là di problemi di regole, dipendeva in buona parte dal mercato del lavoro.

 

È ovvio che il fondo dei coltivatori diretti è un fondo destinato ad un passivo sempre maggiore, così come è chiaro che anche l’Inpdap è destinata a un passivo crescente se si proseguirà con questa politica del pubblico impiego. Se in un settore non si assume e si licenzia è chiaro che quel settore in termini pensionistici andrà in deficit. È come se noi avessimo un fondo dei siderurgici: è ovvio, data la contrazione occupazionale del settore, che sarebbe un fondo in passivo. L’idea di Castellino era che, depurate le singole gestioni dai disavanzi dovuti a regole contributive e di calcolo di pensione in eccesso (in un senso o nell’altro), era normale che ce ne fossero alcune in attivo e alcune in passivo.

La gestione separata è ovviamente in attivo perché ancora paga pochissime pensioni, mentre ci sono molti contributi. Molte volte, anche tra i cosiddetti esperti, non si ha una chiarezza su quello che è l’effettivo bilancio delle singole gestioni e sulle cause del passivo o dell’attivo.

Per esempio, molti ignorano il ruolo della Gias. Se consideriamo il fondo pensione dei lavoratori dipendenti vediamo che risulta in attivo, ma questo anche grazie ai trasferimenti dalla Gias. Normalmente lo si dimentica, e si dice “è in attivo” e lo Stato non interviene, dimenticandosi che sono circa venti miliardi o più che lo Stato, tramite la Gias, trasferisce al Fpld. Così come sull’Inpdap, ci si dimentica spesso del contributo aggiuntivo alla cassa-Stato, pari a circa 8/9 miliardi di euro. Occorrerebbe una maggiore chiarezza.

Noi scontiamo, ancora per molti anni, il pro-rata. Per cui ereditiamo regole che sono diverse e che peseranno ancora nelle singole gestioni; regole più favorevoli, ad esempio, per il settore pubblico. Si è fatto polemica, per alcuni documenti del Civ sul bilancio pensionistico dell’Inpdap. Occorrerebbe valutare quello che sarà il futuro anche di altri fondi dell’Inpdap, quelli delle indennità di fine servizio degli enti locali e dello Stato. Anche questi fondi sono destinati a un passivo crescente, soprattutto tenendoconto anche del modo in cui è stata costruita la previdenza complementare nel pubblico impiego: ci sono dei rendimenti di cui l’Inpdap dovrà tenere conto nel momento in cui erogherà ai fondi pensione del pubblico impiego il montante accumulato virtualmente, senza avere una corrispondente entrata. Problemi finanziari in prospettiva ce ne sono, quindi,, e una chiarezza su questi non farebbe male.

Sono molto d’accordo con quello che diceva Abbatessa, sull’uso dei dati. Siamo in un Paese strano, nel senso che i dati sembrano di proprietà di chi li gestisce. Questo riguarda non solo l’Inps, ma anche il Ministero del Tesoro: è sempre un problema ottenere i dati. E stiamo parlando dei dati di base, quelli su cui qualsiasi persona dovrebbe poter fare una ricerca. Non voglio dire che si debbano dare al primo che passa, però, alle parti sociali, agli istituti di ricerca e così via si. Ricordo qualche caso in cui persino i collaboratori del Ministero del Lavoro avevano delle difficoltà ad ottenere determinati dati se non avevano rapporti particolari con gli statistici dell’Inps. Questi sono problemi che vanno affrontati.

Più che di unificazione Inps/Inpdap, mi è parso che sia stata un’acquisizione dell’Inpdap da parte dell’Inps. Sicuramente i lavoratori dell’Inpdap, per quello che mi consta, l’hanno vissuta così. Quindi si è comunque partiti male. Credo che Tiziano Treu è uno di quelli che si è sempre battuto per fare questa unificazione, ma debbo dire che i motivi non li ho mai capiti bene. Credo che siamo uno dei pochi Paesi, forse l’unico, in Europa, in cui c’è adesso un unico istituto pensionistico per i lavoratori dipendenti. In Francia e in Germania, come in altri paesi, ci sono istituti diversi. Credo che i risparmi si potessero fare in un altro modo, non necessariamente attraverso una unificazione. D’altra parte, bisognava ancora unificare le regole tra la varie casse dell’Inpdap. Soltanto l’unificazione delle norme pensionistiche e dell’indennità di fine servizio tra le varie casse dell’Inpdap è una cosa immane. E ovviamente il problema si pone oggi rispetto alla normativa Inps. Credo che sarebbe stato una cosa positiva portare la proposta di un testo unico. Andrebbero chiariti i motivi di questa unificazione, i vantaggi effettivi che dovrebbe portare, tenendo conto che ci sono istituti previdenziali diversi nel pubblico impiego e in quello privato, e credo vada affrontato, dopo la sentenza della Corte Costituzionale, il problema dell’indennità di servizio nel pubblico impiego.

Nel lontano ’95 e nel lontano ’97, nel corso delle trattative sulle pensioni si era cercato di porre sul tappeto il problema delle modalità di calcolo dell’indennità di fine servizio nel settore pubblico. Allora non fu possibile e solo nel 2010 con una norma inserita nella Finanziaria di allora si cercò di affrontare il tema, passando, col prorata ad un calcolo identico a quello del Tfr. La Corte Costituzionale ha dichiarato l’incostituzionalità della norma e il Tesoro per evitare un esborso di alcuni milioni di euro ha riportato tutto alla situazione antecedente il 2010. Con il risultato che siamo tornati al punto di partenza, ripristinando il vantaggio che hanno gli alti dirigenti dello Stato, i magistrati, l’esercito e compagnia bella di avere l’indennità di fine servizio calcolata sulla base dell’ultimo stipendio moltiplicato gli anni di servizio, a prescindere dalla retribuzione percepita negli anni. Per fare un esempio io, che sono andato in pensione come Dirigente Generale dell’Inpdap, ho avuto, grazie a sei anni di Dirigente Generale, un’indennità di fine servizio basata sull’ultimo stipendio moltiplicato per 35 anni. Possibile che questa situazione non possa essere modificata?.

Così come non è stata affrontata per molti anni, e non so tuttora, un’altra cosa scandalosa, che riguarda il riscatto dell’università nel settore pubblico, calcolato in base alla retribuzione al momento di presentazione della domanda, molti anni dopo la presentazione della stessa, con evidente perdita di contribuzione.

E non era solo un problema di funzionamento dell’Istituto, dato che ad esempio il Provveditorato di Roma, ma credo anche altri Provveditorati, aveva come regola quella di dare i dati sul riscatto al momento in cui il dipendente andava in pensione. Si è trattato di un danno allo Stato che mai nessuno ha mai indagato. Spero che oggi le cose siano diverse.

Sul terzo punto non mi sento di dire molto, salvo che indubbiamente c’è il problema della separazione tra chi paga e chi poi gestisce i servizi. Non mi pare che l’Inps si sia mai posto un problema di questo tipo, quindi onestamente non so come affrontarlo.

Sull’ultimo punto. Noi scontiamo un grosso errore fatto dal centro sinistra quando a settembre di due anni fa ha consentito che l’attuale commissario fosse prorogato fino al 2014, se non ricordo male la data. Una cosa incomprensibile, ma insomma prendiamo atto. Sulla governance credo che il sindacato debba fare una profonda autocritica. Se il Civ non funziona o funziona poco, è anche per la composizione del Civ. Se il sindacato continua a nominare, persone che non riesce a collocare altrimenti e/o per garantire ad esempio le Federazioni dei pensionati, a prescindere dalla loro competenza, il Civ non avrà la qualità e la competenza per fare quel mestiere che gli si chiede. Ho frequentato come dirigente Inpdap il Civ dell’Istituto, guardandomi intorno, con voi potremmo fare la spunta su ogni nome. Non c’è qualità. Quindi c’è un problema sindacale di nomina, non soltanto lì, ma dove in genere il sindacato nomina, penso alla Covip, per esempio. Forse se si restringono i componenti degli organismi, il sindacato migliorerebbe le proprie nomine. Io credo che la governance dell’Inps debba avere un solo organo, non due. Non ha alcun senso avercene due che comunque entrano in conflitto tra di loro e che quando non entrano in conflitto è perché si accordano sulla distribuzione dei poteri di gestione interna e di nomina. Credo che basti un solo organo, in cui certo la presenza delle parti sociali è necessaria.

Abbiamo una complicazione, diciamolo francamente, la esistenza di una divisione sindacale. Lo vediamo nei fondi pensione; questa divisione fa aumentare il numero dei componenti in tutti gli organi che prevedono la presenza del sindacato. Perché se noi mettiamo tre rappresentanti sindacali nel Consiglio di Amministrazione dell’Inps dobbiamo metterne tre di Confindustria, e così via in tutti gli organismi con la necessità di prevedere posti per tutti a prescindere dalle regole di una buona governance. Potessimo metterne uno solo, potremmo metterne anche uno solo di Confindustria, uno solo di Rete Impresa, che per fortuna si è unificata, e così via. E’ problema che dovrebbe essere affrontato, ma che dipende dal sindacato e da una ripresa di unità. In ogni caso credo che un solo organismo sia sufficiente, con un Amministratore Delegato nominato dal Governo con poteri ben precisi, tipo Rai ad esempio, e con una presenza, ovviamente, delle parti sociali.

Video dell’Intervento di Maurizio Benetti, Esperto di previdenza, ex dirigente generale dell’Inpdap >>>

(*) Esperto di previdenza, ex dirigente generale dell’Inpdap

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